29/09/2004
Sassolini
In questi giorni ho scoperto, tra le altre, due cose di (e per) me.Una è, semplicemente (ma anche no), che più attenta stai alle
parole, meglio è. Ed io, in questo campo, ho qualche difficoltà, a volte.
Il principio sarebbe parlare poco e stare molto attenti. Misurare le distanze
e sviluppare il senso dell'appropriatezza. Pensare ogni volta allo scopo e
all’efficacia di ciò che si dice. Beh, io sono una pura, va bene?, e a volte
non ci riesco :-P Questo non significa che non ci proverò.
La seconda è che io le cose belle ad un certo punto devo interromperle.
Prima che finiscano. Che a me le cose troppo intense mi stancano e ad un
certo punto, più possibile vicino alla fine, devo scappare. Mi è successo anni fa con oceanomare di Baricco.
Troppo denso, troppo bello, troppe emozioni. Non sono più riuscita a continuare e ce l’ho ancora lì, chiuso
ed impaziente sulla mensola dei libri da leggere. Mi è successo l’altra sera mentre ero
ad una festa all’aperto in un prato di un paese vicino a dove abito io. C’erano
belle persone, di quelle che vedi solo in quelle occasioni lì, si cucinava all'aperto, suonava dal vivo un gruppo
che mi piace. Stavo bene.
Ma tutta quella serenità sulla punta della pelle ad un certo punto mi ha talmente riempita
che sorridendo sono andata via, fumando una sigaretta nel suono dei miei passi leggeri sulla ghiaia,
in una sera limpida di fine settembre.
28/09/2004
Evviva!!! :-D

Stasera la gioia. E l'incredulità. Di quelle che mentre sei seduta a tavola con la tua famiglia, le immagini del telegiornale che scorrono lucide sopra cinque paia di occhi attenti, non riesci a parlare. Che vorresti dire qualcosa, una sola esclamazione di condivisione, ma non sai quale sottospecie di voce traballante potrebbe uscire. E taci. Con gli occhi gonfi di sollievo e di cose belle.
Pur senza esimermi dal chiedermi come mai, cos'hanno fatto (che, come dire, qualche "dubbio" ce l'abbiamo), quali le manovre politiche e le intenzioni retrostanti, con una nuvola di punti di domanda che mi girano intorno, sono felice. Ma proprio tanto. Che ora c'è un pò più di luce, di aria nei polmoni.
28/09/2004
Una donna
E se questo bisogno maledetto
lasciasse in pace i suoi desideri
e se non le facessero più effetto
i finti amori dei corteggiatori
allora ci sarebbero gli uomini
e un mondo di donne talmente belle
da non avere bisogno
di affezionarsi alla menzogna del nostro sogno.
(Giorgio Gaber-Una donna)
27/09/2004
Pordenone ha letto...

Non è la foto migliore ma quella più rispettosa di qualcosa come un eventuale -ormai irrimediabilmente sorpassato?- anonimato... Le parole non sono la cosa con cui ho più confidenza in questo momento. Rimane l'affetto che ho provato mentre eravate lì sopra e in questi giorni... bello. :-)
23/09/2004
La tempesta (perfetta?)
Sto sbattendo le ali contro un vetro come una falena rimasta chiusa dietro ad una finestra, di notte.
Sto facendo casino, non c’è modo più romanzato di dirlo.
Per così poco, sono capace di farmi male. Di fare male, anche. Che ci sono i suoi sentimenti, di mezzo.
Ed io che cerco di far quadrare tutto. Insisto, spingo perché un cubo calzi dentro ad un cilindro.
Così entra uno spigolo ed esce quello opposto dall’altra parte.
Tampono, e continua a gocciolare da un’altra fessura, che prima non avevo ancora visto.
Cerco di tenere il buono, andare avanti, ma è un castello che fa acqua dappertutto.
E allora che faccio? Lascio perdere tutto? Sbarro porte e finestre? No, perché io poi non è che sono il tipo che ammette va bene, è stata una storia sbagliata, non poteva andare. Fine.
No, io sono capace di tormentarmi per non oso prevedere quanto tempo pensando ai suoi occhi, alla dolcezza, alle cose belle che ancora, magari, non so di lui. E a quelle che, invece, già so. Che magari, magari…
E allora andiamo avanti. Tra un sorriso ed una perplessità. Tra la speranza che, e la mia rigidità appena colgo il minimo indizio che no, così non può andare.
Non pensarci? Non se ne parla. Per me è sufficiente avere qualcosa in sospeso e basta, finchè la superficie non si distende nient’altro torna del suo colore. Del mio.
Tutto si ferma. Beh, più o meno. E poi comincio a incasinare tutto.
Parto con una cosa, ed è finita. Dico a tutti tutto quello che penso, producendo confusione, faccio cose che non farei. Dato che ho osato una volta, ho fatto 30, faccio 31. E 31 vuol dire 32, 33… Chiudo gli occhi, e via.
Come quando ero in macchina, poco dopo aver preso la patente, e, nel momento in cui dovevo fare una manovra stretta, “rischiosa”, chiudevo un attimo gli occhi e pansavo “o la va, o la spacca”.
…
Che carattere di merda.
23/09/2004
Bella, De Agostini
Riporto qui di seguito, integralmente, la risposta dell'editore della De Agostini alla mia email di protesta per questo passo di un libro di storia da loro pubblicato.
