26/02/2005
Al posto di.
Irene è una manager di successo. Negli occhi e nei movimenti esterni, quelli interiori sono cristallizzati e arginati. Figlia di una madre considerata folle, un'"invasata religiosa", morta quando lei era piccola, lei decide di seguire le orme del padre, vivendo di un totalizzante, freddo, lavoro.
Irene un giorno incontra però una ragazzina, Benny, una piccola ladra di strada che le suscita una sorta di istinto di protezione e dalla cui vita è incuriosita, e affascinata. Si instaura quindi tra le due un'amicizia complice, che destabilizza Irene rispetto alla costruzione della sua vita.
Tramite Benny, che anziché una ladra si rivela una piccola, silenziosa, benefattrice, Irene scopre infatti l'esistenza una realtà nascosta dietro la apparenze ed i portoni di Roma. Persone comuni, nella terribile, terribile, condizione di dover calpestare una dignità a loro sempre appartenuta per chiedere aiuto senza saperlo ammettere. Perché non ce la fanno a comperare il detersivo, perché non riescono ad avere un pasto caldo tutti i giorni. I nuovi poveri, che fino a ieri conducevano una vita normale e ora vivono nella disperazione di non farcela ad arrivare alla fine del mese.
Irene, attonita di fronte ad un dolore di cui non sa sopportare l'esistenza, così lontana da quella che è sempre stata la sua, cieca, viene travolta da una compulsione a dare, a fare, per gli altri.
Abbandona così la sua professione, la sua vita, sfiorando, nel dare al prossimo, l'annullamento di sé, una sorta di follia.
Follia? E qual'è la giusta misura? Cos'è che si può, e cos'è che si deve fare, REALMENTE?
"Cuore sacro" affronta la questione in modo molto complesso, e intenso.
E' un film di un'intensità emotiva al limite. Che ti sembra di poterlo toccare quel dolore, che sai abitare nella porta vicina alla tua.
E' uno di quei film che vorrei potessimo vedere tutti, per poi pensare, e pensare, e poi parlarne, tutti insieme. Di come si può fare. Di come si può fare VERAMENTE, da una posizione equilibrata, quella del possibile.
Ozpetek apre una grande numero di finestre e di interrogativi, senza dare alcuna risposta. Tranne quella che, nel nostro silenzio, anche noi siamo colpevoli.
A tutti gli sgusciati, questa la dedica all'inizio del film. "Sono solo sgusciata nella stanza accanto".
25/02/2005
...
Credo sia per me strettamente necessario
mettere quest'immagine qui, oggi.
23/02/2005
Aaaaah!!!
Poi oggi all'improvviso mi è uscito un urlo. Così, di quelli acuti, a bocca spalancata. L'ho commentato distrattamente dicendo "questa è la verità".
Credo c'entri qualcosa col fatto che noi donne siamo maledettamente governate da destabilizzanti cicli ormonali, solo, solo da questo. Non trascurabilmente fastidiosi, in quanto altamente depersonalizzanti.
E col fatto che, nel caso io abbia mai saputo farlo, anche solo per un istante, non so più cantare. Per niente proprio. Tutti meglio di me eccetera eccetera. Come De Gregori. Oh.
21/02/2005
Neve bianca moltissima e tormentosa
Io non sono affatto un'anti Bridget Jones. Anzi, se lo volete sapere Bridget Jones mi piace proprio non poco. Non poco, no. E in spiaggia a Cattolica, qualche anno fa, mi sono fatta tante di quelle risate con le lacrime agli occhi, piegata in due sul lettino e poi a leggere i passi migliori alla V., che me le ricordo ancora. Come potrei non sorridere di complice ammirazione mentre con studiatissime e goffe mutandine tigrate lei bacia lui sotto la neve, in mezzo ad un incrocio stradale, nella scena finale del film? No, non potrei, ecco. E se volete sapere anche questo io sono contenta di vedere e sorridere e ridere davanti alle foto della sua famiglia anche se non è più la mia e se non c'entro niente e se dovrebbe essere il mio ultimo pensiero. Perché si.
