31/12/2004

E magari, finalmente, sarebbe anche finito, quest'anno!


TroisiA quanto pare, un proverbio cinese dice che “il punto più in ombra, si trova sempre sotto la lampada”. Io ho la sensazione di vivere esattamente lì ogni istante, ogni giorno, ogni anno. Muovo qualche passo, sfioro il bordo, cammino lungo di esso, forse a volte con la punta di un piede mi avventuro a tastare il suolo di una terra neutra ma in realtà non esco mai da quell’alone. Difficile scorgere ombre o proiezioni. Sarà per questo che mi manca una realistica prospettiva. Prospettiva in senso fisico, di distacco, di lontananza. Che non posso neppure pensare ad un bilancio di questo breve e catastrofico anno senza sentirmi stretta nei miei panni. Che mi sembra di guardare attraverso una lente appannata se provo a filtrare il prossimo attraverso delle precise intenzionalità, i così detti propositi. Tanti pensieri e tante domande intorno, che non fanno in tempo ad assumere un nitido controrno quando già rientrano sotto il fascio di luce della sensazione immediata. Quest’anno mi ha messo duramente alla prova, attraverso un passaggio obbligato e fecondo, o togliendomi sprezzante alcune delle poche illusioni e delle poche ardenti speranze che conservavo con cura, fondamenta di anelate certezze.
TiffanyResta una vita che per ora scelgo di muovere toccando pochi fili. Facendo anche poco, ma quanto, forse, basta.
Soltanto quello che mi va, anche se è solamente leggere un libro o fare una passeggiata all’aria aperta. Cercando di coltivare delle decisioni per il futuro. Aspettando di capire, e quello che il tempo porta. E lo porta. Credo.
Buon anno, allora, di cose nuove e di continuazioni, anche diverse. Speriamo, va’.
(Dov'è il
gatto
?! :-/ )

O non è forse più ragionevole che io mi ricopra e continui il cammino? Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza (...). Ci saranno risate soffocate e la quieta attesa della notte e una tenue paura dell'abbraccio avvolgente e derisorio della morte. (John Fante, Chiedi alla polvere)

Buon anno fratello buon anno davvero
e spero sia bello, sia bello e leggero
che voli sul filo dei tuoi desideri
ti porti momenti profondi e i misteri
rimangano dolci misteri
che niente modifichi i fatti di ieri
ti auguro pace risate e fatica

trovare dei fiori nei campi d'ortica
ti auguro viaggi in paesi lontani
lavori da compiere con le tue mani
buon anno fratello buon anno ai tuoi occhi
alle mani alle braccia ai polpacci ai ginocchi
buon anno ai tuoi piedi alla spina dorsale
alla pelle alle spalle al tuo grande ideale
che ti porti scompiglio e progetti sballati
e frutta e panini ai tuoi sogni affamati
ti porti chilometri e guance arrossate
albe azzurre e tramonti di belle giornate
e semafori verdi e prudenza e coraggio
ed un pesce d'aprile e una festa di maggio
buon anno a tutto il sangue che ti scorre nelle vene
e che quando batte a tempo dice andrà tutto bene
(Lorenzo-Jovanotti)

Felicità è: un cucciolo caldo.

di Irene alle 00:51:24 28 Commenti

27/12/2004

Una buonanotte dolce


Moon River








Moon River, wider than a mile
I'm crossing you in style, someday.
Oh dream maker, you heartbreaker
wherever you're going I'm going your way.

Two drifters off to see the world
there's such a lot of world to see.
We're after the same rainbows end
and waiting round the bend
my huckleberry friend, Moon River, and me.

Solo ora ho capito cosa tanto mi commuoveva di questa canzone, cantata, piano, quasi in un soffio, da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. La sublimazione di una mancanza. La conversione in un'incerta dolcezza, fragilità fascinosa, di un'indeguatezza, un'incapacità a vivere, a restare. Lei, pur prendendone coscienza, conserva una timida leggerezza che rende queste parole struggenti. Un'accettazione che lascia qualcosa sotto e impara un distacco lieve.

di Irene alle 00:16:14 14 Commenti

25/12/2004

Natale

Natale








Natale cambia.
Buon Natale, però.
di Irene alle 20:53:00 11 Commenti

22/12/2004

Oggi si.


arrosticini come piccole cose





Si al momento in cui ho ritrovato il mio suono e la mia voce, in equilibrio tra dentro e fuori, come un dono tenuto nelle mani, come un cerchio che si chiude perfettamente. Come se fossi davvero io, di nuovo.

Si a quest’aria fredda e profumata di neve. Fredda perché sana e forte, e decisa, come deve essere. Che l’aria non deve circondare vacua, deve temprare e insegnare.
Si a
lle montagne bianche infondo alla strada, che promettono e ricordano e mostrano.

