31/01/2005

Il vapore, 30 gennaio.


Alanis

Tolti i vestiti, levato il trucco. Stasera cantare è stato bello. Come qualcosa che non si può dire. Come una conclusione, un cerchio chiuso, un momento in cui tutto è condensato. La stessa sensazione di quando, anni fa, uscivo con la persona che mi piaceva e pensavo che l’intera settimana, i suoi giorni, aveva un senso all'interno di quella serata. Lì dove tutto convergeva. Stasera in quel momento le fila di tutti questi giorni, gli alti e i bassi, le conquiste e le insicurezze, si sono riunite là sopra. Che c’ero io e tutto quello che avevo. La sensazione che se tutto fosse stato tondo, i suoni limpidi e forti, miei, dentro a quel cerchio pieno si sarebbero smussati tutti i miei angoli. Che non è il risultato oggettivo, ma quello che poteva essere il mio.
Quello che usciva da quell'amplificatore era un altro modo di vedere me stessa, sotto una luce più forte, più netta.
E c’erano delle persone che erano come tutto il mondo: un microcosmo, di reazioni e di occhi su di me. Persone che non avevo mai visto che sapevano il mio nome e cantavano e applaudivano e gridavano cose. Che è normale, ma, si sa, io queste cose neanche le riesco a immaginare, che possano essere davvero. Carezze fortissime. Come quando un gruppo di ragazze sotto il palco ha intonato un coretto mente io ero zitta. Ho avuto per un momento un nodo alla gola.
Stasera là sopra ero tutto quello che potevo essere.

di Irene alle 12:51:53 34 Commenti

30/01/2005

How 'bout how good it feels to finally forgive you


Ora che qualcosa, dentro e fuori, si è mosso, a volte penso che potremmo riabbracciarci, e piangere per tutto quanto. Piangere tutto in una volta, e lavare via tutto, e riabbracciarci. Piangere per quello che abbiamo perso, e per quello che avremmo potuto perdere ancora. Per quanto grande quello che abbiamo creato. Più di noi. Che non sappiamo più come venirne fuori. Più di quanto avremmo mai potuto pensare. Più di e adesso come facciamo? (Non dovevamo... andare lontano?). Molto di più.
E poi penso che quel qualcosa non è abbastanza, e non lo potrà essere mai. Perché lei non è come me, e perché non lo vuole, quello che per me è abbastanza.
E penso che sarebbe come buttare via tutti questi mesi, averli sprecati. Perché tutto dovrebbe avere un senso. A meno che non sia terribile così, a vuoto, per nessun motivo, senza poterci costruire sopra niente. Sarebbe come aver sofferto inutilmente, senza aver imparato o modificato nulla. Sarebbe come lasciar fare, senza di me, sopra di me.
Ed è incredibile come ci sia il bisogno di tenere stretto anche ciò che non è, anche il nulla, il non costruito, il non pieno. Solo per l'atto del tenere stretto in sé. Di tenere tutto insieme. Di tener insieme sé stessi.

How 'bout me not blaming you for everything
How 'bout me enjoying the moment for once
How 'bout how good it feels to finally forgive you
How 'bout grieving it all one at a time

di Irene alle 00:58:17 7 Commenti

28/01/2005

Les choristes


Les ChoristesLes choristes è un film meraviglioso. La sua visione ieri sera è stata una sorta di seconda scelta, operata senza convinzione alcuna. Credevo fosse uno dei tanti film pedagogici, la redenzione di un gruppo di ragazzini scapestrati attraverso la figura di un adulto dalla grande personalità, dall’esito felice. E invece Les choristes un film pedagogico lo è, ma di grande intelligenza e leggerezza.
Clément Mathieu, il custode di un istituto minorile a stampo simil-carcerario, utilizza le sue doti di maestro di musica, e ben altre, per dare ai ragazzini residenti degli strumenti differenti da quelli repressivi lì vigenti. Lo fa con una tenerezza, una sottigliezza e un ingegno che nulla ha di retorico o di sentimentalistico, ma che rende la visione del film, oltre che molto emozionante, anche interessante dal punto di vista educativo e della relazione con le persone.
choristesIl fatto è che Mathieu ha la forza e la pazienza di compiere delle azioni, nei confronti di quei ragazzini e dei loro comportamenti spesso devianti, anche molto gravi, che non producano un effetto immediato né punitivo, ma che seminino qualcosa il cui frutto si potrebbe sviluppare, ma anche no. Un rischio, ma soprattutto un’impresa molte volte fallita e che si direbbe impraticabile.
Sembra banale, ma l’intelligenza di mettersi lì, rifiutare la reazione istintiva, che reprima, elimini il problema, e con calma pensarne una più faticosa, dilazionata nel tempo e frustrante ma più generosa e probabilmente più produttiva e ricca, non è immediato, né facile. Di certo non per me. Perché richiede un equilibrio e una fermezza, forse una tranquillità, che per me spesso è un miraggio. Ma ieri la realizzazione di questa possibilità mi ha commossa.