Inoltre io sono la stessa che, entrando in una classe di ragazzini frequentata qualche mese fa, riesce quasi a commuoversi per l'emozione di rivederli, perché per un'assurdo motivo mi sento fiera di loro, che hanno questi sguardi belli, che sorridono nel rivederci, tutti composti, che quei due hanno i capelli diversi rispetto a prima. E mi meraviglia sempre la bellezza di questi bambini, o ragazzi che si possano chiamare. Che al contrario del luogo comune io li vedo sempre, e ne vedo tanti, così vivi, e gentili, e appassionati, interessati alle cose. Grandi, anche. Forse troppo.
In modi diversi, ma intensi.
Sentirlo sorridere all'altro capo del telefono ieri sera è stata una specie di vittoria nostra, anche se forse non è vero, e anche se probabilmente è come al solito. Nello svolgimento e nelle intenzioni. Ma io sono qui, e sono una continuità. E questa è la cosa più importante. Per me.
Una cena "di classe" di qualche sera fa è stata struggente nel suo essere misura di progressione del tempo e di cambiamento, quasi grottesco nella sua somiglianza con certi film di Verdone. Vedere queste persone con cui si può parlare, e lo si fa abbondantemente, di dieci anni fa laccate di questa patina così suggestivamente adulta, vederci dal di fuori, pensare a dove stiamo andando, alle strade che sempre più si diramano. Con questi bicchieri di vino, di Bayles, in mano. Una malinconia dolce, dolce davvero.
Ridere sfacciatamente con lei ad una mostra di pittura che, dopo aver attentamente valutato l'opportunità di visitarla e dopo esserci abbondantemente autocompiaciute della nostra inesauribile e alta fame di cultura, abbiamo scoperto consistere in quattro sbrigativi dipinti raffiguranti immagini sacre. Distenderci a chiacchierare ed osservare le travi di legno grezzo del soffitto della suddetta mostra, con il gelo imperversante all'esterno. E' stato ridere davvero. Leggére.
17/02/2005
La confraternita dell'uva
Io, per esempio, amo follemente John Fante. Da quando, la scorsa estate, l'ho scoperto, grazie a lui che mi ha regalato Full of life, metodicamente, avidamente e inesorabilmente ho acquistato e bulimicamente letto tutti, o quasi, i suoi libri. Mi attrae la sua scrittura immediata, lo scivolare sempre tra le diverse o opposte facce degli eventi e degli atteggiamenti, in modo acutamente ironico e autoironico. Il modo in cui coglie e mette a nudo stati d'animo profondamente umani nella loro manchevolezza e anche tenerezza. Il suo scoprire la fragilità dietro all'irriverenza e all'impetuosità, la sua passionalità ma anche il fatalismo di fronte alle mutevoli e davvero singolari vicende della sua storia, di cui sono impregnati i suoi romanzi.
La confraternita dell'uva è uno dei romanzi più autobiografici di Fante e racconta del suo complesso rapporto con il padre e con la gente ed i luoghi in cui è nato. Sotto, alcuni passi.
La sua durezza, mio padre l'aveva ereditata dal mio modo di vivere. Pane e cipolle, si vantava, pane e cipolle: che altro serve a un uomo? Ecco perché per tutta la mia vita ho provato ripugnanza per pane e cipolle. (...) Provava un grande disprezzo per sé stesso, e tuttavia era orgoglioso, e perfino presuntuoso.
E allora mia madre si avvicinò quieta alla retina della porta e mi guardò, quasi che stesse facendo provvista di ricordi, come se non avesse dovuto vedermi mai più. La sentii pulsare avanti e indietro, incorporea, angelicata, e triste, perduta in questo suo scivolar via dalla realtà e tornarci, piena di vergogna per quel poco tempo che le rimaneva.
Mi coprii l'inguine coi vestiti e presi a tremare senza più freni mentre la macchina ruggiva via; battevo i denti e continuavo a morire cercando di restar vivo.
L'aria gli fece bene; se la dovette sentire bella fredda nel naso e nei polmoni e si svegliò, si guardò attorno con gli occhi che sembravano due ciliegie schiacciate. Chiese un sigaro.
Restammo lì tutta la notte, e ci avviammo di nuovo a casa che era già un altro giorno, lungo strade che ci chiedevano notizie di mio padre e come mai non era insieme a noi.
Ora che non avevo più il mio, avrei preso uno qualunque di loro perché mi fosse padre. Davvero: qualunque uomo, o magari un cespuglio, un albero, un sasso, purché mi volesse come figlio. Ero anch'io un padre, ma non volevo quel ruolo. Volevo tornare indietro nel tempo, quand'ero piccolo e mio padre girava per casa, forte e rumoroso. Fanculo la paternità. Non ci ero tagliato. Ero nato per fare il figlio.