"Gentile Lettore,
non senza stupore abbiamo letto
Proporre una breve citazione avulsa dal contesto (un passo propedeutico alla lettura e alla comprensione del successivo paragrafo intitolato "Trasformismo e clientelismo") è una pratica che, anche se fatta in buona fede, induce a gravi fraintendimenti. Come si fa a confondere oggi
Il passo in questione propone in sintesi e con un linguaggio appropriato all'età del lettore le stesse nozioni riscontrabili in accreditate opere di storiografia contemporanea. È evidente che fra gli storici e quindi anche fra gli autori di libri di testo possono esserci differenze di accenti e valutazioni: c'è chi impiega termini più neutri e chi invece colora il suo scritto con espressioni in cui il giudizio di valore o etico assume maggiore peso (e scusa se è poco! Nota mia).
L'importante è che nell'economia della trattazione vengano offerti allo studente materiali di studio coerenti con l'obiettivo di costruire giorno dopo giorno, pagina dopo pagina competenze e conoscenze solide, insieme ad un metodo di studio che lo aiuti a leggere, capire, verificare quanto viene proposto.
In una parola, proprio il contrario di quanto ha voluto fare chi utilizza in modo improprio
l’Editore"
Una risposta che mi sembra, francamente, una presa in giro.
Una risposta, però, che esplicita la totale assunzione della responsabilità e l'approvazione di quanto scritto.
Io, d'ora in poi, ci penserò su una volta in più prima di acquistare un'edizione De Agostini.
22/09/2004
What's up?
E, per stare in tema, qualcuno mi sa dire com'è che io non posso,
né ho mai potuto, ascoltare questa canzone senza piangere?
Ma piangere, proprio. E' qualcosa che mi stringe lo stomaco.
Twenty-five years and my life is still
Trying to get up that great big hill of hope
For a destination
And I realized quickly when I knew I should
That the world was made up of this brotherhood of man
For whatever that means
And so I cry sometimes
When I'm lying in bed
Just to get it all out
What's in my head
And I am feeling... a little peculiar
And so I wake in the morning
And I step outside
And I take a deep breath and I get real high
And I scream at the top of my lungs
What's going on?
And I say, hey hey hey hey
I said hey, what's going on?
And I try, oh my god do I try
I try all the time, in this institution
And I pray, oh my god do I pray
I pray every single day... for a revolution!
...
Twenty-five years and my life is still
Trying to get up that great big hill of hope
For a destination
22/09/2004
Al telefono
G.- :'-D Ma come te l'ha detto?!
I.- Eh, era imbarazzato...
G.- E scommetto che ha fatto quella voce... che non si capisce che accento ha... che sembra tipo bolognese...
I.- Eh, si! E ha inclinato la testa di lato, incavandola nel collo, come.
G.- Si, che poi sai come fa... che a volte schiocca la lingua sul palato, tipo.
I.- ...
G.- Eh, hai fatto quel silenzio che poi quando si scrive si fa che uno dice "..."
22/09/2004
Agghiacciante
Questo è quanto riporta uno dei nuovi libri di Storia contemporanea
adottato da numerose scuole medie (capitolo 2, paragrafo 1, "La
Sinistra storica al potere"):
"Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri.
Essi facevano politica al solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi
socialmente o arricchirsi; inoltre amministravano le finanze statali con la
stessa attenzione con cui curavano i propri patrimoni. Gli uomini della
Sinistra, invece, sono professionisti, inprenditori e avvocati disposti a
fare carriera in qualunque modo, talvolta sacrificando perfino il bene
della nazione ai propri interessi. La grande differenza tra i governi della
Destra e quelli della Sinistra consiste soprattutto nella diversità del
loro atteggiamento morale e politico"
(Bellesini Federica, "I nuovi sentieri della Storia. Il Novecento", Istituto
Geografico De Agostini, 2003, Novara)
21/09/2004
Se i sogni non li avessi già completamente spesi

So solo che fa male. Che scava nello stomaco, in fondo, incessante, insistente.
Come certe parole sussurate troppo forte. Come una carezza troppo violenta, su una pelle senza protezione.
Che serenamente, è un avverbio che non fa parte di me. E non lo è lievemente.
Che sono occhi bocca mani spalle che non conosco. Che quando sono a mio fianco, sono troppo. Quando non si possono toccare, scompaiono.
Come accade per i bambini piccoli. Si chiama la costanza dell'oggetto. Non è mica una conquista così facile. Per un bimbo ci vogliono mesi e mesi e anni di esperienza.
Se un giocattolo, anche quello che fino ad un minuto prima gli faceva brillare gli occhi, scivola dietro l'angolo, non esiste più. Lui non se lo ricorda, non lo pensa, non lo contiene. Non c'è.
Per me è lo stesso.
Quando è davanti a me, mi spaventa. E' un alito di vento a pochi centimetri da un enorme castello di carte. Vacilla, e scricchiola. Non cade, ma è consapevole della sua labilità. Quando la corrente cessa, non puoi sapere come tornerà. Se sarà un soffio lieve, una tempesta...
Vorrei avere quello che le mie mani possono contenere, non un granello di più. Vorrei a proteggermi ci fosse una pellicola lieve ma inattaccabile.
Vorrei non avere nostalgia. Vorrei non esistesse un confronto. Che non ci fossero giorni che vorrei rivivere. Che il presente non fosse spigoloso, il passato, invece, di curve dolci e sorrisi amari.
Vorrei restare su quel prato, con la sua voce, la sua luce negli occhi e la sua chitarra per un attimo infinito. Solo questo. Senza nient'altro. Nessun altro stimolo per giorni, settimane.
Fino a una mia decisione, ad un mio gesto sicuro. E sicuro, ormai, è un'utopia.
Distillare. Goccia a goccia.
E' la questione della fedeltà a me stessa. Che o una cosa va bene e la abbraccio, completamente, o non va, e allora non entra. Dare me stessa in qualcosa che non filtro, che non è limpida, mi spaventa.
Mi invade, confusamente.
Goccia a goccia... E invece piove. E la mia, è una casa di cartone.
