31/10/2004

Una vita con delle tazzine...


Camminavamo dentro un centro commerciale di Padova in uno stato ilare e confusionale.
Ilare perché confusionale.
Confusionale per l’infinita attesa non voluta e non sensata di lui che stava lavorando, per l’isteria ciclicamente riemergente di G., per la proliferazione di idiozie deliranti che da ciò derivano.
Poco prima G. si era lanciata con aria afflitta e (proprio perché afflitta) decisa su un divano di uno stand promozionale seguendo un mio scherzoso: “Vabbé allora buttiamoci sul divano và”.
Sembra che non avesse colto la battuta e che non si fosse resa conto che il divano in questione era lì in esposizione. In effetti non è molto comune la presenza di un divano, peraltro piuttosto elegante, destinato al riposo dei passanti nella corsia di un ipermercato.
Quindi, G., con aria indifferente, a un certo punto si lascia andare in uno scoraggiato: “Perché vedi, per esempio a te quando ti si sta vicino si capisce che tu sai cosa significa una vita con delle tazzine, del thè… (invece io...!)”.

di Irene alle 17:27:59 7 Commenti

28/10/2004

Date al diavolo un bimbo per cena


Il quadro fuori dalla cornice-Lorenzo






Giova a me jova a te jova a tutti quelli che
ci vogliono stare dentro
alla periferia di nessun centro

Chi inventò il dubbio che gli spaccò il culo
si sta così bene quando si é al sicuro

Il mondo é la mia casa il cielo é il mio tetto
ho perso le chiavi sto qui fuori e aspetto


Ho il mio cucchiaino io per travasare il mare
fin qui tutto bene posso continuare
ho una cicatrice sembra un tatuaggio
sai che cosa dice avanti coraggio!


Date al diavolo un bimbo per cena, 1, 2, 3 ragazzini

Date al diavolo un bimbo per cena, 10, 100, 1000 bambini


Il mondo é una domanda aspetta una risposta
ogni luogo é un divieto di sosta


L'equibrio statico é un calcolo dinamico
eccoti un coltello cazzo non ha il manico
quindi stai attento che puoi farti male
ho una conoscenza dimmi quanto vale


Martiri del rap vivi per miracolo
come un cavallo io salto l'ostacolo
fino a che l'ostacolo é più alto di me
in questo caso incolperò te

Chi conosce il mare lo sa rispettare
molti marinai non sanno nuotare

Se io fossi eletto già nel primo mese
fonderei il ministero delle sorprese
tutte positive nnnaturalmente
é il tuo compleanno improvvisamente

Dici tutto bene non ti preoccupare
ma ti vedo strana e non so che fare
1 per il letto, 2 per il calore
3 per la forchetta, 4 per l'amore
son fatte di lacrime l'entrata e l'uscita
sono innamorato questa si che é vita

In fondo alla notte ci sta la mattina
arriva fino al mare l'acqua della mia piscina
io sono la forma sono il contenuto
io sono la bocca io sono lo sputo
io sono il vinile sono la puntina
io sono la presa e sono la spina

Oggi tutto quadra apri quella porta
c'è una ciliegina sopra la mia torta

Erra sia chi sbaglia che chi é vagabondo
ma se io non erro non so com'é il mondo
se ci fossi il modo pagherei un milione
per ogni volta che mi eviti una decisione
in meditazione medito la fuga
tanto prima o poi vince la tartaruga


Se il mondo é un pianoforte
mi sono innamorato della vita
guardandola attraverso gli occhi dell'amore mio
così rotonda e così misteriosa
leggera profonda bellissima e paurosa
per niente pittoresca ne rassicurante


Lorenzo






Io sono una foglia attaccata a un ramo
prima di cadere ti dirò ti amo

(Date al diavolo un bimbo per cena-Lorenzo)

E io questa canzone era da mesi che volevo scriverla qui. Ché è un covo di delirio e genialità. Un mantra ripetitivo e febbricitante che, con lo stesso ritmo insistente e sempre uguale a sè stesso procede per qualcosa come dodici minuti battendo e dicendo cose e cose e cose, numerate e sparpagliate. Ho riportato qui solo quelle che amo di più, e che più mi fanno sorridere e ridere, ma ascoltatela, che fa bene...

E questo è il centesimo.

di Irene alle 16:32:18 25 Commenti

26/10/2004

Porte


Ieri sono tornata ad assistere ad una lezione di un professore di cui frequentavo il corso prima di laurearmi, un paio di anni fa. Era da tempo che desideravo farlo, ché ascoltare le sue parole è un piacere che riscalda, che stimola, che riapre porte socchiuse, se lo sono, acuisce il pensiero, riscopre le sue possibilità infinite e plastiche, che non richiedono struttura facile e preconcetta.

