31/07/2004
Identità motorizzata

Miaaa! :-D
:-P
Da oggi sarò una viaggiatrice a tutti gli effetti,
on the road come nessuna! Vrouuu-uuum! :-P
Iuppiiiiiiiiiiii! :-D
P.S. Però la mia è blu!
30/07/2004
LoveHate

LoveHatePleasurePainLifeDeath
HatePleasurePainLifeDeathLove
PleasurePainLifeDeathLoveHate
PainLifeDeathLoveHatePleasure
LifeDeathLoveHatePleasurePain
DeathLoveHatePleasurePainLife
28/07/2004
Cose che ho imparato (?). Scaletta di sopravvivenza.
-Dormi tanto
-Cammina tanto
-Mangia solo quello che ti va e che il tuo corpo richiede
-Calibra le parole, senza forzarle quando non spingono per uscire
-Vivi nell'ordine o nel disordine più precario ma solo in modo congruente con il tuo stato d'animo
-Fai quello che ti va, rispettando i doveri che condividi
-Depurati dal superfluo che appesantisce e toglie limpidezza
-Non sprecare i tuoi pensieri, rendili costruttivi
-Decidi
-Riposa, quanto serve, non di meno nè di più
-Assapora la calma e il silenzio, senti scorrere
-Immergiti nei suoni della voce di Alanis Morissette
-Fai il tuo bene, prima di tutto
-Impara tutto quello che puoi, osservando
-Credi nel fatto che le cose andranno bene, alla fine
-Ascolta della musica che sia legata a nessuno se non a te stessa (ripudia le canzoni che millantano l'amore eterno, per esempio!)
-Non occupare i posti vicino al tuo con i tuoi bagagli nei treni affollati, e silura chi lo fa ;-)
-Non preoccuparti di nient'altro
27/07/2004
Un'altalena sulla spiaggia
Una discussione a casa da cui sgusciare fuori, bisogno di spazio. Prendo la macchina e vado al porto, a quel che ne rimane, un solo molo. Una volta tutti erano composti di aste di legno allineate, un po’ consumate e vecchie, la laguna davanti, scivolosa e lucida. Era la bellezza, la tranquillità. Ora è cemento, ed è chiuso all’ingresso di chi non possiede una barca. Alla gente non importa, come se il porto non fosse il luogo dell’equilibrio, il luogo dove parlare con un amico, o dove pensare, accovacciato con la quiete intorno. Ma ne rimane uno, un piccolo molo di legno funzionale alle gite in barca organizzate dal comune. Resto un po’, scatto delle fotografie, esploro i colori riflessi dalle piccole onde. Dovrei ritornare a casa per il rito de “un medico in famiglia” con Andrea, mio fratello. Ma non posso ancora. Bibione stasera è tornata ad essere il posto in cui posso ritrovare me, nella continuità, in cui la patina pesante dei pensieri più aggrovigliati viene liberata dal vento, e quello che resta è chiarezza.
Decido di svoltare verso la spiaggia, l’ultima della pineta. Ritornano delle immagini dolci. Il parcheggio in cui lascio a macchina è lo stesso in cui Christian mi ha insegnato a guidare, prima che io prendessi la patente. Lo stesso in cui posizionava i cassonetti per insegnarmi a fare le manovre e io mi spazientivo, e volevo una spiegazione precisa e pratica sulla successione delle marce. Davanti allo stabilimento ci sono anche i campi da tennis in cui Paolo insegnava, le spalle larghe, la pelle scura e la bandana in testa, quella che io prendevo in giro e lui “è solo per il vento”. Venivo a salutarlo nella pausa, accompagnata dalla solita amica, ed era una sensazione che non potrei più provare, forse. Era innafferrabile, ma un po’ mio, grande, da guardare con riverenza, ma mio coetaneo. Bello.