Eh, ma se i sogni non li avessi già completamente spesi
in quello che sai.
(...)
Perché le cose non vanno mai come vuoi tu
anzi è più facile cambino
ancora di più
(...)
E allora adesso che ogni cosa ha un nuovo nome
e questo nome me lo insegni tu
com'è che vivo ancora tra una chiesa e una stazione
e i miei occhi, i miei occhi non ritornano blu.
-Da dove viene ogni tanto questo strano dolore...
vorrei capire insomma che cos'è l'amore.-
19/09/2004
Camminare da ferma
C’è una cosa che a me fa paura. Striscia nel disincanto lieve delle note finali di una canzone di Vasco. Canzone. Che io amo. Perché quel pezzo è il torpore che ti gira nella pelle, negli occhi chiusi, nella testa mentre riman(d)i a letto la mattina dopo una notte in cui tutto cambia. E non puoi alzarti, non puoi uscire, perché tutte le sensazioni come piccole particelle appoggiate sul tuo corpo col sole si dissolverebbero.
Ma se mi capita di canticchiarla, canzone, e se passo per quella frase lì, e se mi fermo a pensarci… E’ la cosa che mi fa più paura. In assoluto.
Canzone, alla fine, ti dice questo:
…E intanto i giorni passano
ed i ricordi sbiadiscono
e le abitudini cambiano…
Queste parole per me sono un pugno sul fiato. Raccontano il dolore più grande. Ché io non voglio che i ricordi sbiadiscano. Soprattutto, non su quelle note di una malinconia lontana di canzone.
Pensare che ci siano cose, persone, nella vita, che tu devi lasciare indietro, o lasciare di lato. Pensare che, anche se con difficoltà, provi a farlo. O lo fai perché succede, perché esiste il tempo, che scorre, e va bene così. Pensare poi che le tracce, i passi di quelle persone, quei momenti, svaniscono piano piano. Che non puoi tenere in mano tutto. Che le montagne, le colline, le pianure, diventano sabbia. E la sabbia su perde nel mare, nelle onde. Mi stringe lo stomaco.
Quando provi a pensare ai giorni trascorsi con qualcuno e non ricordi. Non tutto. Ricordi solo quello che hai già ricordato, solo le cose a cui hai pensato e ripensato nel tempo. Episodi isolati che emergono dalla sequenza dei giorni, degli anni, dei discorsi e dei sorrisi.
Quante piccole cose che erano state preziosissime ora si sono perse? Quante parole che sarebbe bello riascoltare dentro non posso ritrovare?
Io vorrei stringere tutto. A volte penso che vorrei non andare avanti mai. Rimanere accoccolata intorno a quei luoghi, quei fatti, quelle persone. Non riesco a pensare di lasciare andare. Niente di quello che ho amato, almeno. E credo che dalla mia camera si veda...pile di foto, mille frasi, figure, cose appese al mio armadio da anni, cartelloni con scritte colorate aggiunte nel tempo sul muro.
Camminare da ferma.
17/09/2004
Ci credi tu?!

Guarda che bella sorpresa la vita
quando credevo che fosse finita
arrivi tu
...arrivi tu!
Guarda che bella sorpresa la vita
che ad un certo punto ti svegli è finita
e non ritorna più
e non ritorna più...!
...è che la vita che cambia che cambia
è che ti svegli e non è ma quella
che credevi tu!
Quante cose che si muovono
che si dicono
che si credono
quante cose che si pensano
...e poi cambiano!
16/09/2004
Una famiglia
Nel mio palazzo vive una famiglia. Da molti anni abita sul mio pianerottolo, prima al piano di sotto. Insomma, questa famiglia è composta da cinque persone. Padre, madre e tre figli, due femmine e un maschio. Ora le due femmine non stanno più a casa, perché ognuna ha un bimbo, e sono sposate. Ma a casa ci tornano sempre, durante il giorno, ché lasciano lì i bambini. Questa famiglia è una di quelle che ti danno un senso di sicurezza. Di quelle che quando la loro porta si apre e tu passi lì davanti esce un odore di casa, di mobili un po’ vecchi e di cibo caldo. Sono persone buone, quelle che formano questa famiglia. Che quando le incontri sorridono molto e ti salutano con affetto, che ci si è visti crescere e forse qualche volta ci si è dati una mano, pur non avendo una conoscenza così approfondita gli uni degli altri.
Il fatto è che questa famiglia ha avuto una storia abbastanza triste. Le sono successe un sacco di cose.
Ricordo che quando ero piccola sapevo che una delle ragazze aveva dei problemi col cibo, a livelli talmente estremi che era stata ricoverata per un bel po’ di tempo in una clinica. L’altra, qualche anno dopo, era sempre debole e affetta da un virus che non si riusciva ad individuare, e non guariva mai del tutto.
Un giorno, poi, il padre è scappato di casa con una ragazza dell’est. E’ stato via per anni. Il figlio più piccolo, a quel punto, ha avuto un esaurimento nervoso e non riusciva a rimanere a scuola per le ore previste. La madre intanto teneva duro, continuava a fare il suo lavoro di parrucchiera in casa e aveva delle grandi occhiaie.
Per la verità tutti in quella famiglia hanno delle ombre pesanti sotto gli occhi, segni in mezzo ai visi graziosi e delicati delle tre donne. Ce l’hanno scritta tutta la loro storia, sul viso, quelle persone. Una specie di ammissione umile, una tenerezza malinconica.
Dopo anni che non saprei enumerare il padre torna, e tutto riprende a girare, testa bassa.