Il professore di cui parlo si chiama Alessando Salvini, insegna psicologia clinica, uno degli insegnamenti più importanti, da noi.
E’ una persona che si guadagna il rispetto degli studenti rispettandoli. Ché il suo non è un rispetto formale, ma un attribuire valore, un dare aprioristicamente fiducia, che deriva da un riconoscimento di parità che pure appiattimento non è, perché la distanza, in realtà, si sente tutta. Ed è un distacco sano e reale, produttivo, tra insegnate e allievo.
Quando parla, Salvini (questa la caratteristica lo rende celebre tra gli studenti), resta completamente immobile, con ogni minimo tratto del viso, esclusa la bocca. Non sorride mai, quasi mai. Ma i suoi occhi sono vivi e di un ironia energica e complice e rigenerante. Questo professore dall’aspetto serio e deferente può parlare di “sogni”, o di altri argomenti che potrebbereo sembrare, per pudore, sciocchi o frivoli, attribuendo loro una dignità ed un rispetto straordinari. E dolci. Questa persona una volta ha detto che “Non si possono sommare pere, scarpe e sogni” e non so se, estrapolata dal contesto e dall’espressione del suo viso, si può capire la poesia e l’esattezza di questa frase. Che in alcune parole, che portano con sé alcune intenzioni, c’è dentro tutto.
Ieri ero seduta in mezzo a centinaia di studenti che ancora frequentavano le sue lezioni come corsisti, prendevano appunti e sul banco tenevano i suoi libri e cercavo (che strano vedermi come osservatore e partecipante esterno in una realtà così familiare fino a poco tempo fa!) di conservare ogni pensiero che derivava dai suoi discorsi come un tesoro o un seme da far germogliare.
...continua...
di Irene alle 14:59:13 12 Commenti

26/10/2004

Quattro porte


Nella lezione di ieri si è parlato di come “sfuggire alla noiosa coincidenza con noi stessi”. Come farlo? Come non percorrere sempre gli stessi sentieri in un cerchio chiuso? Quali modi adottiamo, noi, per spezzarlo?

Non una parola in più, non un prolungamento ridondante o superfluo nell’accenno di un ragionamento che sta a te cogliere nel momento in cui nasce e, se ti “serve”, farlo crescere.

Ho ascoltato di come i vestiti che indossiamo costruiscono il mondo. Il nostro mondo. Vestendoci in un certo modo, in una particolare giornata, decidiamo come viverla, quali reazioni provocare, entriamo in una “narrazione”, la nostra. Se poi il mio modo di vestire lo condivido con molte altre persone, può sembrare che questo “modo” non sia costruito, da me, da te, dalle altre persone, ma che sia LA realtà. Oggettiva. Ecco poi la non comprensione dell’alterità quale frutto di una “costruzione”, individuale o cultrale, ma sempre costruzione tale e quale alla mia, quindi sullo stesso piano.

Di come bisogna stare attenti a non trasformare ciò che per noi è incomprensibile in patologico. A non infilare in categorie, spesso peraltro senza fondamento, ciò che non comprendiamo. Ché bisogna, invece, guardare alle cose con occhi puliti. Puliti, che non significa neutri, che “gli occhi neutri non vedono nulla”. Stando ai margini, solo così si può capire il mondo.
Di come noi psicologi in fondo ci occupiamo dei sogni delle persone. Io questa cosa di parlare di sogni allo stesso modo, con la stessa considerazione e serietà di come si potrebbe discutere di “progetti lavorativi delle persone” lo trovo commovente e segno di un rispetto nei confronti dell’”altro”, che è straordinario, e prezioso. Ci occupiamo dei sogni perché sono questi che in ultimo guidano le rappresentazioni, le azioni, le costruzioni della realtà delle persone.
E avrei voluto andare da lui, a fine lezione, e dirgli solo grazie. Ma grazie davvero.
Ma il pudore, il pudore. E forse è meglio così. Che forse lo sa ugualmente, quanto sono importanti le sue parole, che vengono raccolte.