Si ai mercatini di Natale, che mantengono la magia di qualcosa che c’è solo per qualche giorno all’anno (che belle le cose piccole e centellinate, che non invadono ridondanti). Che sembrano sempre pieni di cose da scoprire, anche se sono sempre gli stessi. Di mille colori, però.

Si alle luci delle strade, al calore che diffondono fuori dentro e che ha ancora un posto preciso dentro di me, io adulta io bambina, anche se il Natale ora non so cosa sia.

Si alla serata di ieri della scuola di musica, al panettone e al fragolino, alla sensazione di appartenere a un’atmosfera, di essere insieme a tante persone, per la maggior parte sconosciute, ma affettuose, così, per una benevolenza gratuita, e calda.

Si al vero inizio, oggi, delle Vacanze di Natale, quelle vere, quelle anche un po’ meritate. Le stesse di quando uscivi da scuola, l’ultmo giorno, con lo zaino in spalla ma tutta la libertà del mondo in una settimana così sospirata.
Si agli alberi che tengono in alto con sé anche rami sterili e sottili che non portano più energia alla loro vita, che mantengono un eqilibrio aspettando che si rinvigoriscano, e intanto stanno insieme, e in alto, senza perdere un briciolo della loro dignità e della loro forza.
Si a stare rannicchiata tutta, completamente, sotto le coperte nella penombra a riscaldarsi e far passare il tempo, serenamente, in pace.
Si a fare i regali di Natale, ma proprio quelli giusti, quelli che avevi pensato, un po' per volta, uno per uno.
Si all'incontrare dopo mesi il mio tutor e avere un segno del lavoro fatto. E progettare, di almeno un po', un pezzetto di futuro. Avere delle cose davanti. Belle
.
Si a una sciarpa di lana grossa tutta colorata, con una stellina un po' arrugginita e una farfalla di pietrine luccicanti appese qui, e là. E dietro, due occhi vispi e due guance che non hanno vissuto il tempo, oppure l'hanno vissuto, ma in modo incredibilmente sano.
Si al vederla aspettare, da dietro una porta a vetri che separa il calore artificiale dal freddo tagliente di Natale, in modo paziente e disarmante, perché ingenuo oltre ogni senso di realtà. Sapere che lui non arriverà e provare verso quella ragazzina col cappotto rosso e le due trecce scompigliate un moto di affetto puro, senza esitazioni né restrizioni.
Si al tornare a casa e trovare sul tavolo un pacco inaspettato. Con un sacco di cose nuove, nutrienti e bellissime e profumate dentro.

Si al calore delle persone che sento vicine veramente. A quelle che sono parte della mia storia, a quelle appena conosciute, dallo sguardo vivo e pulito.

di Irene alle 16:23:54 20 Commenti

19/12/2004

And so I learned to depend on me (?)


E' un periodo, questo, in cui non riesco a cantare. Come se ci fosse un cuscino ad attutire la capacità e la forza di espressione, le sue variazioni. Come se non riuscissi ad andare oltre. Come un freno a mano tirato, dice la mia insegnante.
La verità è che non mi sento libera di sciogliere ciò che dovrebbe trovare spazio dovunque dentro di me. Quell’eco che senti scorrere, forte, in tutti gli i vuoti e i canali del tuo corpo, che riempie ogni cosa fuori e dentro. Adrenalina, ché nel momento in cui raggiungi il punto a cui volevi arrivare tutto sembra tondo e completo e perfetto.
Temo che i suoni, sottili, centrati, messi esattamente nel posto corretto e più alto della maschera ora non trovino modo di uscirne. Incastrata nella tecnica. Il fiato trattenuto nel petto da tutte le tensioni di queste settimane.
O forse, solamente, mi manca la Marzia. Questo è quello che, in realtà, continuo a pensare. E non dovrebbe esere così, che quello che esce da me non dovrebbe dipendere dalla persona che mi aiuta a tirarlo fuori, non dopo tutto questo tempo, non così tanto. La nuova istruttrice, poi, mi ha insegnato molte cose, mi ha portata dove prima neppure pensavo di arrivare e la stimo per questo. Lei punta, lo sguardo acuto, alla perfezione del suono, al picco più alto.
Ma la risonanza, quel filo che corre tra due persone che tenendosi negli occhi si rispecchiano senza bisogno di spiegare, il cogliere la reazione a ogni piccola variazione che produci in uno sguardo che conosci e che ti conosce bene, quello mi manca tanto.
Durante le lezioni con Marzia io cantavo meglio che in qualunque altro momento. Ieri, provando la canzone che sto preparando insieme alla mia nuova insegnante, non riuscivo a fare quello che a casa usciva perfettamente.