La prima figlia si sposa e rimane incinta. Subito dopo, la seconda. La più giovane delle due, una ragazza sottile, quella che aveva sofferto in passato di anoressia, dopo qualche mese di gravidanza inizia ad ingrassare, dieci, venti, trenta, quaranta chili. E’ molto appesantita e ha l’aria sofferente. Un mese prima dei giorni previsti per il parto viene ricoverata in ospedale. Il suo medico non si era accorto che si era accumulata talmente tanta acqua nella sua pancia che il bambino stava soffocando. Da un giorno all’altro, sembra che sia la vita del bambino che quella della madre siano in pericolo. Lei resta in ospedale qualche giorno in questa condizione precaria. Ricordo la sera in cui ho suonato alla loro porta per chiedere notizie di lei e i genitori, insieme, mi hanno spiegato la situazione con gli occhi lucidi e la voce allucinata.
Noi tre, sotto quella porta aperta, con le braccia conserte e un nodo alla gola.
Oggi ero in macchina e li ho visti. La madre, una delle due figlie, e i due passeggini con dentro i bambini. Camminavano chiacchierando piano, guardavano la strada di fronte a loro. E dentro la mia radio c’era questa canzone
Hey hey I saved the world today
everybody’s happy now
the bad things gone away
and everybody’s happy now
the good thing’s here to stay
please let it stay
(Eurithmics)
15/09/2004
Comunità

Questo secondo me è bellissimo, per esempio. Ma tanto, proprio.
Perché forse non siamo così lontani.
14/09/2004
Vivisection

Musicalità lineare
esternazioni di una mente chiara e semplice...
13/09/2004
Qualcosa di più sul referendum sulla fecondazione assistita
Nove ragioni per abrogare la legge sulla fecondazione assistita.
1. La legge vieta la ricerca sulle cellule staminali embrionali, cioè la speranza
di cura per 10 milioni di malati italiani.
Cosa dice la legge da abrogare:
ART. 13.
1. È vietata qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano.
2. La ricerca clinica e sperimentale su ciascun embrione umano è consentita a condizione che si perseguano finalità esclusivamente terapeutiche e diagnostiche ad essa collegate volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell'embrione stesso, e qualora non siano disponibili metodologie alternative.
3. Sono, comunque, vietati:
a) la produzione di embrioni umani a fini di ricerca o di sperimentazione o comunque a fini diversi da quello previsto dalla presente legge; (…)
c) interventi di clonazio ne mediante trasferimento di nucleo o di scissione precoce dell'embrione o
di ectogenesi sia a fini procreativi sia di ricerca;
2. La legge stabilisce l’equivalenza tra embrione e persona.
Cosa dice la legge da abrogare:
ART. 1.
1. Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità
umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le
modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il
concepito.
3. E’ una legge culturalmente arretrata che tenta di imporre attraverso la repressione statale i precetti morali predicati dalla Chiesa cattolica.
Si fonda sull’assunto per cui la fecondazione assistita sarebbe un intervento contro natura e perciò immorale. Inoltre rende reato quello che secondo
Cosa dice la legge da abrogare:
Secondo la relazione di accompagnamento con cui è stata presentata alla Camera dei deputati, questa legge sarebbe necessaria per «affrontare il problema della procreazione medicalmente assistita, per ovviare alla grande confusione ed angoscia generata dalle varie tecniche che suscitano perplessità fortissime e, come si diceva, autentico orrore».
4. La legge obbliga il medico a trattamenti pericolosi per la salute della donna.
Limitando a tre il numero degli ovociti da fecondare, e impedendo il congelamento degli embrioni, la legge diminuisce le probabilità di successo della fecondazione assistita, costringendo le donne a ripetuti trattamenti che aumentano il rischio di danni alla salute.
Cosa dice la legge da abrogare:
ART. 14.
1. È vietata la crioconservazione e la soppressione di embrioni, fermo restando quanto previsto dalla legge 22 maggio 1978, n. 194.
2. Le tecniche di produzione degli embrioni, tenuto conto dell'evoluzione tecnico-scientifica e di quanto previsto dall'articolo 7, comma 3, non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre.
5. La legge vieta l’accesso alle tecniche di procreazione assistita alle coppie portatrici di malattie genetiche, ma non sterili.
Cosa dice la legge da abrogare:
ART. 4.
1. Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l'impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico.
6. La legge obbliga la donna a far nascere un bimbo malato o interrompere la gravidanza, nel caso di trasmissione di malattie genetiche.
Cosa dice la legge da abrogare:
ART. 13.
3. Sono, comunque, vietati:
a) la produzione di embrioni umani a fini di ricerca o di sperimentazione o comunque a fini diversi da quello previsto dalla presente legge;
b) ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti ovvero interventi che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione o comunque tramite procedimenti artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio genetico dell'embrione o del gamete ovvero a predeterminarne caratteristiche genetiche, ad eccezione degli interventi aventi finalità diagnostiche e terapeutiche, di cui al comma 2 del presente articolo;
ART. 14.
1. È vietata la crioconservazione e soppressione di embrioni, fermo restando quanto previsto dalla legge 22 maggio 1978, n. 194".
7. Le legge impedisce di avere un figlio quando entrambi, o uno dei due membri della coppia, siano completamente sterili.
E' infatti vietata la fecondazione eterologa (ossia con utilizzo di seme od ovociti da donatori esterni).
Cosa dice la legge da abrogare:
ART. 4.
3. È vietato il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo.
8. La legge obbliga la donna all’impianto nell’utero anche nel caso di ripensamento da parte della coppia.
Ciò, oltre ad essere in contrasto con la libertà di scelta dell’individuo, è in contrasto con
Cosa dice la legge da abrogare:
ART. 6.