di Irene alle 12:56:17 19 Commenti

26/01/2005

Un fottuto elfo


Bjork










"Mettiamolo in chiaro subito: non sono un fottuto elfo e, no, mi dispiace per voi giornalisti ma non parlo con gli alberi. (...) Non mi chiederai degli elfi, vero?- dice, piuttosto preoccupata, ma con un sorriso."

di Irene alle 18:50:03 18 Commenti

24/01/2005

Corrispondenze


Stanotte, nella sospensione ondeggiante delle ultime linee di febbre, ripensavo ai nostri letti, quest’estate. C’era questo piccolo appartamento letteralmente immerso nel verde di una vegetazione che mi appariva quasi violenta nella sua rigogliosità. L’appartamento era costituito da una camera piuttosto grande, un minuscolo bagno e un cucinino all’esterno.

Faceva caldo. Nella camera un minimale armadio a due ante e questi tre letti geometricamente disposti, nient’altro.
A ripensarci ora, erano esattamente come noi.

Il mio, era quello vicino alla piccola finestra che dava sull’aranceto. Credo di essermici fiondata appena messo piede nell’appartamento. Sopra, un lenzuolo con stampati dei chicchi di riso rosa e viola, disteso approssimativamente. Lo ricordo sempre bagnato, dai miei capelli dopo la doccia o da un asciugamano umido. La mia parte di comodino, condiviso con M., era pieno di cose, piccole e grandi, disomogenee e disagevoli messe insieme, ma ordinate e ben disposte. Sulla struttura di ferro ai piedi del letto, piegati dei vestiti, o qualche asciugamano (precedentemente gettato sulle lenzuola). Ricordo una piacevole sensazione di freschezza.

Al centro della stanza, dormiva M.. Le lenzuola di mille colori, un po' infantili, ma forti. Sopra, un desiderio di ordine che non sarebbe potuto apparire tale neanche alla presenza del nulla. Forse le lenzuola spiegazzate, forse i vestiti ammassati l'uno sopra l'altro -poi ore per rimetterli a posto- forse la quantità di creme che giravano intorno e che lei pretendeva di spalmarsi fino a tarda notte. Lo stile che è il non-stile, la non definizione. Un pigiamino con pantaloncini corti e aderenti e canottiera elasticizzata, di cotone. Uno grigio, uno giallo, uguali.

Il letto di G. era quello addossato alla parete opposta alla finestra. Ai suoi piedi, l’armadio. Dava l’idea di essere il letto più in angolo, in qualche modo. Mi sembra di ricordare che non fosse stata entusiasta della sistemazione che le era capitata, e che ci ironizzasse anche un po’ su. D’altra parte G. era anche quella che arrivava sempre per ultima alla corsa ai posti il primo giorno di scuola, al liceo. Arrivava in ritardo e si beccava l’ultimo banco rimasto. Una volta non ne era rimasto neanche uno e si è dovuta sedere da sola davanti alla cattedra per tutto l'anno. Ogni tanto si spostava in giro per la classe.

Comunque, il letto di G. aveva lenzuola blu scuro, molto rigorosa, bien sur. Lenzuola ben rincalzate, probabilmente qualche pezzetto di tabacco caduto qua e là. Sopra il letto, decine di cd e di libri perfettamente impilati. Ricordo che appena svuotato lo zaino per disporre le sue cose in camera M. e io l’avevamo giustamente presa in giro per questa quantità di libri –mica tascabili eh? Meridiani, libri di poesie…- portati con sé a occupare una metà della capienza dello zaino per una settimana di vacanza in cui tutto avremmo –e abbiamo- fatto meno che leggere. Vestiti: due.

di Irene alle 19:25:02 17 Commenti

19/01/2005

Qual'è il problema?