A volte riascoltando i pezzi che ho studiato con Marzia mi sale un nodo alla gola. Perché cantare insieme a lei era incanalare nei suoni uno stato emotivo. Che veniva da lei colto e limato. Sentivo la mia voce che risuonava tra me e lei nella stanza e intorno un alone denso e morbido e vibrante di complcità e di note piene e sentite, da entrambe. Ora la forma sembra più importante del contenuto, più spigolosa e meno tonda.

Forse, al di là di tutto, semplicemente Marzia è stala LA mia insegnante, il punto dei riferimento, quella dei primi passi e dei succesivi, e le devo tutto di quello che so fare adesso e di quello che cantare mi ha insegnato e permesso di provare. Una specie di mamma della capacità di espressione che ho scoperto di poter utilizzare. E il canto, per me, da sempre, è stato la più alta di queste.

di Irene alle 11:14:00 4 Commenti

18/12/2004

Piccole luci


Oggi ho incontrato un altro lui. La stessa inconfondibile provenienza, simili i lineamenti, lo stesso modo di approcciarsi, essenzialmente sfacciato e stereotipato. Meno luce nello sgurdo. Ma si inseriva perfettamente dentro ad un modulo preconfezonato e già conosciuto, prevedibile, che non pretende di essere qualcosa di più né di diverso. Lo stesso che appartiene a lui, lo devo riconoscere. Sorrido e penso che si, all’inizio io lo sapevo perfettamente e non ci potevo credere, di star dando anche solo una piccola e renitente possibilità ad un simile proporsi. Di esserci io, in quella situazione.

La famosa prima impressione, quella a cui ho sempre fermamente creduto.

Era giusta, era l’istinto di cui avrei dovuto fidarmi. Ma che cos’è che mi ha spinto invece ad andare avanti se non l’istinto? La voglia di scoprire cosa sarebbe successo? La curiosità, il bisogno di vivere qualcosa di nuovo? I suoi occhi densi, la sua solidità, il suo trasporto e le lusinghe che hanno toccato le corde giuste al giusto momento?

Lui viveva dentro a quello stesso schema, lo stesso tramite cui ragiona: un griglia. E' anche vero però aveva una luce un più, una tenacia, una solarità che ne usciva. E, si sa, noi diamo valore a tutte le piccole cose. Per un piccolo granello luminoso, forzare una montagna. Forse talmente grande che se guardi proprio davanti e intorno a te non la puoi vedere. Ma l’istinto, devo imparare a recuperarlo, a lasciarmi guidare.
L’istinto quello vero, e non la seduzione legata a bisogni e giochi che guidano e trascinano.


E oggi nell’aria pungente della piccola via attraverso cui mille e mille volte ho fatto, volantinando, la spola tra i mercatini di Natale pensavo che, semplicemente, da questa storia ho imparato davvero qualcosa. Cos'è che non voglio. Ora conosco, ho esplorato, una piccola fetta di realtà che non mi interessa, che non posso permettere a me stessa, da cui non posso lasciarmi ammaliare.

Questo, anche se immediatamente sorgono dei dubbi sulla veridicità di una reale possibile inclusione di un singolo, unico, caso dentro una fetta di simili esperienze e poi conseguenze. Che noi, noi guardiamo il granello luminoso. E quello occulta la torta, la montagna, e la cosa migliore.
Ma anche no.

D’ora in poi, anche no.

Ma c’è un’altra cosa che ho capito oggi, nel freddo della piccola via luminosa di lucette natalizie.
Oltre al fatto che le luci di Natale amplificano e trasformano e connotano le percezioni, ho capito che a volte le spiegazioni sono qualcosa di inutile ed artificiale. Che cerchiamo ragioni e interpretazioni che spezzettano una realtà a volte semplice, e naturale. Perché alla tristezza, alla nostalgia, magari alla sensazione di mancanza di una persona dopo la fine di una storia, devono essere sovrapposte spiegazioni e interrogativi che le sezionino e ne sviscerino tutti i possibili aspetti e i sottostanti meccanismi?
Forse si potrebbe a volte assistere all'ordinario fluire delle sensazioni e capire che molte cose, si, sono semplicemente naturali.