3. La volontà di entrambi i soggetti di accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è espressa per iscritto congiuntamente al medico responsabile della struttura, secondo modalità definite con decreto dei Ministri della giustizia e della salute, adottato ai sensi dell'articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge. Tra la manifestazione della volontà e l'applicazione della tecnica deve intercorrere un termine non inferiore a sette giorni. La volontà può essere revocata da ciascuno dei soggetti indicati dal presente comma fino al momento della fecondazione dell'ovulo.
ART. 14.
1. È vietata la crioconservazione e la soppressione di embrioni, fermo restando quanto previsto dalla legge 22 maggio 1978, n. 194.
9. L’Italia deve poter competere con gli altri paesi nel settore più promettente della ricerca medica e biotecnologica.
L’assenza anche di un solo paese, il ritardo anche di un solo anno, non è indifferente per i risultati della ricerca scientifica.
12/09/2004
Lo specchio del cinema
Come da copione, dopo giorni volti all’overdose da film, la serata di ieri mi ha vista posizionata, popcorn e patatine (ma anche no), occhi sgranati e lacrima in tasca, davanti allo schermo per la premiazione finale della mostra del cinema di Venezia.
Le prime immagini planano sul teatro
E lì, ecco che entrano sul palco
Mi sembravano così indifesi e vulnerabili. E’ questa specie di senso di inferiorità e di bonaria ingenuità del nostro paese, che ho sentito, proiettato in quel palco. La sensazione era quella di un sorriso amaro, un po’ nostalgico, di casa.
Io solitamente non ho sentimenti nazionalistici molto marcati, anzi, ma ieri mi sono sentita come loro esposta ed emozionata nel partecipare in quel ruolo di ospite e, in un certo senso, di protagonista ad un evento importante.
A questo va aggiunto il mio solito effetto spugna che fa si che io mi impregni di tutte le emozioni che sento negli altri, perfino attraverso il filtro della televisione. Cià determina la presenza di un nodo alla gola pemanente lungo l’intera durata di spettacoli come questo.
Mi sono resa conto ieri di quanto questa edizione della mostra del cinema, i temi che molti dei film proiettati hanno trattato, fosse fortemente collocata nel periodo storico presente.
Questo è commovente, quanto la percezione della consapevolezza che ne hanno tutti, negli sguardi, nelle parole. Come quelle della Gerini che, presentando un film di animazione dai temi pacifisti che ha vinto non ricordo quale premio, senza nessuna retorica nel tono o negli intenti apparenti, ha detto, con gli occhi bassi e la voce incerta: “(...) in un momento.. di guerra. Orribile”. Ho avuto un brivido, perché è tangibile che la situazione politica che stiamo vivendo, che limitato alla politica poi non è, permea tutti i campi della nostra vita, si infiltra in ogni situazione, e non solo per volerenecessità formale, o perché sta bene ricordare, ma perché si sente, si respira.
Appare evidente anche l’attenzione che la giuria ha prestato alle tematiche delle pellicole, a quanto sembra prima di ogni altro aspetto. I premi principali sono stati attribuiti infatti a film che pongono al centro le questioni più contraddittorie e ambigue che nascono dal nostro tempo, l’eutanasia, l’aborto. Sono riflessi di un momento storico difficile, ed è bello, secondo me, che il cinema in tutto questo mostri la volontà e l'impegno a rivestire un ruolo forte. E’ un dono, che ci fa. Farci da specchio, proporre delle chiavi di lettura, costituire un nostro bagaglio culturale e di memoria. Ed è per questo che per me è sempre emozionante assistere a questi eventi, vedere degli attori premiati, guardandoli con affetto.
Perché è come se fossero depositari, interpreti, con generosità, di qualcosa di profondamente nostro, che ci appartiene. In questa mostra in particolare.
10/09/2004
Familiarità
Mi piace la strada di casa mia.
Mi piace camminare sui mattoncini rossi della piccola via che dalla mia casa porta a quella di mia nonna.
Di solito c’è una brezza leggera. Comunque, di qualunque tipo di giornata si tratti, nella piccola via che porta a casa di mia nonna di solito l’aria è lieve e fresca.
E, di solito, quando cammino verso casa dopo essere stata da mia nonna fumo una sigaretta e faccio pensieri limpidi e sereni. Sereni anche se sono triste o turbata. Sereni perché quando cammino su quei mattoncini, che mi hanno vista crescere, che io ho visto crescere loro, mi sento io, pienamente. Acquisto una specie di consapevolezza di me, rientro nel centro che dovrei essere io da sola.
E’ come per i parenti di sangue. A volte penso si, però se i familiari non te li sei scelti tu è anche vero che non necessariamente sono migliori o più vicini a te rispetto alle persone che conosci nella tua vita.
Mio zio, per esempio, lascia la macchina in un garage nel mio palazzo, anche se non ci abita.
Ci vediamo raramente ma, ugualmente, quando lo incontro sotto casa, ci si scambia un ciao, nient’altro. Cosa conta se siamo legati da una parentela, quando mi conosce meno del giornalaio da cui compro Dylan Dog tutti i mesi? Almeno lui sa qualcosa di me, che mi piace Dylan Dog.
Però c’è una cosa. I parenti sono qualcos’altro. Rispetto a tutti gli altri. Che quando si sta insieme c’è un’accettazione che va al di là di tutto il resto. C’è un legame che non si spezzerà mai.
Certo dipende, ci sono alcuni familiari che ti amano, che tu ami, e altri lontani anni luce da te.
Ma di fondo c’è un patto implicito, un filo che corre sotto, una specie di fiducia, di possibilità sottointesa
di aiuto reciproco (istinto primitivo di sopravvivenza del ramo parentale?). Una sicurezza. Forse semplicemente, familiarità.