Lunedì, un’altra serata di pizza e videocassetta a casa di G..
In realtà, la serata disimpegnata a danni della sua tesi non era esattamente in programma, ma non è risultato ulteriormente prorogabile il progetto di andare a prendere la pizza nel locale in cui lavoro per presentare a G. l’orrida ed esilarante famiglia di gestori e farle quindi conoscere il degrado con cui sono per ora costretta a convivere.
E poi c’era la videocassetta. Dopo settimane in cui non desidaravo altro che vedere La vita è meravigliosa, ero riuscita a trovarne il nastro in una videoteca un po’ imbucata. Inserito nel videregistratore di G., la settimana scorsa, dopo qualche strano rumore ne era uscito con la pellicola spezzata in due. Io e G. attonite. Ancora di più quando il suo gatto si è catapultato sull’inerme scatoletta e ha giocato con le due estremità del nastro come fosse stato un gomitolo, sotto i nostri sguardi increduli. Insomma, ieri dovevamo riconsegnare il corpo del misfatto.
Guidavo, così, verso il videonoleggio e intanto sentivo G. borbottare cose come mmh… 7x7=49… facendo i conti sulle pagine dei Sillabari di Parise che le restavano da leggere. Aggiustato, magicamente, il video, noleggiatone anche un altro per sicurezza, procediamo verso la mia pizzeria. Entriamo e la nostra prima visione è quella del proprietario, un sessantenne napoletano con l’età mentale di un adolescente, uno sguardo vacuo e irrazionale, seri problemi di dislessia e molti altri difetti come un’insopportabile cafonaggine, intento a scuoiare un’oca per poi mostrarcene, al culmine dell’eccitazione, i pezzi galleggianti nel succo di limone. Inizia a farfugliare qualcosa riguardo al collo dell’animale che quando l’ha tirato era lungo 45 centimetri e a cercare di costringere G. a ingerire della pastiera napoletana giusto prima della pizza. Uscendo dal locale chiedo divertita a G. cosa le era sembrato dei personaggi caricaturali che ha intravisto. Le dico “Beh, e lo sguardo del proprietario? Come cavolo era?!”, e lei “Ma… era cieco più che altro…”.

Dopo che G., nel tragitto in macchina verso casa, ignorando la presenza di due buchi sul cartone della pizza, se l’è completamente rovesciata addosso per poi continuare a dire cose come “Madonna, ma io mi sento la pizza dappertutto adesso!”, abbiamo cenato con quel che restava della pizza imbarcandoci in discorsi ansiogeni e depressivi sull’influenza quasi deterministica che anche quelli che noi consideriamo i difetti dei nostri genitori hanno su di noi.

Ad orecchie basse e con lo stomaco in subbuglio ci disponiamo poi sul divano in salotto per vedere il nostro film ricomposto. Inizia La vita è meravigliosa. Ormai emotivamente distrutte quasi piangiamo nelle scena in cui George bambino salva la vita al vecchio famacista sconvolto dalla morte del figlio impedendogli di somministrare del veleno ad un paziente. Ci abbandoniamo così alla trama rilassante e dolce di favola di altri -ma anche no- tempi del film, quando la parte superiore dello schermo iniza a produrre strane onde, sempre più basse, sempre più progredenti. Io e G. stiamo zitte e facciamo finta di niente, il film ormai ci ha coinvolte troppo per mettere in discussione la sua visione.
Dopo mezz’ora, quando ormai degli attori si vedevano chiaramente solo le punte delle scarpe, G. interrompe e si pronuncia: Boh ma a te va bene vederlo così il film? Io ho un po’ di mal di testa...
Abbiamo però la nostra seconda possibilità, l’altro film noleggiato. Inseriamo la videocassetta, compaiono i primi fotogrammi. I personaggi parlano in tedesco, ci sono i sottotitoli, vabbé. Le immagini sembrano quelle di un film amatoriale o di un documentario, nessun filtro. Vabbé, dai. La signora che cammina nel corridoio di una stanza spoglia e in penombra dice: E’ che è da un po’ di tempo che qui dentro non sentiamo più la presenza di Dio. Cambiamo film. Che guardiamo? G. fruga nella riserva di videocassette della famiglia. Scarta uno, scarta l’altro. Ah, c’è un film di Billy Wilder, Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?, proviamo. Prime sequenze del film, Jack Lemmon e un altro tizio strano si scambiamo i vestiti nel bagno di un aereo… L’aria è quella di un film comico, siamo un po’ perplesse ma non ce lo diciamo. Ad un certo punto compare il titolo del film: Avanti!. Mh, però non è Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?. Appaiono anche i nomi degli attori, tra cui lui: Pippo Franco (?!). Cambiamo film. Ormai sono le 2230 e G. domani deve studiare ma mica si può finire la serata così. Fruga fruga, troviamo Il pranzo di Babette, bene dai, non lo abbaimo mai visto. Inseriamo il nastro: ondine in tutta la metà superiore dello schermo.