Stanotte ho fatto un sogno incredibile, quasi grottesco -che più che un sogno era un po’ una presa per il culo, secondo me. O forse la simpatica manifestazione del mio inconscio che voleva dirmi -ehi, forza che mo’ anno nuovo, vita nuova… e chissà.
Mi trovavo in macchina con mio papà in una piccola strada a forma di L che percorrevo spesso da piccola, dato che faceva parte del percorso per andare a -glom- catechismo. Eravamo fermi, in macchina, proprio davanti al patronato e credo stessimo per partire per un viaggio. Ad un certo punto passa un’altra macchina con dentro due ragazzi. Guardo quello seduto al posto di guida e rimango folgorata. Lui anche, si volta a guardarmi con un’espressione un po’ sbalordita, incuriosita. La macchina procede, ma io capisco che non posso assolutamente perdere quell’occasione: è la mia, è Lui. Scendo dall'auto e inizio a correre più velocemente possibile, raggiungo la macchina e quella accosta. Scende. Ci guardiamo, io esposta come non mai e trafelata per la corsa. Ci sorridiamo divertiti e imbarazzati, meravigliati e felici di essere l’uno davanti all’altra. Non ci conosciamo ma entrambi abbiamo la sensazione di essere davanti alla nostra persona perfetta, come in un racconto di Haruki Murakami. Lui non corrisponde affatto al mio tipo fisico: è molto alto, piuttosto robusto, biondino, la carnagione chiara, i lineamenti nordici. Me ne rendo conto, ma so anche che non c’è niente da fare: è lui, è una consapevolezza trascendente, assoluta. So che lui ha la mia stessa certezza. Interrompiamo entrambi il flusso della realtà e ciò che stavamo facendo. Ci troviamo improvvisamente in un bar, una specie di rifugio di montagna. Ci sono molte persone che conosco, ma soprattutto ricordo la presenza dell’amico di lui e di M.. La cosa che mi ha colpito è questa: con me c’era lei, in quella situazione. Ricordo un momento in cui camminavamo vicine, io e lei, allontanandoci per qualche minuto dagli altri, forse tenendoci per mano e cantavamo proprio quella canzone, The boxer. Che quest’estate, girando nello stereo della macchina sempre gli stessi cd, lei diceva dai, a questo punto metti lalalai-lalalalà-lalalai, lalalali-lalala-lalalalai… E’ stato doloroso, il punto focale più centrato di quanto sarebbe stato se avessi potuto coscientemente costruire una situazione del genere. M. è l’ultima persona che in questo momento potrei sentire vicina o presente nella mia vita, l’ultima. Ma nella situazione in cui io avevo incontrato l’uomo della mia vita, il mio incoscio ha posto lei vicino a me. L’abitudine. Sarebbe bello, bellissimo se il passato potesse riviviere, riiniziare da dove si è interrotto, ormai tanto tempo fa, se non fosse successo tutto quello che invece è accaduto negli ultimi mesi, ma così è. Ed è la prima volta nella mia vita che vorrei tanto che non fosse, ma è, e percepisco una situazione come irrecuperabile, al di là dei miei possibili sforzi e della mia volontà. Mi chiedo come ha potuto farlo succedere, come è potuta andare, infine, così, dopo tutti questi anni, ma tant'è. Tant'è.

Ma insomma io avevo vicino quest’uomo. Naturalmente non avevamo la minima confidenza l'uno con l'altro ma eravamo messi lì, messi lì dal destino. E ci abbracciavamo, e eravamo incredibilmente rilassati, sereni. E’ stato stranissimo, vivere questa situazione. Fuori da ogni possibile immaginazione. Magari un augurio (?).

di Irene alle 15:52:00 4 Commenti

15/12/2004

E si annette mezza Europa


L'autostrada nera di un nero farinoso
il cielo dello stesso colore dell'asfalto, in un tunnel infinito ma morbido
potrei procedere infinitamente senza rumore

ci scivolo dentro, veloce, nella radio i Rem.
I Rem seguono una direzione che da sempre è dentro di me, e conoscono la strada
che se la seguissi ancora arriverei al mare
che conosco bene, che è casa.
Sto in equilibrio nel buio senza forma
ripenso che se è commovente pensare al bidello della scuola con un maglione e gli occhi azzurri che stasera mi ha preparato la cioccolata con la bustina della lavazza e due pastiglie di latte
che mi ha regalato la sua schiacciatina perché gli ho detto che non avevo mangiato
che semplicemente è stato gentile, ma gentile davvero, come si dice "di cuore"
vuol dire che è vero, che basta poco
e che di questo poco manca molto
ed è la stessa questione dei fili del braccialetto rosa de
la città incantata.
E che se ho sentito stringere qualcosa nella gola quando una mamma, dopo che la psicopedagogista ha finito di parlare della genitorialità, ha detto seria e sottovoce ci sentiamo molto in colpa vuol dire che si, molte cose sono trattenute e strette dentro
e ogni tanto si sciolgono, ma
poi si ricompattano, perché si va avanti veloci
e forti.

E come diceva
qualcuno, le canzoni di Rino Gaetano sono commoventi perché lui ha quella voce
che sembra disperato.