La mia via non è la più bella del mondo. Anche se bella lo è, secondo me. E’ ampia, di aria aperta e marciapiedi larghi di mattoncini. Ci sono gli alberi, tanti, e due piccoli giardini con l’erba bassa, in cui giocavo da piccola. Ché una volta c’erano dei giochi colorati, ora invece solo panchine e cespugli.
La mia via di sera è illuminata da lampioni gialli, e d’estate la gente ci passeggia col gelato e quando è tardi non hai paura di tornare da sola.
E’ solida, la mia via.
10/09/2004
08/09/2004
That I will be good
Sono esausta.
Stamattina, sul giornale, le due volontarie italiane. Rapite. Mentre lo scrivo provo nausea.
E poi questa parola, abusata. E’ questo l’obiettivo forse? Portare allo sfinimento? Provocare assuefazione? Dov’è che vogliamo arrivare, fino a dove è necessario spingersi? Da quanto tempo girano in testa queste domande? Anni. Anni solo perché io ne ho 25. Se ne avessi 50 sarebbero decenni, forse. Assuefazione, è la cosa che più temo. Chiusura, perché non ce la si fa più, a me a volte sembra di soffocare.
Apro il giornale e mi salgono le lacrime. Sempre, in questi giorni. Sono stanca, sono scoraggiata, sono arrabbiata, perché mi stanno togliendo, ci provano con tutte le forze, l’energia. L’energia di credere in qualcosa di bello, di cercare un senso, quella necessaria per vedere una fine a tutto questo. Sempre più lontana e lontana e lontana.
Stamattina ho visto un film, The three rooms of melancholia. Con ironico tempismo questo film è una sorta di documentario intorno al conflitto tra russi e ceceni. Molto lento, troppo, e snervante a tratti, ma intenso. Forse l’irritazione per la prolissità è dovuta anche a questo. La focalizzazione, così ridondante, su questioni e vite e immagini “troppo”. Troppo. Difficili da sopportare, nauseanti da avere davanti agli occhi, e nello stomaco, per ore. Durante il film pensavo a questo. Questo genere di rappresentazioni a cosa mirano? Perchè io sono seduta qui e mi sto facendo del male assistendo alle vite di questi bambini, a queste lacrime, a questo vuoto (come se non ci pensassi già abbastanza anche senza averli davanti agli occhi, tra l’altro)? E’ come voler togliere, pezzo per pezzo, le tessere di un mosaico, e lasciare, sempre di più, solo il muro bianco, scrostato, che c’è sotto. E’ come scavare verso il nichilismo, il vuoto più demotivante. Io non voglio farlo. Io non voglio essere indotta a farlo.
La soluzione? Non c’è, forse. Ma io voglio resistere.
07/09/2004
Curve nella memoria
Io oscillo tra due dimensioni parallele.
Forse tra mille, ma a volte bisogna scegliere. :-)
Due.
Una, quella della realtà. Gli eventi reali, la crudezza di alcune situazioni, di certi dolori,
sofferenze nelle quali solo masochisticamente si potrebbe trovare qualcosa di romantico, o di nostalgico. Ma anche, semplicemente, la concretezza delle cose, sotto la luce del sole, senza filtri aggiunti, per quanto possibile. Il presente, slegato dal passato, nella sua nudità ed essenzialità, senza bisogno di rivestimenti.
Un’altra, quella della lente colorata, opacizzata, ondulata.
Il filtro della nostalgia, della malinconia o forse solamente, in fondo, del bisogno, della mancanza. Quello scarto, che resta tra te, con la tua tensione verso la pienezza e la saturazione dei sensi, e la realtà presente. Lo spazio vuoto colmato di ricordi, di persone che non ci sono o che ci sono ma con colori diversi da quelli che sono nei tuoi occhi quando pensi a loro. Sono gli angoli del presente che (fortunatamente?) diventano curve nella memoria di De Gregori. Sono le sfumature di bianco e di nero che nella musica diventano colori.
Ci sono persone che ho lasciato o che sono rimaste indietro, che i fatti hanno allontanato, che solo se ascolto certe canzoni esplodono in tutte le cose che mi stanno intorno. Grigio che diventa rosso. Tipo i magic moments ripercorsi nei filmati finali di alcune trasmissioni (poco onorevoli, peraltro.. ;-) ).
E allora diventa incomprensibile e insopportabile la lontananza, spuntano strani cuoricini dappertutto, mi crogiolo nel rimpianto e nella nostalgia.
Finchè spengo la radio e penso che si, però quella era stata una stronza aveva fatto questo e quest’altro, alla fine era un’egocentrica superficiale, puah.. e via dicendo.
Sono una pazza.
ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria.
Perciò partiamo, partiamo che il tempo è tutto da bere,
e non guardiamo in faccia nessuno che nessuno ci guarderà.
Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere
e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già?
06/09/2004
Tre giorni, la mostra del cinema e altre stelle
Venerdì. The terminal come un film che sa di buono e di casa, che riscopre la solidarietà, in un lieto fine guadagnato con onestà e un’ingenuità pulita, come i sorrisi che scaldano.
Torno a casa e penso che a volte mi sento bene, bene davvero. Solo sentendo il rumore pulito dei sandali sul parquet. Solo camminando e non pensando a niente, il cielo fermo e sereno. Che a volte è facile essere gentili con le persone, essere semplici, senza disequilibri. Che a volte il “di più”, l’“aspirazione massima” non serve. Va bene quello che c’è. Vai bene tu, senza necessità ulteriori.
Prima di entrare in camera vedo la luce della stanza accanto accesa. E’ mio fratello che si è addormentato prima di spegnerla, un libro in mano. Ha dodici anni, mio fratello. Mentre dorme sembra l’illustrazione di un libro per bambini, il viso che sorride, la palpebra sottile piegata in giù. Sorrido anch’io, e spengo la luce.