Io e G. ci guardiamo molto perplesse, con una punta di angoscia.
G. dice preoccupata “Boh, speriamo bene”.

Insomma, com’è andata come non è andata, mi sa che a un certo punto ci siamo trovate davanti a uno schermo in cui scorrevano i titoli di Ecce Bombo, seguiti da un Moretti con un’acconciatura ancor peggio del solito e G. che ripeteva a memoria tutte le battute. Io allora ho accennato timidamente “Ma perché avevamo detto che non si poteva metter su Ricomincio da tre?”, “Si ma Ire basta però, non possiamo neanche rivedere sempre gli stessi film, daaai!”.

Io e G. distese sul divano, la televisione spenta, lo sguardo nel vuoto e un’immobilità viscerale.
Vabbé io vado a casa… Allora G. si alza per accompagnami alla porta ma non prima di aver acchiappato il suo gatto e averlo sbattuto fuori insieme a me per la notte. Al ché, il peggio. Il gatto di G., in preda a uno strano stato catatonico, come impossessato da una forza ultraterrena, si infila nella stretta fessura sotto divano, si mette a pancia in su e si rifiuta di uscire,a che alla vista dei croccantini. G. ormai in preda all'ansia Oddio ma non ha mai fatto così!; io che ormai travolta dal panico stavo già pensando ad un sinistro maleficio o ad una calamità naturale prorompente. E continuava a venirmi in mente il vecchio proprietario di una bancarella che vendeva calze al mercato di Marghera, che mentre G. gli continuava a chiedere di un paio di calze da alpinista, da uomo soprattutto, di 3 numeri superiori al suo e alte fino alla coscia le ha domandato, tra l'accondiscendente e lo stupito: Signorina, qual'è il problema?

di Irene alle 15:30:08 26 Commenti

16/01/2005

Gli amici non possono comportarsi così


Bianca






Commissario
: Ma perché? Erano suoi amici, che cosa le avevano fatto?
Michele Apicella: Mi avevano deluso. Gli amici ti deludono, la gente normale no. A me piacciono le coppie felici, io li aiuto, li indirizzo sulla strada giusta, gli dò consigli, però non li seguo più quando fanno quegli errori cosí stupidi. Cominciano a dirti le bugie, poi si separano, poi ritornano a stare insieme però è troppo tardi, perché ormai sono feriti e cattivi e allora non li voglio più vedere.
Una volta era più facile giudicare, come con le scarpe: c'erano solo alcuni modelli, molto caratterizzati. Erano quel tipo di scarpe e basta. Ora invece tutto è più confuso, uno stile si è intrecciato a un altro, le cose non sono più nette...
Commissario: No, scusi, stavamo parlando dei suoi amici...
Michele Apicella: ...Sí, gli amici non possono comportarsi cosí, perché io mica divento amico del primo che incontro! Io decido di voler bene, scelgo. E quando scelgo, è per sempre.
di Irene alle 17:20:22 27 Commenti

14/01/2005

La vie en rose


Ieri sera a casa di G., dopo una pizza e un bicchiere di un vino reduce da una strana vacanza, che abbiamo provveduto a bere senza troppe speculazioni e improbabili reminiscenze, la visione di Sabrina.
Sabrina è una favola. Lo capisci dalla prima scena, in cui la voce fuori campo, una di quelle voci di altri tempi, soavi e ben timbrate, introduce la vicenda sullo sfondo dell'immagine di una tenuta con le luci accese nella notte, sulla cima di una collina. E' una favola lieve e gustosa, soprattutto se ci scaraventi su tutte le tue proiezioni, frustrazioni e speranze e inizi a mandare indietro il nastro ad ogni entusiasmante battuta per commentarla e riderci giulivamente (e, aggiungerei, un po' istericamente) sopra. Questo il risultato. Di faccine così :-D, :'-), :-(

SabrinaSabrina scrive una lettera al padre prima di tentare un grottesco suicidio per amore di David, alla vigilia della propria partenza per Parigi. Con aria seria e compita:
"Carissimo papà,

non voglio andare a Parigi. Voglio morire."
Si alza ma poi torna a sedersi al tavolo per aggiungere:

"P.S. Non voglio che David venga ai funerali. Probabilmente non piangerebbe nemmeno."