Scendo e cammino nel sentiero di mattoncini in mezzo alla sabbia, il sole è appena tramontato e il cielo si sta scurendo, non troppo. Sto per tornare indietro, volevo solo vedere il mare, mi dà una sensazione di tranquillità la sera. Ma mi fermo, non voglio andare via. Vedo l’altalena e penso che questa sera non voglio limitare la sensazione di libertà che questo posto mi suscita, da sempre. Voglio viverla e voglio stare con me. Dondolo, sempre più in alto, davanti tante file di ombrelloni, tutti chiusi. Non c’è nessuno. Mi metto a canticchiare Leavin’on a jet plane, che ascoltavo prima in macchina. Sempre più in alto le mie gambe, sempre più in alto la canzone, dolce. Penso che questa sono io. Io preferisco stare su un altalena davanti al mare a qualsiasi altra cosa. A un giro in centro, a un bar, al “divertimento” in ogno forma stereotipata. Il mio equilibrio, la parte più vera di me, è una canzone cantata su un altalena, all’imbrunire. Come quand’ero piccola e passavo i pomeriggi a cantare le canzoni dei cartoni amimati volando sempre più in alto nell’altalena costruita da mio nonno.
Il medico in famiglia, mio fratello. Scendo dall’altalena e mi riavvìo verso la macchina.
Guardo il bar vuoto della spaggia e mi viene da ridere. Ché quello era anche il posto in cui, con Marta e Adriana, ero andata ad una festa a cui mi aveva invitata Ivan, il ragazzo che mi piaceva, tantissimo, nell’estate dei miei 18 anni. Avevo bevuto tanto e mi interrogavo con Marta sulla presenza di possibili fantasmi in bagno, poi ero scomparsa con Ivan dietro a una delle cabine azzurre della spiaggia e mi sono ritrovata davanti i miei amici in fila che mi cercavano, un pò preoccupati. Ero felice. Alla fine della serata, ubriaca e infreddolita, stavo tornando a casa con la camicia di lui (con la quale avrei poi dormito mille notti) e la sua bicicletta, quando ho incontrato la sua pseudo(ex?)ragazza che mi ha chiesto se sapevo dov’era, e a cui ho risposto non so, forse in una festa sulla spiaggia…!
25/07/2004
La cantìne
Durante la cena si sussurrava sulla sua età, ogniqualvolta appariva e scompariva, con movimenti armoniosi e sguardo sfuggente. Non era in linea con quell’ambiente. I tavoli spartani, i muri scrostati, taglieri di salumi e formaggi come unico menù. Lei, vestito lungo e nero dalla generosa scollatura che seguiva dolcemente le abbondanti forme mediterranee. Capelli nerissimi legati stretti e occhi altrettanto scuri brillavano sulla pelle abbronzata di mesi, come il grosso pendaglio dorato della collana. Sembrava appartenere ad una dimensione lontana, ed essere capitata qui, in Friuli, per caso, seguendo una passione, un destino. Quarant’anni, diceva Caterina, almeno cinquanta, mia madre. Il viso era quello di una bella donna, forte e solare, segnata dagli anni e dall’esperienza, che mantiene però uno sguardo luminoso di segreti e di saggezze maturate negli anni. Il discorso della tavolata continuava a scivolare intorno ad ipotesi sulle sue origini e sulla natura del legame che sarebbe potuto intercorrere tra lei ed un tipo vestito Nike con bandana in testa, maglietta verde militare sfilacciata senza maniche e larghi bermuda bianchi, che si occupava della cucina. I due sembravano appartendere a due mondi opposti. Lei, l’eleganza e la pacatezza, lui, che poteva sembrare a prima vista il figlio, un “pirata”, come diceva mio padre, un ragazzino cresciuto. Alla fine della cena lei si avvicina al nostro tavolo e ci svela le sue origini bergamasche, le stesse di Caterina e Dino. Parla con sguardo rapito, gli occhi scintillanti, della città alta, del suo paese. E’ venuta qui, un paesino disposto lungo una strada, poco distante dal mare, per amore, e non se n’è mai pentita. Arriva lui, il ragazzo Nike. Si sono conosciuti proprio a Bergamo, a quindici anni. Lui giocava nell’Atalanta, era lì con la squadra. Si frequentano da quindicenni, i baci nei cinema. Non si sono persi un film, dicono guardandosi, con la luce negli occhi. Lui riparte dopo qualche mese e, ragazzini, non mantengono i contatti. Tre