Sabato. In coda alla mostra del cinema, sotto ad un geniale un pannello di plastica trasparente applicato a mò di soffitto quale dimostrazione del meccanismo dell’effetto serra, cerco disperatamente di provocare un pur lieve movimento d’aria sventolando il programma dei film. La coda non procede, passano i minuti e non riesco a pensare ad altro, che caldo, non si respira, ma quand’è che aprono ‘sta porta!
Poi penso, è incredibile l’incapacità di un essere umano di staccare la mente dal proprio corpo. Di evadere con la mente dalla condizione corporea contingente. Fa sorridere.
Tendiamo verso la più alta astrazione mentale nel pensiero ma la verità è che la nostra mente non va oltre ad una condizione fisica intrappolante. Ché basta una sosta forzata sotto il sole delle due e il sistema si arresta.
Vorrei parlare, riflettere, per ore su Mysterious Skin come stasera in autobus, come sotto le coperte e non c’è una parola che possa andare bene, definire.
Posso dire della figura esile e dei movimenti sfuggenti, come i suoi occhi, di Neil. Della quiete che nasconde quello che mai si riesce a fermare, a nuotarci dentro, neanche nei 99 minuti della durata del film, neanche in quello spazio, che inizia, che finisce, in cui si può trovare tutto, solamente lì. Come gli 88 tasti di un pianoforte.
La consapevolezza di un destino iniziato troppo presto e da portare a termine, inesorabile.
Neil non parla, non guarda, cammina, fa quello che conosce. Si lascia abbracciare, tenere, ma senza fermarsi, gli occhi bui che corrono. Un momento di incanto, di sospensione nella purezza, quello di lui e la sua amica fedele in piedi a testa in su, coperti da una neve che cade piano e pulisce. Tenerezza, in mezzo alla corsa nel grigio.
Brian invece non capisce ancora. Brian nascosto dietro a un paio di occhiali e ad un maglione, e negli spazi vuoti di cui solo chiudendo un cerchio di cui non conosce l’origine può ritrovare la continuità. Un cerchio che si chiude grazie a Neil, loro due abbracciati su un divano gelido di ricordi.
Mysterious skin è un film che scioglie la stereotipizzazione e la capacità di giudizio.
Che ti accompagna morbido in una storia in cui diventa impossibile delineare i confini che segnino il limite del giusto, della patologia, dell’errore.
Un film bellissimo, unico.
La soddisfazione, le risate nel sentire un’ondata di fischi provenire dalla folla che aspetta Al Pacino pigiata sulle transenne e scoprire che era causata dalla fugace apparizione di Gasparri.
Domenica. Penso all’indigestione di film di questi giorni. Penso a che cosa mi danno, al fatto di bere, bere, guardare, e continuare a farlo. Quando, anche se sono stanca, ho ancora sete.
Penso che dai film cerco di imparare, cerco il nutrimento, l’insegnamento, la chiave. E’ questo. Come nelle frasi delle canzoni che amo. Cerco le risposte, strade percorribili, lampade nuove sotto la cui luce guardare e vedere, forse, qualcos’altro.
E per esempio Shijie qualcuna me ne ha data, di piccole chiavi. La serenità nel distacco, la sospensione che prepara all’accadere dei fatti, senza parole e sbavature oltre il necessario. Quello che io non so imparare, ma che assorbire mi aiuta. Credo.
In autobus, al ritorno, seduto di fronte a me c’è un bambino piccolo che strofina il naso su quello della mamma. Si guardano vicini e i loro profili combaciano perfettamente. Sono incantata, e penso che la bellezza sia racchiusa in questo momento. Una semplicità che vorrei che rivestisse tutto.
03/09/2004
Assenze
Oggi, prima lezione di canto dopo l’estate. Un po’ raffreddata e con la coda tra le gambe vado lì, sapendo di non aver fatto neanche mezzo esercizio da un mese e di essere, per di più, tutta tappata, voce stile Lisa Simpson.
Marzia è splendente, gli occhi lucidi di quando è allegra. I capelli le sono cresciuti, ora ha un sacco di riccetti dappertutto ed il viso solare e paffuto. Mi infonde benessere Marzia, quand’è così, perché so che quello che mi tira fuori finisce con l’essere proporzionale al suo buonumore.
Iniziamo con un po’ di solfeggio, dice brava, i suoni mi escono come se non fosse passato più di un mese dall’ultima lezione, e dall’ultima volta che ho aperto la bocca per cantare.
Sono un po’ stupita e felice. Per me, e per lei, soprattutto. Come sempre. I fatto è che c’è questa cosa strana. Il rapporto tra allievo e insegnante, nel canto.
E’ un po’ come una relazione terapeuta-paziente. C’è una fusione, si crea un’intimità data dal mettere in mezzo tra le due persone una cosa interna a loro. E devi dare.
Il canto è qualcosa che ti appartiene, e che rispecchia una parte profonda di te. Oscilla insieme alle fluttuazioni della tua serenità o della tua tensione, dell’estroversione o introversione, di come ti senti con te stesso e con gli altri.
L’insegnante di canto deve tirare fuori da te qualcosa di delicato e modificarlo, giocarci, raffinarlo. Anche valutarlo, respingerlo perché inadatto o valorizzarlo ed esaltarlo, se è bello. Tu dai, lei prende e restituisce. Può farlo con delicatezza, o con impazienza, con soddisfazione o, al contrario, delusione. Può darti una conferma di te che ti rende felice o frustrarti facendoti sentire inadeguata. Quello che tu vuoi fare, se hai stima dell’altro, è dare la cosa migliore, restituire l’aspettativa riposta, comunicare con quel suono, fatto in quel modo. Limpido, sorridente.
E’ un un rapporto delicato di complicità, accettazione, intimità.