di Irene alle 14:57:05 6 Commenti

23/10/2004

Stasi

StasiVorrei far uscire questo grigio che ho dentro oggi. Che è anche il grigio del cielo. Che è la violenza di una cosa che ho accettato e che non volevo. Una violenza autoimposta, che io ho lasciato che fosse. Sottile, di cose piccole, di cose fatte senza cattiveria. Di cose fatte, anzi, con amore, o qualcosa che si dichiara come tale. Ma che non mi appartiene, che non voglio. E sono fredda e sono dura. Non sono superficie liscia ma corazza che produce attrito. Che si difende attraverso l’attrito. E’ un liquido che si incamera e si autoalimenta al mio interno. Vorrei che fosse una guaina, quel luogo. Vorrei avere un ago con cui toccarla e far uscire tutto. Che rimanesse solo quello che sono io, solo il necessario. Che non sono io, questa. Questa durezza che sento e che non riconosco, che non capisco neanche se nasce dentro di me o dai suoi gesti. Questa tendenza distruttiva che vorrebbe eliminare tutto. Prendere a calci tutto, il buono, il cattivo, senza discriminazione, tutto. Così da poter restare al punto zero. Distesa su un pavimento nudo, le mura spoglie. Il bianco, l'essenziale. Ho fatto degli errori, ho dato quello che non potevo, quello che non volevo. Ho lasciato calpestare un terreno che era tornato, con fatica, vergine, e che doveva restare tale.
Ho lasciato andare, e non è andato. E’ rimasto qui, come un peso, come un gonfiore. Non c’è movimento, c’è stasi, come un pallone da scoppiare. Sono un fiore senza acqua, o che ne ha troppa, e ristagna. Una luce spenta. Non so trovare nutrimento nel mio terreno. Che è inquinato da qualcosa di non mio. Voglio solo porre fine a questa situazione. Staccarmi, da tutto. Ristabilire i confini. Ritrovare i colori. Voglio alzarmi.

...

E stanotte è questa canzone che mi ha riportata a casa. E che mi ha riportata da me.
Che Elisa ha questo dono, e le sue parole e la sua voce sono una carezza intensa, che
cerca, e che trova. Da sempre. Come le onde del mare, che portano e riportano qualcosa
che ritorna sempre. Te stessa. E la musica è un dono, enorme.

I’ll get away, get in the car
I’ll reach the shore before sunrise
And I’ll watch the moon and the stars
I’ll tell them everything about us

I left last night
I reached the shore
Trying to find everything I lost
In a thousand waves, a million waves
Oh still, somewhere I am sure
That I will see your face
I will see you there

Morning sun
Before you will rise
Before you’ll come and shine again on us
Let me find, let me find, let me find
Some comfort in the night
Cause I didn’t mind what I’ve lost
I’ve reached the shore
And nothing ever changed
In a thousand waves
A million waves

Oh still I look for love
And all I see is your face
all I see is your face
all I see is your face
I bleed but I’m choosing you again
I’m done but I’m ready to begin

di Irene alle 17:06:58 13 Commenti

21/10/2004

Questa si, è per te


Scorre








Ti ricordi, un pomeriggio sotto le coperte nella penombra di una stanza d'albergo a Bologna. Un auricolare per ciascuno, dentro De Gregori, a parlare dell'interpretazione di questa frase

E con le stesse scarpe camminare
per diverse strade
o con diverse scarpe
su una strada sola

che io ancora non l'ho capito, qual'è, se è possibile che si faccia trovare, quella giusta.
Ma oggi ero in macchina, e dopo mesi, anni forse, riascoltavo questa canzone. E pensavo. Che quello che dice, nel nostro passato e nel nostro presente, è come una promessa. E' stata una promessa che non abbiamo pronunciato, quel pomeriggio. Ma che abbiamo mantenuto. Perché è così che va. E' così che è andata, come nella canzone. Che è vera come solo alcune parole possono essere.

Pioggia e sole cambiano
la faccia alle persone
Fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano
e tornano
e non la smettono
mai
Sempre
e per sempre tu
ricordati
dovunque sei, se mi cercherai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai
Ho visto gente andare, perdersi e tornare
e perdersi ancora
e tendere la mano a mani vuote
E con le stesse scarpe camminare
per diverse strade
o con diverse scarpe
su una strada sola
Tu non credere
se qualcuno ti dirà
che non sono più lo stesso ormai
Pioggia e sole abbaiano e mordono
ma lasciano, lasciano il tempo che trovano
E il vero amore può nascondersi,
confondersi
ma non può perdersi
mai
Sempre
e per sempre
dalla stessa parte mi troverai

E se l'avessi saputo, quel giorno a Bologna, che le stesse parole (che le parole non cambiano mai, e un personaggio di Radiofreccia diceva invece le canzoni non ti tradiscono, le trovi sempre lì, quando tu vuoi trovarle, intatte) le avrei ascoltate tre, forse quattro anni dopo nella mia macchina nuova, tornando da Padova, in testa una riunione di lavoro, una persona che non sei tu da andare a trovare. Tu lì, nella tua vita, io nella mia. Se l'avessi saputo, avrei pensato che la continuità non si può capire, che nell'attimo non si può cogliere. Ma se pioggia e sole cambiano la faccia alle persone, io sono sempre uguale, in fondo, e anche tu lo sei. Lo posso dire oggi. E tu lo sai, e io lo so. Dalla stessa parte.
Però chissà, se stiamo camminando con le stesse scarpe per diverse strade o con diverse scarpe, su una strada sola.