12/02/2005
Questi giorni
Dopo molte ore stancanti e surreali in mezzo a tanti, tantissimi ragazzini diversi e spaventosamente uguali, apro la finestra e sporgo il viso fuori. C’è il sole, ed un piccolo giardino verde di erba e di alberi, il cortile della scuola. E’ febbraio ma si avverte appena un profumo pungente di primavera, per la prima volta. Per la prima volta dopo non saprei neppure quanto tempo mi ritornano in mente i pomeriggi passati con mia mamma nel “parco della casetta”, quand’ero piccola. Io e lei. L’attenzione allegra e protettiva, spensierata, incentrata completamente e incondizionatamente su di me. Quella che non si rivive più. Neanche con lei, che ora è così diversa. Che siamo più grandi tutte e due.
Lo stesso odore.
Mia mamma, riesco a vederla solo quando non c'è. La sua presenza assente è quella di mamma nella sua interezza, nel suo alone di affetto e di tenerezza. Ne penso le debolezze, e mi convinco, la pena nello stomaco, che dovrei essere con lei più lieve. La sento anche come riferimento protettivo, vorrei dirle molto, tutto. Nel mio modo, però, che vicino a lei è intimidito. Se lei è vicina, mi fermo sui particolari, sulla contingenza. Mi irrigidisce la mia percezione di una sua invadenza, nel mio modo di essere. Mi indispone la sua fretta, iperattività che mi rende così pigra e troppo, sempre troppo inattiva vicino a lei. Forse l'insostenibile? discrepanza? tra la un'immagine interiorizzataidealizzata, e lei.
Fare quello che posso e che forse basta, ma farlo. Piccole cose, piccole dosi. Come un'eterna cura, sottovoce. Sentirmi tutto sommato tranquilla. Non avere criteri solidi per valutarlo. Purtroppo. Avere dei progetti. Parlare delle possibili canzoni da cantare come se fosse una cosa seria. Io che eseguo gli esercizi preoccupata e Cristiana che dice ehi, guarda che siamo a un Sol! Come quando con gli occhi strizzati aspetti una puntura e ti dicono già fatto! Parlare con una persona che mi conosce bene dopo anni e riderci un po' su. O, un po', anche no. Parole, lettere e estemporanee felicità.
Un film scoperto per caso e amato totalmente, goccia per goccia, lentamente assaporate una ad una. Un piccolo film, Valentin di Alejandro Agresti (lo stesso regista dell’altrettanto bello e, se si può sussurrare, poetico, Un mundo menos peor, presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia), piccolo davvero perché in qualche modo umile e silenzioso, in un angolo, come una perla non troppo scintillante in mezzo al rumore, la luce calda di una candela di fronte a quella abbagliante di un neon. Dolce, ma con ironia e furbizia. E vivacità.
La tenerezza lieve mai straripante o sentimentalistica di fronte a un bimbo, interpretato e doppiato deliziosamente, con una vocetta divertentissima e due occhiali grandi attraverso cui osserva e vive il mondo dal basso del suo corpicino minuto e testolina scompigliata, ma prendendolo di petto. Che cammina per le strade con pesanti scarpe da astronauta per allenarsi alla mancanza di gravità, cercando di risolversi dei problemi mica da poco.
Senza essere ritratto come un piccolo eroe vincente, né la vittima lacrimevole di un mondo sbagliato, Valentin rappresenta, con leggerezza, uno sguardo adulto ma con una vena di spirito ed emotività infantile, seppur contenuti con molta sveltezza e una sorta di ingenua saggezza (che, si sa, quando si vivono davvero situazioni critiche non c’è tempo né modo di piangersi addosso), utile e fresco.
Valentin dice: “…come quel tipo che a volte spio al bar all’angolo e beve il caffè, legge il giornale e nient’altro. C’è gente che sembra che non sta vivendo… o che non ci fa niente, con la vita”.
E insomma vedetelo questo film, che fa bene.