anni dopo, lui è in trasferta ad Alassio, lei, perso un volo per la Sicilia, si trova svogliatamente nello stesso posto, in vacanza con i genitori. Si incontrano nel viale della città, si rinnamorano. Lui lascia la fidanzata con cui sta da tre anni, lo fa in pizzeria, tra i calci sotto il tavolo di lei. Dopo tre anni di incontri tra Bergamo e il paesino friulano si sposano, le 21 anni, lui 23 (noi, tutti gli occhi spalancati per lo stupore: lei più giovane?!). Lei rinuncia di buon grado allo shopping nella sua città amata e impara la vita di paese, cura gli animali, e prende poi in gestione l’agriturismo con il marito. Hanno due bambini, di cui il secondo è un ragazzino scapestrato, ora con un gesso emorme al braccio, frattura procurata giocando a calcio come il papà che non può più-le ginocchia massacrate, e si prende un sacco di pedate nel sedere dal padre stesso (“ma di quelle piccole, non quelle che ti tirano su”). Raccontano della loro vita, i profili che emergono dallo sfondo giallo del muro scrostato come uno scenario preparato alla perfezione, la luce surreale di una sera di fine luglio in cui minaccia di piovere. Sono felici, ridono, sono semplici e sereni, di paesino e di famiglia unita, di ricordi di quindicenni cresciuti da poco, ma ora già quarantenni. Li guardo, li ascolto raccontare, e assorbo armonia, e non penso a nient’altro. Penso però che si può stare bene, nella vita. Che si può raccontare le proprie piccole e importanti cose a degli estranei seduti al proprio tavolo, come fosse la prima volta, sorridendosi di luce calda.
23/07/2004
Piccole navi

Piccole navi col motore spento aspettano
il segno dal faro
così lontano
(C. Donà)
Ora che non c'è più niente da aspettare. Piccole navi tagliano silenziosamente la superficie del mare,
serene. Ci sono fiorellini viola appassiti, tenuti insieme dai giorni e commoventi, raccolti da mani
inquiete e speranzose di bambina. Biscotti spezzettati in un sacchetto trasparente, di mamma,
di caminetto, di quadri e odori conosciuti. Faro così lontano, che ora lascio spegnere piano.
C'è una pagina bianca. Io che guardo. Io che voglio aspettare, ma senza attendere niente,
questa volta. Voglio sentir scorrere, voglio essere io, soltanto. Nient'altro che respirare, guardare,
lasciar passare. Tutto. Senza rumore, senza intrusioni, ché la superficie è sottile e il silenzio profondo.
Voglio essere un gatto che si accudisce leccando, voglio che i miei verbi siano riflessivi.
Un cartello che intima non fate rumore, come nei piccoli centri abitati. Mi sento sensibile ai
cambiamenti di temperatura, alle onde che mutano intensità. Voglio potermi ascoltare senza passi
che sovrastino piccole voci, senza persone intorno che consegnino bagagli di tensione e problemi
irrisolti. Non posso, non ora, essere toccata da questo. Voglio scoprire e ascoltare che mai come
ora mi sento in pace con me stessa. Che sto bene con qualunque abito, qualunque paio di scarpe,
qualunque strada sotto i piedi. Basta poter camminare, e camminare. Ché non mi guardo dall'esterno
ma solo dall'interno. Non ho bisogno di niente. Non ho bisogno di scelte. Nessun punto di riferimento.
Nessun fine ultimo.
Sono grassa e felice, scriveva su un diario di bordo un'amica dagli occhi brillanti.
Non l'ho mai dimenticato. Perché è questo, seguire il piacere che porta dentro di te, stare bene con te,
e sorridere.
Solo questo.
20/07/2004
E poi la pazzia
Roma. Domenica 18-Lunedì 19 luglio
E poi la pazzia. E poi risate e piedi neri di strada. Di Roma. Senza più niente. Niente da volere, niente da perdere. Bagaglio leggerissimo, caldo, nessun limite razionale.
Risate. Euforia e stanchezza. Follia. Aiu-tooo, come Francesca Neri in Pensavo fosse amore invece era un calesse.
Di un mercato finito consumato desolato apocalittico. Di strade perse.
Di un pranzo senza soldi in tasca nel bar delle arance in piazza di S. Maria in Trastevere, con Robbie Williams in un orecchio e un tipo con gli occhi chiusi e la chitarra che canta lallalla dudduddu daddada nell’altro, che non è bello.