di Irene alle 17:40:46 11 Commenti

18/10/2004

Così a metà

gioia







Vai

Musica lenta al pianoforte

dolce e densa e calda

La notte scorre e se ne va

Con lei ricordi che

rimangono così a metà

Il giorno è pieno di perché

ma non mi importa sai

se posso stare insieme a lei

Se non vivessi
ancora una volta
di opposte estremità
che forse sono io
Se non giocassi a comprenderle infinitamente
in un costante movimento dialettico
invece di scegliere
definire
per una volta


Se fossi un angelo, si, proprio un angelo

forse mi dannerei

Puntami un arma su

per non pensarla più

So già che morirei

Le dirò di non voltarsi mai

Mi accecherò

per non vedere le mie lacrime

riflesse dall’immagine di lei


Si chiama paura?
La continua relativizzazione
che non decide
che è vita vita vita
senza pretendere chiarezza
senza pensare di capire


So già che non cambierà mai

né cambierà l’idea

che si è già fatta su di me

Raggiungerla non mi sarà possibile giammai

In ogni senso finirà

E non vorrei che poi sognando solo noi

non mi svegliassi più

So che non riuscirei a ritrovar la via per ritornare qui


La luce sottile dietro le ciglia nere socchiuse
Un filo rosa della mia sciarpa conservato intorno al polso
La voce morbida di questa canzone
La sua presenza che c'è e spinge
e vive e si compenetra con la mia quotidianità

Le sue espressioni più ingenue
che sorprendo impregnate di un passato
così distante dal mio
Come due vite parallele incrociate
in un punto estraneo ad entrambi
vibrando nel buio
senza decidere se resistere
o scivolare in un luogo caldo

E il senso di estraneità
La lontananza nel pensiero che fa freddo
che fa paura
L'attenzione vigile
per non sprecare niente
per non sbagliare inutilmente
Che tornare indietro
è un lavoro infinito che conosco
che ora non posso
che ora non voglio

E la continua incertezza
la continua voglia
la continua sete

Le dirò di non voltarsi mai

Mi accecherò

per non vedere le mie lacrime

riflesse dall’immagine di lei

…che va via.

di Irene alle 23:48:49 26 Commenti

16/10/2004

Delle colline di Bologna e di altre salite e discese


A Forte Marghera io stamattina c’ero andata per ascoltare la lettura di Enrico Brizzi.
Brizzi ha scritto, tra gli altri, un libro che comprende tutti i colori, le forme, le atmosfere di come io, dall'adolescenza, ho sempre pensato i rapporti tra due persone, che si... amano? Ché amore, per dire, è già una definizione in cui non si sta bene. Come tutte le definizioni. Strette. Questo, a me, dice Jack JFFrusciante è uscito dal gruppo. Che bastano gli occhi, che basta l’aria in faccia, il tatto, gli odori. Che basta sentire. Che le parole non contano o contano come mezzo, non come fine o, peggio, presupposto aprioristico. Che non c’è bisogno di dire o di spiegare ma di esserci e basta. Di essere nelle cose che senti nello stomaco, in quelle che ti danno quell’energia, che ti danno quella felicità acuta, che satura tutto. Senza lasciare spazio per accordi o passi guidati e prestabiliti. Senza aver bisogno di definire quello che c’è e basta, e che in ogni caso è in mezzo. Nel mezzo di qualsiasi schema catalogante. Fuori dal libro, come diceva Alex. Fuori in ogni caso.
Per sentire Enrico Brizzi, mi trovavo lì. E, infatti, entro nel capannone e la sua è la prima faccia che vedo, in mezzo alle altre. Familiare, che già lo conoscevo, il viso di Enrico Brizzi.
Entro, e non è lui che sta leggendo. Entro, e vedo proiettate nello schermo immagini che conosco. Stamattina a Forte Marghera proiettavano un filmato sul petrolchimico.
Immagini e storie che noi che viviamo da queste parti conosciamo bene. Ma che non bastano mai. Persone dal modo di parlare così consueto, persone così vicine che raccontano di lotte, raccontano di realtà che se si potessero veramente comprendere per quello che sono, non si potrebbe pensare ad altro. Ché se avessimo la forza di sentire, al di là delle difese che ognuno davanti a certe situazioni mette in atto, sulla nostra pelle quello che succede dentro a quelle fabbriche, si potrebbe farmare tutto. Che poche sono le cose così rivoltanti*.
Guardavo il filmato e gli occhi attenti delle persone intorno. Quelli rossi e pieni di lacrime di una signora che si è alzata ed è uscita dalla stanza, tornando solo dopo qualche decina di minuti per prendere la madre, anziana, e portarla via. Lo sguardo rotondo e fermo di Enrico Brizzi. E tranquillo e profondo e pulito. Opaco e luminoso. Lo stesso che ha riflettuto, prima di leggere il passo che aveva in programma, “la nobiltà delle persone semplici”, e ancora la semplicità ma il peso della frase “uniti, si vince”.
Brizzi ha letto qualche pagina di “Due di due”, uno dei primi libri di De Carlo, che io, tra l’altro, ho letto nello stesso periodo di Jack Frusciante. Tonde e piene e solide erano anche le sue parole, che prendevano forma nei movimenti del viso, della fronte. Che avevano una forza e una precisione nei cambiamenti di direzione che affascinavano. Enrico Brizzi dagli occhi castani e lo sguardo colorato. La felpa col cappuccio e i capelli scompigliati.
Mi ha fatto un po’ di nostalgia, Due di due. Ancora gli ideali, le idee spaziose e pulite, dell’adolescenza. Ancora quel pensiero aperto di scoperte e di primi impatti che poi bisogna stare attenti a non dimenticare, mai.
La voce narrante del libro diceva di quando leggi un libro e poi per settimane vivi nella sua atmosfera. Chissà se poi cambia, questa capascità di entrare, nell’atmosfera dei libri letti.
Io, dentro quella delle colline e delle corse in bici e poi, insieme, in vespa, di Alex e Aidi, forse un po’ ci cammino ancora.