Berlusconi che rifiuta un dibattito pubblico con l’opposizione perché quella non fa altro che denigrarlo e demonizzarlo. Il coraggio di questa affermazione dopo il suo recente “Se la sinistra andasse al governo, questo sarebbe l'esito: miseria, terrore, morte. Così come avviene ovunque governi il comunismo.”, dopo aver detto che la sinistra è l’incarnazione del male, lui il bene. Prodi, intanto, intervistato su uno sfondo scuro e tetro, il tono, quello di chi vuole evitare di svegliare il vicino, con un tocco di raucedine, in aggiunta. My god. Come direbbe lei.
07/02/2005
Are you still turning around the same things?
Negli ultimi giorni ho viaggiato attraverso molte cose. Come camminare a piccoli passi per mesi e poi, in pochi giorni, correre. Lungo correnti fresche linee orizzontali fitte ma ordinate e terreni nuovi vibranti ma accolti e accoglienti. Dove il nuovo e il conosciuto si alternano e si compenetrano, come in una piccola rappresentazione simbolica.
Giovedì un colloquio e un chiarimento importante. La prova o l’illusione rasserenante che, anche dietro a confusi errori o formali incomprensioni, la trasparenza delle intenzioni, poi, si vede. Che l’ingenui(ni)tà se dietro c'è del buono, paga (soprattutto sé stessi, ma questo è un altro discorso).
Che, si, forse è meglio costruirci sopra qualcosa che si regoli in base a dei canoni di comportamento che a quanto pare sono necessari, in certi contesti. Ma senza rinunciarci. Tenendola sopra a tutto il resto. Che se c'è da scegliere, sia ben chiaro cosa.
So cry because you care
feel 'cause you're alive
sleep because you're tired
shake because you love
bleed 'cause you got hurt
die because you lived
Venerdì mattina, alle sette, in viaggio verso Bologna. L'aria fredda e un cielo grande come capita raramente di vederlo. Come nei disegni di quando ero piccola. La terra, una striscia. Il cielo, un'altra, in alto. E in alto era una distesa di lenzuola di un azzurro ancora acerbo e stropicciato, appese per i quattro lembi, in orizzontale. Sotto, una striscia color pastello dai confini perfetti.
Limpido, prima di tutto.
Lungo la strada, una piccola collinetta solitaria con un improbabile castello sulla sommità interrompeva la linea che separava la fascia blu delle lenzuola appese e quella rosa dell'alba. Ho pensato a lui piacerebbe. Nella radio, un rassicurante e azzurro Carboni.
Arrivo nell’hotel dove si tiene il corso, ed è una sensazione completamente nuova.
Un territorio aperto e lontano in ogni senso da tutto il resto, ma in cui mi sentivo più pienamente io di quanto non mi capitasse da molto tempo. Come se potessi finalmente plasmare qualcosa che mi appartenesse completamente. Dall’inizio. In base a come sono io ora.
Corridoi di passi non predefiniti, ma sicuri.
In quei giorni ho visto visi che era come vedere delle persone per la prima volta. Come quando si dice beh, cos'è, la prima volta che vedi un/a ragazzo/a? Si. Senza categorizzazioni, senza filtri imposti da situazioni preconosciute o predeterminate.
Ed erano belli, ma proprio belli. Dei visi intensi, delle parole come acqua fresca. Discorsi su cose non anticipate, davvero s-conosciute. Esperienze lontane dal mio universo quotidiano. E non capita spesso, che a volte sembra di partire sempre dalla stessa base, di girare sempre intorno alle stesse cose, senza sorprese. Deja-vu su deja-vu.
E c'era voglia di conoscersi, perché si era lì, insieme, e poi ancora per qualche mese, a condividere qualcosa, ma senza fretta.
Un piccolo gruppo di persone, conosciute poche ore prima, la sera nella taverna puro stile romagnolo di panzerotti e tortellini a bere vino rosso quasi più che a mangiare, o la notte nel corridoio dell'albergo, fuori dalle camere, come quando si era in gita, negli anni della scuola. Questa gentilezza, questa accoglienza pulita, senza implicazioni. Semplice. La mattina ritrovarsi nella sala per la colazione, poi sui grandi banchi, la fronte appoggiata alla mano. Recitare i role-playing in coppia di fronte a tutti gli altri attenti. E poi le discussioni, i commenti. Sempre pensati e centrati e viv(ac)i. Voltarsi verso di loro disposti in fila e pensare wow, ma che begli occhi che ho intorno, che bei capelli, che belle magliette colorate, ognuno un proprio stile, e una propria mente, provare qualcosa che assomiglia ad una strana forma di affetto, forse di ammirazione. Forse felicità.