Di un gelataio a cui chiedere, che proprio non ricordiamo, cosa sono le grattachecche. O a cui chiedere tutto, a cui dire tutto. Scusi, proprio non ricordiamo, lei per caso sa cos’è l’amore? No perché qui è appena finita una storia che..
Di una collanina con mille colori per ricordare. Per essere duri, anche, forse, un po’.
Di una cover rossa per il cellulare comprata in una bancarella (“che quelli ti guardano già con l’aria di chi ti sta fregando”) e una corsa di occhi sbarrati per cercare un angolo in cui sedersi immediatamente per inserirla e G. che ride e dice “guardi quei vasi come quando devi mangiare dei gatti, che li guardi e vedi già i polli arrosto”.
Di una panchina a trastevere e noi due sedute con lo sguardo perso, lottando per non svenire, dietro la voce di un prete che recitava una messa, vicino un mucchietto di gomme perse nella borsa e una bottiglietta di thé vuota. Poi lasciati lì, ché ci vuole un po’ di coerenza.
Di una bottiglietta attaccata alla colonna della metro con una gomma, poi caduta, ma solo alla fine.
Di una ragazzina invece grande con gli occhi scuri e le ciglia sottili, che somiglia a Frieda Kahalo e ti porta, tu viaggiatrice stremata e stracciona, in una appartamento pieno di finestre e luce e libri ai Parioli. Accogliente.
Di Roma la sera, la bellezza, i Sanpietrini, le luci gialle intorno, il senso di surreale dentro.
Di un viaggio infinito e sudante in tram e di una discussione popolare-occhi grandi per guardare-tra una signora grassa e sguaiata e vissuta e un signore anziano e barbuto un po’ artista un po’ barbone, con una bambola spezzata nella borsa, da rincontrare poi in un mercatino vivo e bagnato. Lui che sorride e dice “ancora voi” e ci racconta un frammento della sua vita-occhi grandi-prima di mandarci a mangiare al ponentino, di Trastevere. Noi ora dobbiamo andarci perché gliel’abbiamo detto... Pasta alla Gricia buonissima e caldo bollente.
Di G. che per fare la figa sale con un salto sul muretto di recinzione del Pantheon per evitare un autobus e poi seria “Sono stata per morire, eh? Stavo morendo, eh? Morta sul Pantheon”.
Un vicino di treno fascistone, occhi vitrei e socchiusi, un dito medio fatto e sgamato, un amore che sta nascendo davanti ai nostri occhi, il servizio del pulitore viaggiante, una coppia perfetta, capelli sporchi e fotografie irrazionali, patatine dietetiche, sacchetti infilati tra i sedili, casino davanti a tutto il vagone, e risate risate risate.
20/07/2004
Al ritorno
Roma-Mestre. Lunedì 19 luglio.
Negli anni ho dovuto scegliere
tra lui e il resto
tra lui e la razionalità
lui e tutti gli altri
Che mi dicevano cose troppo
lontane
giuste
calibrate
senza poter capire
senza sapere
senza vedere
Ho scelto lui
Sempre
Ho scelto il troppo
E ora.
Sono in un treno. Al ritorno.
Troppo cosciente per essere triste.
20/07/2004
Questa è la novità...
L’Aquila-Roma. Domenica 18 luglio.
Bisogna saper scegliere in tempo
Non arrivarci per contrarietà
Che non capisci come sia possibile
e continui negli anni a non capirlo mai
Quello che non risco mai a capire è
come sia possibile tanto dolore
Che è il dolore di una vita
che non può essere come, con chi, volevi
Perché tu non puoi essere tu e l’altro
ma solo tu
Con una parte in meno però
una parte che era abitata e ora non lo è più.
L’altro che non capisci come può non vedere
quello che vedi tu
Ché oltre a una certa soglia
non si dovrebbe poter andare
Ché se senti forte una cosa
in cui l’altro è compreso
come può non sentirla lui allo stesso modo.