*Per chi ne volesse sapere di più una buona lettura è: Bettin, Dianese, 2002. Petrolkiller. Ed Feltrinelli.

di Irene alle 16:27:18 28 Commenti

15/10/2004

Il mio coniglio


CarrieSto interagendo col mio coniglio.

All'inizio abbiamo cercato di fare amicizia e di prendere confidenza l'uno con l'altra.
Volevo rassicurarlo un po' così mi sono seduta sul divano e gli ho fatto un sacco di coccole e di carezze, lisciandogli il pelo e le orecchie.
Lui (lei, però è sempre un coniglio e bisogna parlarne al maschile, credo... insomma, a me viene così) prima era tutto agitato, poi restava lì con gli occhi socchiusi e le orecchie abbassate oppure cercava di arrampicarsi sul mio maglione e mi faceva il solletico con i baffi sul viso. Mi ha leccato le mani ed ha anche cercato di rosicchiarmi un dito. Ci conosciamo abbastanza bene, adesso. Ora è sul mio letto che sta sperimentando la libertà saltellando qua e là.
Qui sembra uno scoiattoloE' stupendo avere un essere vivente piccolo e morbidoso che ti gira intorno. Ancora non ci posso credere.
Fa delle cose bellissime, il mio coniglio. Si lecca le zampe, diventa piccolissimo quand'è rannicchiato e poi si allunga tutto per esplorare ed arrampicarsi da qualche parte. Saltella e poi diventa un batuffolo che si riposa. Tiene le orecchie basse, lisce e affilate e poi le alza a novanta gradi quando sente qualche rumore. Se gli carezzi una guancia alza l'orecchia corrispondente. E tutte cose così.
Sono innamorata del mio coniglio, se non si fosse capito.

di Irene alle 15:30:06 11 Commenti

14/10/2004

Altro che riccio (senza offesa per i ricci)

Carrie





Io ho un coniglio.
Ce l'ho da oggi.
E' piccolo, tutto nero e si chiama Carrie, come la canzone.
E' una coniglietta.
Per seri motivi logistici, Carrie vive a casa sua.
Però la verità è che è mia, e si sa. :-)

Questa è una foto provvisoria che non le rende giustizia. Seguirà di meglio. Ma dovevo farvela vedere
immediatamente!
di Irene alle 19:10:22 23 Commenti

13/10/2004

Un po' come

RiccioUn po' come la pecora del piccolo principe, solo che qui si tratta di uno stupido riccio che una notte camminava davanti a noi, fingendo di essere un topo.
Ma era un riccio, e si era anche incastrato nel quadrato della rete metallica di un contenitore di depliants pubblicitari. Noi l'abbiamo salvato arrivando, per disperazione, a dargli piccoli pugni sul di dietro. Sugli stupidissimi aculei che, si sa, sono come le spine delle rose. Che "I fiori sono deboli. Sono ingenui. Si rassicurano come possono. Si credono terribili con le loro spine". Lui vegognandosi un po' e, non ultimo, temendo per la sua vita, è diventato pallina immobile e dura. Così l'abbiamo messo in una scatola e portato a casa. Lui, l'indomani, mi ha raccontato che di notte è stato svegliato da rumori molesti, che, accendendo la luce, si sono rivelati essere legati al piccolo musetto affilato che spuntava dal buco che lui aveva ritagliato nel cartone. Ha dovuto portarlo in cucina. Pare che i nostri ex-due gatti gli abbiano fatto la guardia per tutta la notte.
Non ho più potuto vederlo, quello stupido riccio.
La mattina seguente è stato restituito al suo vagabondare, in circonstanze misteriose e non per nostra mano, nel parco vicino a casa.
Questo post, va detto, è del tutto autoreferenziale, dato che per tutta la durata della sua creazione mi sono trovata a ridere piegata in due come una cretina, completamente sola nella stanza.
di Irene alle 15:16:06 13 Commenti