Dopo qualche esercizio Marzia si ferma e dice “Ti hanno già detto della cattiva notizia?”. Sorride imbarazzata. E materna, anche. Lei si è trasferta a Bologna in queste ultime settimane, lavora in uno studio e sembra che dalla fine di questo mese non le daranno più il venerdì pomeriggio libero per venire qui. Non potrà continuare a dare lezioni. Parla con aria contrita e gli occhi un po’ lucidi. Per lei è importante insegnare, è affezianata ai suoi allievi e le dispiace tanto. Eh.. faccio.
Non so che dire.
Un altro distacco, penso, mentre lei mi parla di un’altra istruttrice della scuola che pensa adatta a me, per il carattere, per il tipo di musica che insegna.
Da un anno e mezzo tutte le settimane vedo lei, sudo freddo quando mi chiede qualcosa di più difficlie, esco saltellante e liberata quando riesco ad esprimere quello che volevo, a far scorrere, e lei mi abbraccia raggiante e soddisfatta, o frustrata quando tutto è bloccato. Con lei riesco cantare in un modo che con nessun altro. A lasciar andare tutto, senza inibizioni. A ridere dei miei occhi lucidi, della voce smorzata, cantando una canzone troppo bella, in un momento troppo difficile.
E ora, giustamente, anche questa.
Cambiare. Ché tutto finisce, bisogna sempre riadattarsi e modificare, e ripartire, senza adagiarsi mai.
Non è cosa per me, il fatto è questo.
Io vorrei costruire, e sapere di poter abitare. Io vivo legami, è la cosa più importante per me, e non so prevedere scioglierli. Non voglio dover pensare che accadrà.
Io non cammino sui pezzi di vetro. Non ne sono capace.
Invece da un po’ le persone si sono messe d’accordo di scomparire, una dopo l’altra.
Ognuno per la sua strada, non è così che funziona? Non parlo certo di Marzia, ché si tratta di lavoro, è una cosa subìta.
Parlo dell’uso strumentale dei rapporti, anche i più stretti. Parlo del volere vicino a sé o respingere una persona solamente in base alle proprie esigenze del momento, senza guardare oltre, senza prendersi cura. Già, il prendersi cura.
Di costruire un rapporto, crederci, dare, ed essere l’unica colonna che resta.
Parlo dell’assenza, della mancanza.
Di casa o, invece, di freddo.
E nelle pieghe della mano una linea che gira
e lui risponde serio "è mia"
sottindente la vita.
03/09/2004
Strati

1. Cadono le stelle, sono cieco
e dove cadono non so
cercherò, proverò, davvero
ad avere sempre su di me il profumo delle mani
riuscire a fare sogni tridimensionali
non chiedere mai niente al mondo
solo te
come una cosa che non c'è
cercando dappertutto anche in me
ti vedo.
2. Dentro al replay
per un attimo c'ero e anche lei
ma in quel momento
qualcosa ho cancellato
si è fermato il tempo, la sua regolarità
e come se morissi
è sparita anche la luna,
è cominciata l'eclissi.
3. Cadono le stelle
allora è vero
e io non so se ci sarò
dove andrò, non lo so
se lo merito o no
se correggerò gli effetti dei miei guasti nucleari
se troverò il coraggio ti telefono domani
e più sarò lontano e più sarò da te
dimenticato e muto
come uno che non c'è.
4. Tornerò, tornerò davvero
a sentire su di me profumo delle mani
di notte io farò sogni tridimensionali
senza chiedere mai niente al mondo
neanche a te
senza chiedermi perché
ti vedo dappertutto
anche in me
ti vedo.
(Samuele Bersani-Replay)
01/09/2004
Fahrenheit 9/11
Non andate a vederlo.
Se:
-soffrite di pressione alta;
-il vostro umore, una volta tanto, è alle stelle e non volete rovinarvelo;
-il vostro umore è ai minimi storici, siete depressi e soggetti ad istinti suicidi;
-non siete provvisti di un pacchetto di fazzoletti e non volete consumare la manica della vostra giacca nuova;
-avete una bassa autostima e pensate di non poter influire molto sull'andamento delle cose, nel mondo;
-avete la stoffa del kamikaze e tendenze omicide nei confronti di Bush
-oppure avete cercato strenuamente di giustificare questa guerra e di credere negli ideali di pace e libertà dell’esercito americano e pensate che mettervi in discussione, a questo punto, potrebbe essere troppo dannoso per il vostro equilibrio;
in ognuno di questi casi la situazione potrebbe peggiorare drammaticamente, siete avvisati.
Io oggi ci sono andata, a vederlo, con mia madre. Io, agguerritissima; lei, che guidando mi chiede giuliva "Chi è che c'è, di attori?". Io "Mamma!!!". Lei "Ah, è vero.. che stupida! ... Va beh che Bush faceva l'attore prima, no?", "Mamma?!?".
Lo spettacolo era quello delle 17:30, ma il cinema era pieno. Già mi commuovo, solo per questo.
Mi commuovo davanti ai filmati che testimoniano l'assurdità dell'elezione viziata di Bush, le proteste, non accolte, dei neri -pro Gore- a cui in Florida non è stato permesso di votare, lo spirito di combattimento da guerra stellare dei videogiochi dei soldati in Iraq, la madre che urla di disperazione per il figlio perduto.
Mi commuovo quando, allo scorrere dei titoli di coda, le persone intorno a me iniziano a battere le mani, con veemenza, con indignazione, col sollievo dato dall'impressione di essere lì, uniti contro qualcosa, con determinazione.
Quando vedo il signore che cammina dietro di me, all'uscita, con gli occhi lucidi, come i miei.
Speriamo che serva. Speriamo tanto.