Guardi quello che hai sempre visto con lui
Quello che lui sempre vede
e sembra impossibile
che non ci sia una necessaria compenetrazione
di pensieri di vita di amore
oltre a una certa soglia
La necessità
Dov’è la necessità
Quella bellissima, nella filosofia.
Lacrime
Ché le lacrime forse
Sono il condensato di tutto
La cosa più sana.
L’unica.
Questa è la novità…
20/07/2004
Come una cosa che era meglio non fare
L’Aquila. Sabato 17 luglio.
Butto pezzetti di carta nel water
carta di lacrime appiccicose
Mi guardo, nel bagno di un albergo qualunque
davanti a un water
Tutto ridotto ai minimi termini
Freddo
Vorrei vomitarci dentro
Tutto
Come un trucco non ancora scoperto
come una cosa che era meglio non fare
come il cadavere di una stella
sulla schiuma del mare.
Vomitare dolore
Il dolore allo stato puro
Allucinato
Lucido
Come alcol puro
al 100%
Che non sa di niente
Non ha sapore
È solo forte
e amaro
È fulmine è grandine è polvere è siccità
acqua che rompe l'argine e lascia una riga nera
al primo piano della città.
Ho buttato via (vorrei gettare in questo water) degli anni
Anni.
Anni della mia vita.
Manu mi ha scritto stasera
Per tutta la tua energia
per le tue dolcezze
Io tutto questo l’ho buttato via
Ho creduto a quello che mi scorreva dentro
Ho creduto all’istinto
A me.
Come una terra che diventa straniera
come un mattino che diventa sera
sera di un giorno di festa
che diventa tempesta.
Ed era tutto sbagliato
Ho sbagliato tutto
Per anni
E ora posso solo
Solo
Piangere
Lacrime senza filtro
Necessarie e piene.
Ché basta bombe a mano
tirate al cuore
ma senza piangere.
Come un lungo saluto
come un sorriso che dura un minuto
come uno squarcio buttato al futuro
come un'occhiata, al di là del muro.
Ho dato un amore infinito
Ho dato impegno
Infinita concentrazione
Abbracciato forte una bambina
Che aveva dentro di sé tutto
Che sapeva tutto senza sapere.
Una vita.
E ora non so più che fare
E ora sono mura di una stanza che rimbomba
Ed è solo dolore
100%
Non lo trovi spesso, un 100%.
È come un giorno che cammina
anzi è come la notte che si trascina
come una nuvola sulla coscienza
come l'apocalisse, in un racconto di fantascienza.
20/07/2004
Mrs Robinson
In treno verso Roma. Penso che la giusta dimensione sia quella di Mrs Robinson. More than you will know. Di una chitarra e di un cielo terso. Più di. E’ la gioia della semplicità. Che alla fine tutto converge e si riunisce. Ed è molto probabile che questo accada lungo la raccolta di Paul Simon. Una colonna sonora di viaggio e di continuità. Un telo unico su cui per anni ricami pezzi colori storie diverse. Ma a volte lo vedi che il telo è uno unico. La chitarra di Paul Simon lo sa. Sa che la dimensione, che la vita, è un piccolo albergo, essenziale, sulla strada principale di una città sconosciuta. Conosciuta un po’. E’ un paesaggio che scorre da un finestrino. E erba e campi e strada e tramonto. Slip slidin’ away.