12/10/2004

Una stella ristrutturata


Mare grigioQui oggi è Natale dal freddo che fa, dal cielo che c’è. Io canticchio il motivo di Carboni e Jovanotti, O è Natale tutti i giorni… e penso, nella canzone, nell’aria pungente, che ci sono ricordi che a volte sono più vivi del presente. Che la verità è che sto vivendo a cavallo di due piani di realtà, oscillanti e sovrapposti. Ed ora capisco, come si fa.
In uno siamo io e lui, come sempre. Sono io, che dentro porto lui. E’ la me stessa che mi sembra di aver sempre conosciuto, è il luogo di me in cui da sempre, perchè sembra un tempo dilatato a sempre, trovo calore, un calore che ormai è nostalgia, una
malinconia dolce. Nell’altro ci sono io, slegata. Io da sola. Io che sto scoprendo un’altra, altre, possibilità, ma senza tenere nessuna mano. Io che cammino e a volte mi accorgo di farlo in equilibrio su un filo, senza una spalla a cui appoggiarmi. Non veramente. Non come la sua. Ed è più sano, ed è normale. Lo so. Ma.
Ci sono strette allo stomaco che tornano. Toni di voce che mancano. Carezze che così, nessuno mai. Carezze dentro, che scaldano, che sono casa. Ed io sono come una figlia che è andata via. Lasciando intatta la sua camera, con i poster, con le bambole, i sogni. Lui come una famiglia che dice ora vai. Che dice vola. Che piano stacca la mano dalla mia, continuando a guardarmi da lontano. Come una coperta di Linus consumata e consumata, che coperta non può più essere. Ma che rimane. Che puoi ritrovare dove l’hai lasciata guardandola con gli occhi luccicanti. Ed io per questo lo stimo, e proprio ora che sto camminando da sola vorrei ripetergli all’infinito tutto l’amore che ancora c’è, appiccicato dappertutto, sulle mie cose, nei miei ricordi. L’amore perso, quello che ora devo ricostruire. L’unicità, questa cosa enorme che sento quando penso a lui e che, lo so, rimarrà sempre.

Rimarcarlo infinitamente come una definitiva restituzione, come la suggellazione di un patto, come una rassicurazione su quello che sono su quello che ero su quello che posso essere.

Ed è difficile. Vedere lui a casa mia, in cucina insieme ai miei genitori –un brivido-, guardare con lui le mie, le nostre foto, lui sereno, io col cuore in gola, sentirlo e lasciarlo entrare, fargli posto, in uno spazio che prima era nostro. Assistere a frastornanti sovrapposizioni. Che io a questi aspetti della vita non sono pronta mai. Non sono adatti a me, ai miei ideali fusionali di comunione totale, di stabilità. Che il tempo è quello giusto, che presto non è più. Anzi. Ma io non parto da zero. Ma lui c’è ancora, in fondo, forse ci sarà sempre in questo modo. C’è per me e c’è per la mia famiglia, lo sento ora più che mai. Si, fa paura. Che a volte ho il suo nome sulle labbra, a volte vedo lui, con la coda dell’occhio, al posto suo. Si, è difficile. Ma ora che lo scrivo, lo sembra un po’ meno.