Otto von Bismarck-Shonhausen per l'unità germanica
si annette mezza Europa!
Mentre io... aspettavo te.
Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga...
mentre io
aspettavo
te
.

di Irene alle 00:49:50 18 Commenti

13/12/2004

How 'bout no longer being masochistic


La cosa rassicurante è che, è così, il passare del tempo cambia le prospettive ed i significati.
Il tempo addolcisce gli spigoli, dà luce all’esistenza di molteplici interpretazioni, il ché a volte è un bene, altre un’ulteriore complicazione, ma sicuramente è la prospettiva più onesta.
Il trascorrere del tempo può rendere sopportabile qualsiasi cosa. Normalizza, normalizza tutto.
Siamo capaci di dare una forma familiare anche a ciò che al primo impatto poteva apparire aberrante e inaccettabile. E bisogna stare attenti, a questa nostra capacità, ché i confini sbiadiscono senza che più li si possa riconoscere. Più nessuna linea tratteggiata con il simbolo della forbicetta, su cui tagliare con sicurezza.


Io per esempio oggi ho fatto una cazzata. E non è la prima volta, anzi. Perché mi dimentico sempre di tutto e tutto perde nitidezza subito dopo essere accaduto o essere stato pensato. Mi dimentico le cose imparate, le esperienze che insegnano. Mi dimentico di non andare incontro a ciò che è un pericolo, che poi fa male, più di quanto sembri. Perché alcne sensazioni si depositano dentro, silenziose. Mi dimentico le conseguenze. Che sembra di avere la forza di sopportare qualsiasi cosa, di vivere, vivere tutto. L’ultimo problema, è quello di non farsi del male. Ma il tutto sporca quel che bisognerebbe conservare candido. Bisognerebbe selezionare, scegliere, di più. Prendersi cura di sé, della propria integrità e dei propri sentimenti. Del proprio corpo anche, che il mio corpo, in fondo, sono io. Tutta me stessa.
E adesso ho capito una cosa: che il sesso non c'entra. Non è quello il nodo cruciale, il farlo o non farlo... il darsi o non darsi in quell'ambito, che cambia le cose. E' il ricevere qualcosa da una persona, la sua presenza per esempio, così vicina, e poi subire un distacco. Il sesso in certe circostanze porta a questo. Non è il momento, l'atto in sè, nella teoria, nel pensiero o nella pratica. E' il ricevere ciò che poi viene tolto, il problema. Credere in una vicinanza che un momento dopo non c'è, in un continuo gioco di presenza e assenza, come un bacio caduto per terra (o un'atmonica a bocca senza bocca). O, come diceva un mio amico, lasciata lì come una ciliegina (al ché seguiva: un marinaio si vede in tempesta, e vabbé).


ChihiroE stamattina ho rivisto per caso le scene finali de La città incantata e mi sono ritrovata in lacrime, in cucina davanti ad una tazza di caffè. La città incantata mi ha sempre affascinata per quello spirito di essenzialità e di purezza che percorre tutta la storia. I bisogni ridotti al minimo. Il fine solamente in quelli primari, nelle cose davvero importanti, l’ingenuità più genuina di occhi puliti che affrontano gli avvenimenti come se si presentassero per la prima volta. Scegliendo sempre. La solidarietà determinata dal bisogno, ma anche dall’onestà e dalla tenerezza. Oggi davanti a quelle immagini mi si è sciolto improvvisamente qualcosa dentro, è stato triste. Triste davvero. Perché rivedendo la scena in cui una maga buona che vuole essere chiamata nonna, poco prima che Chihiro ripartisse per il suo viaggio, le regala un piccolo braccialetto dicendo “questo è fatto con i fili intessuti dai tuoi amici, ti porterà fortuna”, mi sono improvvisamente resa conto di quanto amore manca. Di quanti inasprimenti posso essere capace di portare dentro, quanto freddo. Quante cose potrebbero essere impregante di affetto, di sorrisi, di calore e benevolenza, di serenità piena e invece gli avvenimenti, o forse noi, creano dei muri, dei nodi indistricabili. Punti di fermo che mano a mano costellano percorsi che potrebbero essere aperti e fertili. E quante cose mi mancano e quanto tempo e quanto bene sprecati. Quanto di più potrei dare e avere. Un braccialetto preziosissimo.


How 'bout getting off of these antibiotics
How 'bout stopping eating when I'm full up
How 'bout them transparent dangling carrots
How 'bout that ever elusive kudo

How 'bout me not blaming you for everything
How 'bout me enjoying the moment for once
How 'bout how good it feels to finally forgive you
How 'bout grieving it all one at a time

The moment I let go of it was the moment
I got more than I could handle
The moment I jumped off of it
Was the moment I touched down

How 'bout no longer being masochistic
How 'bout remembering your divinity
How 'bout unabashedly bawling your eyes out
How 'bout not equating death with stopping.