20/07/2004
Un metro e sessantotto
Pomeriggio di farina e cioccolato e caffè e attesa e preparazione per qualcosa di importante. Senza riserve, preoccupazioni o risparmi di. Importante, bello e basta. Sicuro. Arriva Frieda e deve venire da sola fin sotto a casa mia, ché sudore sorrisi farina e agitazione non sono compatibili con autobus e folla indistinta. Saliamo le scale e mi piace vedere casa con occhi nuovi, i suoi. Mi piace che entri nella mia cameretta piena di me e la sensazione di familiarità, di non dovermi preoccupare del mio essere tutta scompigliata e precaria, dell’attesa mentre faccio la doccia, so che ci capiamo e che non c’è bisogno di nient’altro che dell’essere lì. Ed è bello il disordine, l’irrealtà e l’emozione dell’aspettare Manu insieme. Ché due sta diventando tre davvero, come nei progetti ideali fatti e sognati. Arriviamo in stazione e ci guardiamo intorno. Sorrisi e vestito a fiorellini di mille strisce che non dimentichi, diciamo insieme “è lei”. Le parole tonde e piene, scritte e lette, diventano viso pelle sguardi parole. L’ideale nel reale. E improvvisamente mi sento più vera anche io, e più grande. Sento che sto vivendo delle cose “sognate e poi viste” importanti. Che sto vivendo. Che sono fortunata. Non ho bisogno di dire dimostrare niente, come se ci conoscessimo, se sapessimo già. Abbastanza. Parliamo e parliamo, ridiamo. Succedono cose, incontriamo un signore pazzesco, senza scomporci. Guardiamo tutto un po’ stupite. Frieda ha grandi occhi che osservano, tutto di lei è acuto e luc(ente)ido. Manu è fresca e colorata, solida e ingenua, un enorme bagaglio, ma uno zaino leggero e spazio da riempire. Spazio vuoto che appare come un regalo così grande. Spazio per te, libero. Manu è una persona che capisce, un sacco di cose inaspettate anche, è concreta, più di quanto pensassi. Dal nulla compare Dada, ed è il maschile che porta scatole e volumi. Equilibrio per le nostre forme liquide e fluide e sparse, e un po’ matte anche. A casa arriva anche Bpz, arrossato di montagna, di sano, e di maglietta rossa. Si suona, si mangia, si fuma e si beve. Occhi sguardi e parole fresche. Ché Manu e Frieda portano lampade che accendono luci nuove. Stanchezza, ché le cose belle sono salite e discese che affaticano le gambe. Ma non tanta da sprecare un solo secondo di quel tempo dilatato e fecondo, ricco. La mattina Manu e io accompagnamo Frieda in stazione. Poi siamo lì sedute sul binario, io e lei. Siamo nuove. La luce dell’alba. La piazza di Mestre è fuori dal tempo, una luce bianca e senza ombre sulla panchina su cui siamo sedute, lavate di tutto, apre strade e futuro che conosciamo un po’ di più, forse, dopo stanotte. Ho qualcosa in pù. Molto.15/07/2004
Il cielo delle nove

Ma io ho l’amore.
Io ho il colore del cielo terso delle nove.
Di una sigaretta fumata piano
Pedalando per piccole strade.
Di aria fresca e vento leggero.
E maglione a colori pastello
sereni.
Di consapevolezza non ingombrante.
E sono del blu delle acque più profonde
Ma amo le piccole onde trasparenti di superficie
La schiuma più lieve.
Sono di situazioni complesse
Del rischio che fa arrivare in fondo
Di un fondo che non c’è mai
Che non ci può essere.
Ma anche di leggerezza
Di incoscienza viva
Di felicità.
Ma di albe allegre.
Io sono seduta
Ma sto camminando.
Aspetto la cosa migliore
Ma non ho tempo da sprecare.
Ho fretta
Ma non conosco compromessi.
Sono infiniti opposti
Mutevole
Vulnerabile
Ma sono fedele a me stessa.
Io almeno
Conosco i colori.
Conosco le mani.
Io almeno
Ho la musica
Ogni nota.
Sento
ogni spostamento.
Non sono ferma mai.
So desiderare. Ardentemente.
Io almeno
Prendo tutto.
Voglio tutto
Niente di meno.
13/07/2004
Per esempio

Ecco, se proprio lo volete sapere questo è un classico esempio di paitoski,
ché snoopy qui è impaitoskato come pochi altri, credo :-)
E questa striscia magari capita che la puoi leggere seduta in un bar, poco prima dell'ora di pranzo,
in una giornata ventosa di mare, mangiando brioches con quattro persone speciali e fuori dal tempo.
(Uno stuolo di camerieri affaccendati e surrealisticamente ossequiosi intorno). Di quelle che ti senti
coccolata, di quelle che c'è un'armonia del tutto casuale, ma perfetta. Di quelle che niente suona
finto o già visto, o eccessivo, nessuna forzatura. Che quando poi rimani sola puoi soltanto tenerti
stretta accovacciata, le ginocchia abbracciate al petto, e darti un pò di bacetti qua e là.