di Irene alle 15:13:42 26 Commenti

11/10/2004

Eri in mezzo a una vita che poteva andare ma non si sapeva dove


La luce di un fiammiferoOggi l'ho rivisto. Aspettava in piedi davanti ad un semaforo con un amico, forse, e sorrideva.
A me invece è venuto da piangere. Con gli angoli della bocca in giù, come quand'ero piccola. Quelle lacrime pulite, non forzate, che cadono dagli occhi semplicemente, slegate da ogni pensiero inquina(nte)to. Lo vedo a volte sull'autobus, con un misto di timore e nostalgia, e tenerezza. Spio non vista il suo sguardo vacuo, cercando di cogliervi un indizio, una luce, una qualsiasi intenzionalità. Penso alla distanza che ricopre quei pochi metri e tutti questi anni. Se lui immagina chi sono io. Se lui sa che io sono quella bimba a cui proprio lui ha insegnato a camminare, a cui leggeva le favole, che incantava con la luce di un fiammifero. A cui forse lui voleva bene.
Io e G.Mia madre mi ha sempre raccontato che quando si è ammalato soltanto io rimanevo al di fuori dai suoi deliri paranoici, dalle ossessioni, dalle gelosie farneticanti. Lei, però, temeva ugualmente, per me, le sue minacce, la sua follia.
Così questo amico divertente, affettuoso, spiritoso, si trasforma improvvisamente nell'uomo cattivo. L'immagine nella mia mente ruota e si ricompone al contrario, in colori inquietanti. Questo viso familiare con i folti baffi e gli occhi spiritati che forse ricordo, o che semplicemente ho sempre visto negli album delle foto della mia infanzia, è trasfigurato nel signore alto dall'aria smarrita, e triste, che a volte incontro per strada, raggelandomi. E vorrei fermarmi, vorrei parlargli, vorrei sorridergli.
Mi ferma la paura. Lui ora come sarà? Come reagirebbe? Può essere violento? E' un folle? Dove è finita la sua vita? Lui è la persona verso cui io ho fatto i miei primi passi.
di Irene alle 15:56:33 21 Commenti

07/10/2004

Il piccolo anello di corallo


Si dà il caso che io ieri mi sia trovata ad essere protagonista e benefattrice nell’ambito della vicenda del ritrovamento della scatola dei gioielli di mia nonna, che lei aveva provveduto a nascondere in garage (quello di mio zio, peraltro), non prima di averla inserita in numerose buste del supermarcato a loro volta avvolte in diversi stracci, il tutto infilato nella bacinella rossa che giace sotto il lavandino del medesimo garage. Il punto è che il prezioso fagotto era da tempo scomparso dall’ingegnoso nascondiglio destando in noi seri dubbi riguardo all’onestà della perfida, avida, zia che l’avrebbe trafugato attendendo tempi più quieti per poter finalmente beneficiare del bottino. Dubbi che tuttavia non sono ancora, né forse mai saranno, stati fugati, dato che il pregiato involto è stato inspiegabilmente rinvenuto dalla sottoscritta nientemeno che nell’angolo più remoto della più elevata mensola del locale, alta circa mezzo metro più della ricurva nonnina.

La parte migliore dell’accadimento è stata però quella in cui la sottoscritta e la nonnina si trovano sedute attorno ad un tavolo a spiare il contenuto di tutte le piccole scatoline racchiuse nell’industrioso fagotto. Spille, anelli, bracciali, lievemente anneriti dal tempo. Pietre opache, enormi, di forme che adesso mai potresti vedere. La fede della mai bisnonna e quella del nonno. L’anello che lui a regalato alla nonna quando è nata mai madre e quello di findazamento.

Poi vedo un anello minuscolo che ricordo. Su un sottile cerchietto d’oro è trattenuta da quattro graffette una piccola pietra tondeggiante, di colore arancio. Rosa salmone, circa così. E' corallo. Sembra un po' una zigulì, una pastiglietta. E' l'oggetto più semplice e indifeso che si possa immaginare. E' un anello d'oro, ma è umile, discreto. La nonna mi racconta che questo anello ha più di cento anni. Era di una contessa che quando lei era piccola e viveva sola con la madre e in forti ristrettezze economiche più volte le ha aiutate. Quando poi mia nonna a si è diplomata, questa signora, ormai anziana, le ha regalato il suo anello, che le apparteneva da quando era ragazzina. Questo anellino. 
Insomma, l'anello della contessa ora appartiene a me. Sulla mia mano ha un'altra sembianza, rispetto a come appariva nella sua scatolina. E la mia mano ha un altro aspetto insieme a lui. Stiamo bene insieme, ci somigliamo. Solo che lui è più placido e sereno di me. E mi insegna. L'equilibrio, e la semplicità. Quella distanza leggera che va bene tenere dalle cose. Mi insegna ad essere un po' più grande.

di Irene alle 15:40:29 17 Commenti

06/10/2004

Tamalettera


Oggi mi è arrivata quella che si potrebbe pertinentemente definire una discussa lettera del mio Tamaboy.
Il mio Tamaboy





Ecco, lui dice così.

Cara Irene,
è un pò che giochi con me. Questa settimana ti ho vista così:
calorosamente entusiasta, responsabile, ingegnosa e immaginativa, sei capace di fare qualsiasi cosa ti interessi. Sei veloce nella soluzione di una qualsiasi difficoltà e pronta ad aiutare chi ha un problema. Riesci di solito a trovare ragioni irresistibili per qualsiasi cosa vuoi. In genere senti un reale interesse per ciò che gli altri pensano o vogliono e tenti di trattare le cose con il dovuto riguardo verso i sentimenti delle altre persone. Riesci a presentare una proposta o condurre una discussione di gruppo con facilità e tatto.