Thank you, quello ancora non lo posso dire. Prima devo trovare il mio.

di Irene alle 17:46:32 13 Commenti

12/12/2004

Closer


CloserCloser è un film terribile. Io stasera guardando Closer ero pazza. Uscendo dalla sala, completamente ubriaca.
Nascosta dietro all’orlo del mio pur poco rassicurante piumino, socchiudendo gli occhi e mugugnando piano dei sofferenti aah...! anche se sullo schermo nessuna immagine splatter era proiettata ma soltanto quella di due persone che parlavano più o meno compostamente, ho capito. Che si da il caso che io sia emotivamente e sentimentalmente satura. Decisamente provata. Che io abbia vissuto situazioni qualitativamente talmente estreme, che ho collaborato a rendere tali o vissuto come tali, che ora, davanti a quella che è perfino la parodia dei turbamenti di persone che si amano ma si lasciano ma in verità non si amano però poi tornano insieme, io non possa presentare altra reazione che un’insofferente stretta allo stomaco verbalmente traducibile soltanto con un argh.
Closer è un film stridente e spesso raccapricciante e insopportabile. Un film orribile, davvero. Scene di cui non vorresti trovarti ad essere spettatore, ingenuità (o anche no) della regia, nella sceneggiatura e nella recitazione che ti fanno rigirare, imbarazzata, sulla poltrona.
E però. Però Closer stringe insieme un turbinio, un vortice, di situazioni di rimescolamenti di patologie e di perversioni talmente visceralmente appartenenti a ognuno di noi, che bisognerebbe mettersi lì con un telecomando, fermare il tempo, scansionando scena per scena, per vedersi porgere su un piatto d’argento, nell’arco di due ore di film, la possibilità di compiere finalmente un’esaustiva l’autoanalisi di quel casino che è la propria vita.

Closer consente un giro di identificazioni e una panoramica di situazioni soffocanti, perverse e psicologicamente violente che fa male. E che mi ha trovata come perfetta protagonista, stranamente. Non che io stasera mi sia presentata al cospetto di tutto ciò con qualche intenzionalità o consapevolezza. Ma la purezza, l’infantilismo struggente e la totalità della presenza di Alice (che già il nome…), che accetta di implicarsi in un gioco schiacciante, annullante, svilente pur di vivere l’assolutezza del suo amore, di restare fedele al suo intento. La disperazione senza appigli, quando in un abbraccio lasci tutto, l’impotenza creata in ognuna delle persone persone coinvolte da una situazione superiore a singole intenzionalità governabili. La paura, il conflitto tra una fuga destabilizzante e una stabilità che in ultimo appare soffocante. L’amore è quello che Vederti soffrire è per me insopportabile, che se ti guardo non ti lascio più, perché io ti amo e ti amerò per sempre, ma. o quello che vive dentro ad uno sguardo magnetico e irresistibile, quello che però sulle sue sole gambe non resiste perché cammina su bicchieri di cristallo? Esiste un compromesso tra queste due forme estreme? In questo film, sembra di no. Nonostante continui aggiustamenti e ripensamenti e ritorni e ricerche della felicità.
Closer è un film potente, è violento, è terrificante, convulso. Una trappola. Che ancora adesso il contenuto del mio addome è tutto attrocigliato e spaventato.
Ma Alice alla fine cammina, stanca ma sicura cammina, attraverso il gate di un aeroporto. Arrivata da New York a Londra con un taglio irrequieto e allegro di capelli corti, spettinati e rossi a tratti, la vedi tornare indietro, ma anche avanti, i capelli neri e lisci legati dietro, semplicemente, in una coda. Un viso di donna, meno luminoso e vivace, ma ugualmente tondo e completo. Più adulto, forse, solo questo.
Non ti amo più. L’unica uscita. Alice, poi, era fuori.
Ma più lontani di così...

di Irene alle 13:03:33 18 Commenti

09/12/2004

Febbrile e incostante


Antefatto (molto ante, e molto fatto, anche):
L.: Si lo guardavo perché la tv era accesa mentre si pranzava ma mica mi piaceva, poi c'era quella t***a di Brooke, che si è t******a mezza famiglia e...
I.: Ehm... veramente Brooke è il mio personaggio preferito.
Io mi ci identifico con Brooke, se te la devo dire tutta. Ha un carattere forte, passionale, ci crede totalmente, nelle cose che fa...
L.: Ommioddìo mi sono messo con una Brooke. Vedi, infatti tu sei come lei, febbrile e incostante. Glom.
I.: ...