Così piega il foglio e sorridente va a dare da mangiare al suo pesce rosso.

Sabrina spia David mentre corteggia ad una festa una ragazzetta ricca e frivola. Dice al padre imbronciata: "Odio le donne che ridono sempre".

Sabrina e il souffléDurante il corso di cucina per il quale Sabrina si è trasferita per due anni a Parigi, il maestro cuoco controlla la riuscita dei soufflé appena sfornati dagli allievi. Arrivato a quello che lei, l'ultima della fila, tiene in mano, dichiara sfiduciato: "mostruoso."
Il suo vicino, un barone dal "sublime tocco"
in cucina, dopo aver constatato che il sufflé di Sabrina è ancora crudo e che il punto è che probabilmente lei ha scordato di accendere il forno, le dice che è evidente che il suo cuore non è in ciò che sta facendo, ma vicino all'uomo di cui lei è infelicemente innamorata.
Così aggiunge: "Una donna felice in amore lo brucia il soufflé, ma una donna infelice, ahimè, si dimentica di accendere il forno, dico bene?"


Il padre di Sabrina legge una delle lettere che lei gli scrive da Parigi davanti al gruppo corale di camerieri che, presenze costanti durante tutta la storia, fanno il tifo per lei:
“Ormai non penso più molto a David...”

Cameriere1: Molto bene!

“...fuorchè di notte”

Cameriere2: Molto male.

“L’altro giorno ho deciso di dimenticarmelo e ho strappato la sua fotografia...”

Cameriere3: Molto bene!

“...potresti procurarmene subito un’altra?”

Cameriere4: Molto male.


Signor Larrabee (mentre gli passa davanti il vassioio delle bevande): Uh…!

Signora Larrabee: Ah no Oliver, no!

Signor Larrabee: Ho la gola secca, scusa…

Signora Larrabee: Hai fumato per caso?

Signor Larrabee: Ma se ho smesso tre mesi fa? Ah, è sconfortante che dopo 40 anni di matrimonio la sfiducia debba minare i nostri rapporti! Me ne vado in salotto dagli altri. (Entra in casa, e si accende un sigaro).


Sabrina riesce finalmente a ballare tra le braccia di David durante una delle feste alle quali fino a quel momento aveva assisitito soltanto accovacciata sopra l'albero in cui usava restare a contemplare il grande amore (d'altra parte, in quell'occasone, non esita a confessarglielo senza alcun pudore), rampollo della ricca famiglia di cui il padre è l'autista. Uno dei camerieri appartenenti alla cricca di cui prima, la osserva strusciare paitoskissimamente trasognata la sua guancia su quella dell'amato e corre felice a riferirne al resto della servitù, riunita in cucina.
Ansimante esclama: "Oh, dovreste vederla, è la più bella della festa, la più elegante. E che disinvoltura, che portamento... come se fosse sempre vissuta là dentro!"
Padre di Sabrina (seduto borbottante con i gomiti puntati sul ripiano della cucina): Non mi piace niente!
Un'altra cameriera, raggiante: E con chi sta ballando, con David?
Il cameriere di prima continua: Certo, e lui la tiene così stretta che non so prorpio come faccia a respirare poverina! ...E come si guardano negli occhi!
Padre di Sabrina (sempre più borbottante): Non mi piace niente!


Sabrina (seduta al tavolo di un piccolo ristorante con un disorientato Larry, fratello di David): Sapete cose si fa il primo giorno che si è a Parigi? Ci si procura un po’ di pioggia. Una pioggia che non sia troppo forte, pero’. E una persona veramente carina con la quale girare in taxi per Boulevard Boulogne. La pioggia è importante perché… essa da a Parigi un profumo speciale. Sono i castagni bagnati, dicono.

Larry: Lo credo.