Sorridendo e ripensando a una gara millenaria vinta nel cuore della notte ridendo e abbracciandosi
come i pazzi, io smanettando freneticamente col cellulare, per diffondere in men che non si dica la
notizia a chi di dovere. A un aperitivo durato tutta la sera. Quattro pizze assurdamente tonno e
funghi. Ché la pasta panna tonno pancetta e funghi è la migliore, si è capito. A occhi e parole
serene. A una camomilla alla cipolla. A una camminata divertentissima appena sveglia e
tollerantissima e burbera in un modo dolce. Mani abbronzate. Spazio illimitato.
E cose che non si sanno dire.
12/07/2004
Ma c'è dell'altro. Purtroppo!
Molto altro. Io e G., dopo tutti i trascorsi precedenti, andiamo a prendere uno spritz in piazza. Leghiamo le biciclette e ci dirigiamo verso il bar. Tornando indietro, noto con un po' di fastidio un tizio seduto per metà sul mio sellino, per l'altra metà su quello di un'altra bici. Mentre slego la mia, sento G. che dice "cazzo Ire, ho legato la bici di un altro!". Al che, vedo il tizio di prima che con tutta calma, si volta e sorride seraficamente, borbottando imperturbabile qualcosa come un "finalmente", con l'aria di chi potrebbe, da un momento all'altro, perdere un controllo tanto faticosamente acquisito negli anni. G. ride istericamente continuando a ripetere "uno spritz, vuoi che ti offro uno spritz?" per poi culminare in un discutibile "ma quanto costa un quarto d'ora della tua vita?" (lo stesso che lui a causa sua aveva aspettato lì, meditando peraltro vendetta). Il tipo, poi rivelatosi secondo G. un figo (alla Nuti?!), ha quindi iniziato un breve ma incisivo sproloquio riguardo ai laureandi in lettere, dimostrandosi prima incredulo, poi cinicamente disilluso, riguardo agli studenti universitari che, nonostante questo, chiudono le bici degli altri. Il ritorno verso casa è stato all'insegna di rumorose risate e incredibili corse in bici contro il vento, alla Fausto Coppi (vedi, per stare in tema, tutta colpa del paradiso. E con questo, ho detto tutto).12/07/2004
Perline
Fumando in terrazza, guardiamo una collana, con tre tipi di pietre colorate, da me regalata a G. per lo scorso compleanno:
I.- Qual è la pietra più da te?
G.- Questa (grande, rosso scuro)
I.- Invece no, è questa (piccola, azzurra)
G. – (…)
I.- Vabbé, allora quella azzurra di quando eri al liceo, l’altra di adesso
G.- Eh, ci credo..
I.- E quella arancione?
G.- Eh, questa di quando faccio le stronzate
I. – (...)
Ore dopo G., in un’assolatissima fermata dell’autobus, riguardando perplessa la collana e osservando l’evidente sproporzione di perline arancioni rispetto alle altre – “certo che ne ho fatte tante di stronzate, eh?!”
Tornate a casa, ascoltando Le rondini di Dalla
I.- Che bella.. Dai, è troppo bella, mi viene da piangere! :’-(
G. – Eh, infatti.. L’ho ascoltata tutto il giorno sabato
Poi con aria colpevole e, ancora, un pò stupita
“dev’essere per questo che ho vomitato :-( “
09/07/2004
Fuori tempo

I bianchi i neri la religione
il pessimismo della ragione
Chi pensa che esistano delle date
che limitano
imbrigliano
come un collare
una catena
che impedisce di allontanarsi
di andare al di là
Amici e nemici che comodita'
villaggi di fango contro grandi citta'
Le oscillazioni della coscienza
del coinvolgimento
dell'urgenza
come se qualcosa cambiasse mai
Dignita' dignita'
una vita normale
l'indifferenza è il piu' grave peccato mortale
Agenda setting, si chiama
Agenda scritta dai media
scritta nella nostra mente
nell'emotività
priorità prestabilite
da altri
Le facce impaurite la vita che vola
lo stomaco il fegato il petto la gola
Razionalità
di chi ha vissuto
di chi sa
E allora toglila la bandiera dalla finestra
che non ha più senso
ormai
non ha più senso
non c'è più ragione
Mio padre
mia madre
La bandiera non c'è più
La metto
La tolgono
Un pò di senso del limite
L'innocenza perduta le ragioni di stato
una sola potenza un solo mercato
un solo giornale una sola radio
e mille scheletri dentro l'armadio!