Oggi:
I.: ...E alla fine gli ho scritto "...e poi ero io quella febbrile e incostante, comunque!"
G.: Eeeh! :'-D
I.: ...Che io sarò anche febbrile, ma non sono incostante per niente proprio, vé? :-/
G.: Eh, che credo sia una delle congiunture più nefaste che possano capitare...!
di Irene alle 19:07:13 11 Commenti

07/12/2004

Le righe del mio maglione


Le mie labbra escono dal collo alto di un maglione di lana a righe colorate, senza discontinuità. Le mie gambe stanno al caldo nei pantaloni di una tuta.

Oggi, tornando a casa, dopo tanto tempo ho visto il cielo ed era quello del vero inverno, ma colorato.

Capisco continuamente delle cose che invece di fissarsi nella mia coscienza e costituire un punto di arrivo e di partenza poi svaniscono e vengono sostituite dai loro opposti.

So che quello che mi manca di lui è una parte di me ma questo non cambia le cose.

Odi et amo tantissimo e troppo.

A volte non mi approvo ma agisco guidata da una specie di compulsione volta a chiudere un cerchio. Come quando di notte dentro al letto con gli occhi chiusi immagino una spirale che si annoda su sé stessa, la seguo e la creo con lo sguardo e lo scopo è fermarla e invertire il giro. Blocco la corsa, inverto il senso, ma quello che resta è una spirale che si riavvolge incessante su di sé.

Vedere un film è una delle cose detentrici, per me, di maggiore significato. E quando non ne ho voglia (ri)scopro una solitudine, come ora.

Una sigaretta è una delle cose che a volte la colma o la colora. Poi qualcosa, magari, cambia.

In questo anno ho perso delle persone e seguire loro sembra in contraddizione col seguire me. Alcune, non le potrei seguire neppure se volessi. Ché ci ho già provato, inutilmente.

Come diceva Elisa in una sua intervista tenuta all’interno di una serra, quello che mi interessa è la verità del risultato. Comunque. Questo implica delle rinunce. Anche molto grandi.

In questo periodo non risco a leggere. Troppo occupata a girare intorno cercando una fessura per scendere sotto questo telone, questa superficie cieca.

Non riesco a relazionarmi in modo paziente con il mio coniglio e mi sta anche un po' qui. Non riesco relazionarmi in modo paziente.

Il mio coniglio, comunque, si chiama Carrie, non si chiama Johnny, anche se si è scoperto essere un maschio.

In questi giorni mi viene da piangere continuamente. Per un film, un servizio giornalisico, lo sguardo di un ragazzino: la purezza, o la manifesta mancanza di essa, in qualsiasi cosa.

Spero che uno dei motivi della mia incapacità di porre dei confini e dei solidi muri di fronte ad alcune persone, o l’incapacità di chiudere, forse in modo sano, delle relazioni, sia il mio rifiuto ad usare paletti e spiegazioni rigide e preconcette.

C’era una frase: crollerà l’Himalaya, ma noi no. Quello che stavo per scrivere è che il crollo di questa certezza è stato anche quello delle cosiddette illusioni giovanili e l'ingresso in qualcosa di freddo e di spietatamente crudo che accettare è dura. Stavo per scrivere questo, ma quello che spinge è: la fine è aperta. Vedi sopra.

di Irene alle 21:48:20 11 Commenti

05/12/2004

The man of my life


Ci sono di quei giochi infantili più o meno compulsivi che un giorno, quasi per caso, inizi e poi, un po' per affetto, un po' per abitudine -appunto, più o meno compulsiva-, porti avanti infinitamente. Come quelli che da un certo momento in poi decidono di camminare soltanto al centro delle piastrelle. Come io da piccola quando avevo avuto dalla maestra il compito di disegnare un albergo e l'avevo chiamato Hotel comodo. La maestra aveva espresso delle perplessità riguardo alla probabilità che un hotel potesse portare quel nome e io da quel momento in poi, quando andavo in giro, quando si viaggiava con i miei genitori, speravo sempre di trovare un albergo che si chiamasse così.
Beh, in qualche modo, un bel po' di tempo fa, rientrando in camera dopo essere stata in bagno per prepararmi ad andare a letto, devo aver pensato alla possibilità che, proprio nel momento in cui aprivo la porta della mia stanza, nell'oscurità si accendesse la luce del cellulare per l'arrivo di un messaggio. Credo che in quel caso ne aspettassi uno da una persona in particolare.
Da quel momento in poi, deve anche essermi capitato più volte di interrogarmi come pure di stupirmi a proposito della strana circostanza per cui non succedesse proprio mai che io ricevessi un qualsiasi messaggio nel momento in cui entravo in camera per infilarmi nel letto. Magari un momento prima o un momento dopo, ma mai che mi potesse capitare di aprire quella porta e vedere accendersi la promettente lucina nel buio.
Insomma, una cosa tira l'altra, fatto sta che nella mia mente, nel tempo, si è insinuato il pensiero nonché la magica credenza che nel momento in cui si sarebbe verificata la tanto vagheggiata congiunzione temporale, il mittente del fantomatico messaggio avrebbe dovuto essere inevitabilmente l'uomo della mia vita. La possibilità che tale mittente fosse una donna non era naturalmente neppure contemplata.
Ieri sera, temporaneamente immemore di tutto ciò, varco nel buio la soglia nella stanza da letto e vedo la lucetta blu del telefono che fa capolino dalla scrivania. Mi blocco per un attimo attanagliata dal dubbio. C'è qualcosa che non torna, dato che nessuno degli attuali possessori del mio numero, secondo i miei calcoli, dovrebbe far parte della categoria possibili uomini della mia vita. Ciò nonostante, fiduciosa e ormai rosa dalla curiosità, mi avvicino al cellulare e in un attimo la verità appare inesorabile davanti ai miei occhi. Attenzione, batteria quasi scarica. Mi sto ancora chiedendo cosa tutto ciò stesse tentando di suggerirmi...
di Irene alle 00:51:40 14 Commenti