Sabrina: Voi siete intelligente e molto ricco. Potrete ordinarvi un po’ di pioggia!


SabrinaSabrina al telefono (e alla frutta): Buonasera Larry… lo so che è tardi forse avrei dovuto telefonarvi prima… non posso venire stasera… mi spiace molto ma non ce la faccio, non riesco proprio a liberarmi… no, non sono a Long Island, sono a New York… oh, a un telefono pubblico… uno qualsiasi… ma, santo cielo, che importanza ha dove mi trovo se… se tanto non possiamo vederci!
E va bene sono… sono qui sotto, ma non ho intenzione di venir su!”

Larry: Sentite Sabrina, perché non mi dite chiaramente quello che avete? Avanti, voi parlate ed io vi ascolto (intanto lui scende le scale).

Sabrina (inizia a raccontare, ma poi si accorge di uno strano silenzio all'altro capo del telefono): Larry, pronto, pronto?! Come, dove siete?


Sabrina: Avrei dovuto darti ascolto papà, c’è un sedile anteriore, uno posteriore e una finestrina in mezzo.

Padre di Sabrina: Se c’è qualcosa di buono, comunque, in tutto questo, è che ti sei liberata del pensiero di David.

Sabrina: Ah, certamente si mi è passata, sono guarita. Ma ora come guarirò dalla cura?

Oh, quand il me prend dans ses bras
Il me parle tout bas
Je vois la vie en rose
Il me dit des mots d'amour
Des mots de tous les jours
Et ça me fait quelque chose
Il est entré dans mon coeur
Une part de bonheur
Dont je connais la cause
C'est lui pour moi, moi pour lui, dans la vie
Il me l'a dit, l'a juré, pour la vie
Et dès que je l'aperçois
Alors je sens en moi,
Mon coeur qui bat

di Irene alle 12:46:50 14 Commenti

12/01/2005

"The times, they are changing", "Times maybe, me not"


Distesa sul divano davanti alla tv, stasera, per la prima volta da tempo, ho avuto la sensazione di starmi, piano piano, ripulendo.
Sottovoce, che fa quasi paura dirlo.
Sentire profumi nuovi, odori neutri. Disinvestire gli oggetti, le azioni, di presenze ulteriori. Camminare con un nuovo giaccone appena comprato durante un giro di acquisti con la mamma, che presto diventerà simile a me e chissà quante giornate insieme. Non pensarci, per una volta.
Cercare con calma ma decisa un nuovo lavoro, uscire da svilenti condizionamenti. Fare, fare delle cose e tirare una riga sopra. Cercare, e decidere.
Sistemando in nuovi album più grandi –una diversa continuità- centinaia, migliaia di fotografie, vecchie o più recenti, ho percepito delle cose come passato. Situazioni, persone, che mai avrei pensato di considerare tali.
Marta, ho guardato le nostre innumerevoli fotografie -anni, espressioni, persone intorno a noi, diversi- e per la prima volta ho sentito, istintivamente, questo non è e non sarà più. Non così, certo. Ma quel così è quello che io posso, è quello che io voglio e che io profondamente sono. Non così sar(ebbe)à una perdita, grandissima, perché non sar(ei)ò io, io sar(ei)ò lontana e così tu. E questa è solo cautela, perché quello che penso è che non sarà e basta. Imparare a sentire passato.
E’ vero, e ora lo tocco, le cose si modificano. Amarezza, e qualcosa che assomiglia a serenità, una strana benevolenza, uno sconosciuto distacco. Un orizzonte.

di Irene alle 23:59:17 7 Commenti

10/01/2005

Sittin' on the dock of the bay (look like nothin's gonna change)


And I think to myself…

da un'altalenaL'impotenza di fronte all'ingiustizia di un comportamento non meritato che attanaglia, anche nelle cose più mie, nelle più sudate, e quelle che dovrebbero essere emotivamente più neutre, come il lavoro. La disconferma irrazionale, quella che non sottostà alla legge causa-effetto. Helplessness, in psicologia, impotenza appresa, che frustra e immobilizza. No, immobilità mai.
Ancora
Una bambina, ancora un filo dolce a me magicamente legato. Quando più ne avevo bisogno. E noi ce lo ricordiamo. La sua piccola lettera stracciata da adulti giochi e colpevolizzazioni.
Cose
Cose
che si accatastano, una sopra l’altra, come un vuoto nello stomaco, come una gola stretta, come eterne riconferme impietose che accadono quando lo temi ma sorridi incerta poi sgomenta, questa volta no. La paura che non finisca la vorticosa caduta di piccoli, o grossi, continui, massi.
Troppe volte zero, baby, non vuol dire uno.