Voce che grida
musica incalzante
cadenzata
Contrasto
sarcasmo
Finta normalizzazione
L'assurdo
Chi urla
Io amo chi ne è ancora capace
Ancora grezzo, non raffinato
L'uomo col megafono
Salvami salvati salvaci salviamoci
salvali salvati salvami salviamoli
Cercando di non usare la parola rabbia
07/07/2004
Forse sarà...
Appena tornata al mare. Stanca, di viaggio caldo e lungo, di giorni e serate in compagnia a parlare e pansare, di rapporti itrecciati delicati e difficili ma importanti. Di voler essere leggera, aerea, senza materialità alcuna, intorno solo cielo sgombro, spazio. E di essere però grande, e come tale avere nelle mani delle cose da gestire. Ed è bellissimo, alla fine. E per fortuna, che è così. Allora sono distesa sul mio letto azzurro, fresco e profumato, con una canzone che mi culla se mi voglio rannicchiare qui e non pensare a niente. E invece penso, e invece ho tante cose dentro. E persone, e visi, e progetti. Redemption song. Occhi azzurri e maglietta azzurra, e nessun peso e nessun significato dietro, nessun bisogno che vada oltre. Camera spaziosa, blu, collane e scatoline colorate, un terrazino e una tenda leggera, musica e nessun vincolo che stringe. Nessuna pressione. Un viso che conosco e ritrovo negli anni, uguale e diverso. Più ingenuo e puro, o passato attravero ad una vita. Ma sempre fedele a sé stesso, anche, sempre uguale. E riconosco le espressioni e i cambiamenti, e la sua storia, che è anche la mia. Che riflette la mia in uno spazio, in un profumo, in un modo di. Nelle fotografie, sempre quelle, che vedo ora con questi occhi, e allora con i miei di quindici, sedici, diciassette anni, che si riempiavano, che assorbivano.E non mi interessa nient’altro che vivere, in questi giorni. E partire. In qualsiasi momento. Ché mi interessa soltanto essere me stessa, per ora.
Forse sarà, quest’aria di settembre. O solo che, che tutto cambia sempre.
04/07/2004
Libertà libertà
Il fatto è che non siamo abituati alla libertà. E’ più facile essere felici avendo dei vincoli. Questa è la conclusione a cui per ora sono arrivata. Pensavo a questo negli ultimi giorni, se ne parlava con G. e M.. Poi, come spesso accade, ho trovato l’immagine che cercavo leggendo Simone de Beauvoir. E’ la figura della colomba di Kant. L’aria che le fa resistenza, anziché ostacolarla, la sostiene, dice lei. Quando l’aria è ferma, il vento è tranquillo, anziché gioire delle diverse opportunità che il tempo concede, si ritrova persa. Spaesata. La colomba ero anche un pò io (ché non porto molto ornamenti ultimamente). Ho scambiato l’oceano per deserto. Libertà per spazio vuoto. Non capivo, che finalmente posso stare sola in una terrazza tra pini e verde intorno e leggere. Leggere e immergermi in idee, pensieri e atmosfere diverse. Dimenticare la fretta. Reinventare. Imparare. Sentire me stessa. Ancora qualche trasalimento, domande su cosa dovrei fare. Possibile che non ci sia niente che devo? Imparare di nuovo a non farmi condizionare, a uscire dal concetto di impegno e dovere continuo. Non è facile soprattutto nell’interazione con gli altri. Ché è una spirale. Di aspettative, di abitudini. Vasco diceva qualcosa come se sono felice ti dà fastidio? E’ che quando hai delle esigenze legate agli altri e tutto è intrecciato possono crearsi delle situazioni problematiche, delle difficoltà e responsabilità scomode. Quando invece ti senti indipendente, leggera, senza vincoli, spesso sono gli altri a reclamarli. Come un palloncino tenuto in mano da un bambino. Ed è difficile gestire con delicatezza i legami quando il cielo azzurro e tu sei un palloncino, magari a forma di snoopy, per esempio.