02/12/2004

1 Dicembre


Oggi ho provato il vuoto di una mattina fredda dopo una serata seduta sul fondo. Camminando nel fondo ma in realtà seduta, di nuovo. Ricalcando lo sbaglio, accelerando fino a uscire dal pantano, ma con le ruote rivestite di fango (in questa notte lurida che sa di fango...). Che non è una bella sensazione. E quanta pioggia poi, quanta acqua ci vuole. E qui, non è la siccità, ma non è neanche che piova tutti i giorni. Non è neppure che l'acqua sia un bene d'uso così scontato, anzi.
Il vuoto e poi la vita, nel vero senso della parola. Che lavorare coi ragazzini è la cosa più viva che possa esistere, e oggi l'ho capito davvero. Che mentre loro discutevano con l'urgenza e la concitazione negli occhi spalancati di chi di loro fosse la calamita e chi il ferro, delle calamite senza il ferro corrispondente, e chi si sedeva lontano dal cerchio, chi ci si buttava dentro, chi si stringeva in piccoli gruppetti e chi proponeva il gruppo allargato, mi si sono appannati gli occhi di lacrime, ma soprattutto di energia, che era la loro.
Che poi sono andata con G. a bere un caffé in un posto che a volerlo proprio spiegare sarebbe anche a Padova, ma la verità è che per noi oltre a quella vetrata si vede Torino e, se guardi verso destra, puoi vedere pure un po' di Firenze, ma ci vuole una certa indipendenza.
Siamo state lì e c'erano degli alberi di Natale e poi ci siamo messe a farci delle stupidissime foto col cellulare e a ridere dello sguardo perplesso di due signore sedute davanti a noi che ci faceva sentire molto adolescenti.
Più tardi abbiamo incontrato un Diego
tutto spruzzato dell'ultimo profumo di Bvlgari nella sua sciarpa rossa e maglietta luccicante di Cher, che mi ha detto una cosa. Fermo e ponderato, mi ha detto: Come sei concentrata, Ire. Io ho chiesto in che senso e lui: Sulla tua vita. Eh.
Successivamente tramite l'acuto occhio di Diego abbiamo anche scoperto che G. è protagonista di un documentario, girato da me, ma questa è un'altra storia.
Insomma, la vera cosa importante è che poi oggi si è laureato Dada, e Dada aveva un sorriso, che più rotondo e più vero di così, non ne esistono di sorrisi. Ché era contento, oggi, Dada.
Solo che tornando a casa, io e G., alla fine di tutto questo abbiamo trovato sotto un portico un ragazzino che dormiva su uno scooter, col casco ancora infilato e le chiavi nella toppa, e non si muoveva e non sentiva niente e io e G... ci veniva anche un po' da piangere e da ridere istericamente perché a un certo punto eravamo sicure che fosse morto e gli dicevamo Ehi! Ehiii! e non avevamo coragio di toccarlo, perché magari ci faceva Bu! o magari scoprivamo che era morto.
Poi quando, dopo minuti e minuti passati a gridare Ehi! sussultando con dei Ohmmadonna! quando non rispondeva e a guardare preoccupate la nostra vittima designata della società, con l'aiuto di Ale
siamo riusciti a svegliarlo e lui gli ha chiesto Ma.. va tutto bene?, quello lo ha guardato con questi occhi e ha detto Si... come se fosse la cosa più normale del mondo e si è rimesso a dormire.

Intanto ho scoperto che è impossibile, materialmente e endorfinicamente impossibile non sorridere, se ascolti centocinquanta stelle (De Gregori).

di Irene alle 00:38:47 18 Commenti