Come un movimento che non cessa. Un pavimento che non smette di tremare. Come il dubbio infiltrato in ogni fessura. Come occhi stretti al buio.
Piccolo, sconfinato, sottile, consapevole, indulgente, smarrito, dolore.

…what a wonderful world.

Una di quelle cose in meno. Una specie di piccolo regalo davanti alla porta, o nell’angolino vicino alla porta della cucina dove da piccola mettevo un dentino caduto e la mattina dopo c’era qualcosa per me. Qualche cubo in più di ossigeno, morbido da respirare.

I suoi occhi scuri, intorno e dentro, accoccolati sotto un berretto di lana, o sopra una grossa sciarpa dai colori caldi, e sciatta. Come una parte di lui dolce, di casa vissuta e rassicurante e di sorrisi che inglobano. L’effetto osmotico dello stargli accanto. Luci e odori diversi. La voglia di baciarlo solo per assorbire un po’ del suo calore, della sua energia, del suo sguardo, che sono anche una parte di me. Leggere poi di lui a notte fonda, sorridere di cose passate, ma che brillano ancora sorridenti.
Una vita vissuta in modo così diverso dalla mia, ma in cui potrei cadere in qualsiasi momento, perché io sono questo, ma anche quello, allo stesso modo. Mi rappresenta un lato, che a volte appare un tutto, ma mi posso immegere, completamente, anche nell’opposto. Una persona, ed un’altra completamente diversa, sono complementari a differenti me stessa. E da qui un eclettismo che conduce sempre ai miei stessi errori.

Un messaggio di una persona che torna e si nasconde ma è una piccola luce in una notte infinita, che gli chiedi E tu, cosa ci fai sveglio alle 4 di notte? E ti risponde Eh…tu?

I ragazzini che lavorano davanti a me. Che ogni tanto qualcuno mi sorride complice. Che intanto crescono, tanto forte che si riesce a respirare nell'aria. E io lo faccio a pieni polmoni. E mi commuovo per la fortuna di poterlo fare. Sperando che loro la sentano, tutta l'energia che cerco di assorbire e, riconvertita, di ricambiare, con gli occhi, con i gesti con cui vorrei far loro sapere che io li sento, che capisco. Che poi forse non importa e non serve.
Le lacrime trattenute davanti a quella bambina, che bambina purtroppo non è, che con le guance rosse voleva parlarci di un problema, ma senza dirlo. Rubare una soluzione, ma solo quello che le bastava. Intuire il necessario, senza far uscire nulla. Qualcosa che lei credeva più grande di noi, ma che dentro di lei ci stava tutto intero.

QuestoG. che Ci credo, (L.) aveva trovato un fiore.

Comprare tanti album, riordinare tutte le foto. Riordinare molto di più. Al calduccio di casa, in un pomeriggio tranquillo.

La musica che a salvarci erano invece certe canzoni.

Trovare tutto quello che ora mi serve, che ora aspetto, che ora sono,in
una canzone. La dolcezza, e l'infantilismo, ma non troppo, della parola huckleberry.

Tornare a casa.