Può essere un buon amico, un Tamaboy. Anche se quanto decide "ora basta" e vuole stare per i fatti suoi.. oh, mica lo smuovi, eh?!
...
Aiuuutooo!!!

di Irene alle 17:44:45 9 Commenti

05/10/2004

Deserto

Bimba nel deserto







E invece oggi sono stanca. Sfiancata da ciò che degli altri entra dentro di me e brucia.

Sono sfibrata dal grigio che a volte esce dalla bocca delle persone e mi invade, mi logora. Logora la mia serenità, la mia voglia di bello e di purezza, di ricerca di apertura alla complessità. I princìpi della tolleranza, del tentativo all’empatia, il desiderio di semplicità, di convivenza pacifica e affettuosa. Sembrano una base minima da cui partire. Tra le persone che tieni vicine a te sono cose che dai per scontate, uno dei pochi problemi che speri di non doverti porre. Poi, d’improvviso, in una giornata limpida ti sbarrano la strada montagne rocciose che fino alla curva precedente si nascondevano in un orizzonte pianeggiante e assolato. Frasi come non mi piace, non lo so, dovrebbe avere un'espressione da cui emerga un po' più di dolore davanti ad una madre intervistata con il solito come si sente dopo un falso ritrovamento della figlia scomparsa. Pronunciata da mia nonna. Affermazioni come non mi interessa l'appartamento perché ci vive quel ragazzo nero e un mio amico ha abitato con una famiglia di senegalesi, che hanno fatto questo e quello, quindi ti dirò, sto cominciando a diventare razzista... e poi quel rumeno che si è preso il lavoro al posto mio, perché si fa sfruttare... e i cinesi, che ormai tutti i locali sono loro qui. Ah no, gli extracomunitari io li evito. Dette da una persona da cui non vorresti dover sentire parole del genere.
Forse è un problema mio. Intendo il fatto di farmi coinvolgere, di sentirmi turbata, minacciata nel mio benessere, da ciò che gli altri pensano o dicono, se lo ritengo così inconcepibile o "grave", inammissibile. Il non riuscire ad accettare una macchia nel bianco a cui aspiro. Ma sono delusa, e delusa, e stanca di questa non-comprensione, di questa non-vicinanza, di questa non-comunione.

di Irene alle 15:49:52 11 Commenti

04/10/2004

Strade

StradeMi è piombato addosso, inaspettato, quel rimescolamento del momento prima di capire tutto. Lo sento nello stomaco. Questa fame ma anche mancanza di bisogni che non siano respirare, guardare. Mi sento sull’orlo, improvvisamente vorace. Gli occhi spalancati. Forse per la prima volta dopo anni sento che si può vivere così, in modo sano. Tenendo l’attimo presente, fondato su nient’altro che sé stesso. Senza stare sopra. Camminare sulla strada, sentire l’asfalto sotto ai piedi e camminare, senza guardare niente, ma anche vedendo tutto, di colori semplici.
E penso a quanto è facile, poi, abituarsi. Che aspetti anni, che non ti ricordi più com’è. Poi succede, poi prendi una boccata d’aria e respiri profondamente, ed è normale. Che finisci di lavorare e c’è qualcuno che ti aspetta. Che vivi la tua vita e sai che lì c’è una persona. Che c’è, e basta. Pura realtà, nient’altro dietro, nient’altro da pensare. Semplicemente.

di Irene alle 18:00:19 12 Commenti

02/10/2004

Onde

ondeE ora tutto sta imparando a scorrere. Qualcosa di me resta fuori e si
ritrae, ma qualcos’altro sta ritrovando la capacità di entrare.
Nell’affetto, nella nuova familiarità della luce nei suoi occhi, degli
sguardi, delle guance, degli abbracci, di sensazioni al tatto non più
così misurate e distanti. Nelle note di una chiatarra amplificate
dall’eco di una stanza dolce e rassicurante di scuola e di bambini.
Lui con la tuta e un po’ di febbre, le guance rosse. Io con la borsa
piena di medicine, libri, merendine, che inizio a sentire la mia libertà,
i primi passi della mia volontà, il mio spazio. Inizio a sentirmi a casa. Imparo dal suo rispetto per la mia instabilità,
stupita dalla solidità della sua pazienza e della sua serenità che va oltre. Oltre a me, oltre
alle piccolezzea cui finora si è fermato il mio sguardo. Posso pensare a me, pur stando con
una persona. Senza condizionamenti o pressioni. Senza adattarmi ad un'immagineesterna,
perché non c'è, non la sento. E non ne ero capace. Così inizio ad accettare sorridendo davvero,
a smussare gli angoli guardando oltre, o invece proprio qui. Inizio a dare e chiedere anche io,
a riscoprire la possibilità di desiderare... qualcosa che c’è.

di Irene alle 15:39:48 10 Commenti