di Irene alle 22:39:35 25 Commenti

07/01/2005

Cavall(i)eresche tecniche di seduzione


Non abbiamo fatto in tempo a godere dell'euforia, non abbiamo fatto. Non dell'incredula ilarità per un gesto grottesco quanto catartico un po' per tutti. Roberto Dal Bosco, una sorta di eroe in stile Gucciniano. Lieto e promettente inizio di un nuovo anno. Di rivoluzioni, rivolte proletarie alle porte, e... e vabbé, ok, non esageriamo, però suvvia, è stato alquanto divertente. Immaginare la sua espressione.
Questo tronfio e impettito omuncolo esultante e compiaciuto tra la folla, tac, si sente improvvisamente piombare nientemeno che uno stupido, ridicolo tre piedi sulla capoccia. Lo vedi poi con il grande cerotto dietro il non più piccolo orecchio.
Questo muratore, la spartana giacca a vento e gli occhi vispi, la faccia incazzata e l'
insofferenza in corpo, che si dice eh no, basta, lo manda a quel paese e gli tira dietro la prima cosa che gli capita sotto mano. Bellissimo. Fantastico, degno delle migliori gag alla Stanlio&Ollio.
E invece no.
Invece doveva essere, una volta di più, subdolamente rivoltata la frittata tanto da ottenerne l'ennesima, nauseante, intortata. Ipocrita, viscida, "vittoria".
Una
magnanima concessione e, quel che è peggio, riconosciuta come tale da (quasi) tutti, degno del più viscido manipolatore, non a caso, lui.
Il Nostro, orecchie basse, tanto stupore e devozione (spero finta fino all'ultima briciola) ai piedi del Cavaliere come un bambino che ha fatto, incosciente, una stupida marachella. Lui, il grande paciere. Qualcuno (deputato
di An, mi sembra) ha detto "Si tratta solo di un povero ragazzo che ha fato l'errore di credere in un'ideologia di sinistra". Così finì.
Con l'unica speranza che la gente sappia, che la gente guardi dietro, che ragioni sulle tattiche.
Oh, my God, ti prego.
di Irene alle 15:24:49 9 Commenti

05/01/2005

Gigin' alone at the bottom of the hill...


E’ la volubilità dei legami tra le persone, che non finisce di stupirmi e di spaventarmi. E’ il vuoto che mi fa sentire, e che crea uno spazio di solitudine che avvolge questi giorni. Come una lezione da imparare, un liquido che deve terminare di assorbirsi. O semplicemente una delusione da lasciar placare.

Ed è come se ci fosse una dimensione in cui posso vivere e nuotare in fondo a tutto questo ed un’altra in cui so di poterne respirare fuori. Restare dentro a questo liquido avvolgente, sono io. Correre, sorridere comunque, non guardare, stare sopra, lo posso fare. Ma è più faticoso. Faticoso anche pensare alla possibilità di. E un po’ mi odio per questo, per la mancanza di audacia, di voglia, di provare diversamente. Confido nella spontaneità di questo passaggio, e non mi aiuto.

E passo delle belle ore, ieri una bella serata. Di come una volta. Di visi a cui uno ad uno voglio bene, in tanti modi diversi e con armonia, di sigarette fumate in terrazza e di risate di gusto. V. per tutta la sera mi ha battezzata donna revival. Già.

Ci sono belle letture, bei film, un bel cielo, spesso. I miei piedi camminano per terra. E non è così scontato.

Ma c’è un vuoto. Ho una mancanza dentro, c’è sempre in questi giorni. Che mi commuove quando sento qualcosa che potrebbe essere pieno e non è. Che c’è stato in momenti di calore e di intense vicinanze. Che mi ricorda un tutto di cui ora sembra vivere una parte.

E mi sconvolge l’impossibilità di una fiducia e di un abbandono totale. E fa freddo.

Propongo a L. un caffè insieme, voglio sapere come sta, voglio un lieve filo di continuità, la mia, di sempre. Mi dice no, non prendertela a male, ma non intendo rivederti. Da un po’ di tempo sto frequentando una ragazza, e lo sai che io sono una persona corretta.

Una persona corretta. La correttezza è, in un certo momento della propria vita, sbarrare delle strade per percorrerne delle altre. Pare che sia normale.

Pare che una persona possa passare mesi, o anche anni, a coltivare degli affetti, a vivere con delle persone a fianco e poi lasciarli in un determinato punto come se non esistesse una continuità, come se ogni momento non fosse un filo che intreccia una vita ma episodi. Ognuno separato dagli altri. Ma, ma io non sto vivendo in questo mondo.

VolpinaMa io sono cresciuta a pane e volpina del piccolo principe e credo che invece della bibbia ognuno sul comodino dovrebbe tenere una copia della sua storia, per ricordare, che lei sa cosa vuol dire addomesticare. Il fatto è che la volpe diceva questo: “Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa”. E secondo me è una delle cose più belle, che nella vita si può fare. Ma la verità è che in questo mi sento sempre più sola. Che gioisco per le piccole, piccole cose che dovrebbero essere le più normali, e soffro per altre più grandi, troppo grandi, che non dovrebbero essere. E io, sola, non (mi) basto. E c’è qualcosa che non va, in tutto questo.

di Irene alle 00:43:50 22 Commenti