E io, io ero nelle cose che facevo e che vivevo, con un senso di libertà e di scoperta che serve, come direbbe G.M..
Sabato torno a Padova, per ripartire per Bologna la mattina dopo. Torno per il concerto di Elisa.
I concerti di Elisa sono soggetti ad una prevedibilità sconcertante. Collocati in un punto alto, che è un po' come il momento riassuntivo di cui parlavo giorni fa. Bellezza.
L'ammirazione in qualche modo complice di fronte a quello che può fare con la sua voce, l'intensità e espressività nelle sue note e nelle sue parole. L'affinità che sento con esse. Tutto questo che sale negli occhi lucidi come un riflesso incondizionato.
Ed al concerto di Elisa sono successe delle cose.
Sono ritornate queste parole:
Are you still turning around the same things?
Are you still trying that way?
Are you still praying the same prayers?
Are you still waiting for that same day to come?
(Heaven out of hell-Elisa)
già scorse nel mezzo di mille giorni e mesi degli ultimi anni. In mezzo ad ammissioni e prese di coscienza, a strade strette e a possiblili uscite. Che alcune frasi delle canzoni di Elisa spesso sono dei promemoria, delle domande dal di sopra di.
Sabato mentre Elisa cantava questa strofa mi è venuto da sorridere e ho pansato no. Forse non sto ancora provando nello stesso modo, pregando sempre le stesse preghiere, girando intorno alle stesse cose. In un momento ho pensato che forse no, non sono ancora in quello stesso punto. Ed è stato un attimo.
Come quando in un'altra canzone c'era questa parola, love. Ed emergeva con una limpidezza e con una forza che, eh. Che forse può non essere un concetto retorico e consumato, o sciocco. Che si può ancora tirare fuori l'essenza, la parte non ancora sbiadita.
E' successa anche un 'altra cosa durante quel concerto. Le prime note di Life goes on ed ho subito pensato a lei, con un sorriso, e con affetto. Avrei voluto tanto chiamarla, farle sapere che ero lì, che c'era questa canzone, e che sapevo di lei. Sapevo che a lei diceva le stesse cose che diceva a me. E io, lei, non l'ho neppure mai incontrata, non di persona. I blog.
We'll forget about our sorrows
and think about a brighter day
’cause life is beautiful that way.
There's still another game to play
and life is beautiful that way.
(Beautiful that way-Noa)
03/02/2005
Guarda che belli i fiori in quella città
Torno nella stessa palestra che frequentavo fino a tre anni fa. Come riappoggiare la figura di me stessa nel medesimo stampo, dopo un infinito intervallo temporale. Mi guardo e penso ehi, guarda, sei ancora qui!
In verità, quello stampo è impronta di una vita completamente diversa rispetto alla mia di adesso.
E mi stupisce sempre la ripetitività di indici esterni in cui nel tempo scorrono pensieri e si muovono passi di natura così differente tra loro. Scorro con lo sguardo gli stessi pannelli quadrati del soffitto. Io, anni fa, supina li fissavo e ci facevo girare dentro, percorrendone metodicamente i contorni per scandire il tempo, ragionamenti e inquietudini che ora hanno preso strade così lontane da quelle di quei giorni, settimane, mesi, anni. Gli stessi movimenti facendo gli addominali, le mani sotto la testa, lo sguardo in su.
La stessa, sovrapponibile, scena, in cui l’unica diversa sono io, è la mia vita.
Ricordo quando correvo lì, sempre in ritardo, e ora mi sembra che sia stato sempre di primavera, io in bicicletta, piena pensieri confusi riguardo a lui, alle nostre discussioni, alle mie frustrazioni. Dentro a quegli esercizi i miei pensieri si allineavano uno di fianco all’altro, perdevano una parte del loro peso, la tensione si allentava e iniziava a scorrere quella specie di malinconia legata all’apparire dei fatti in una sequenza di senso differente, più chiaro.
A volte, quando qualcosa tra noi non andava, tenevo il cellulare nell’armadietto vicino all’ingresso e se sentivo l’arrivo di un messaggio interrompevo gli esercizi e correvo di là a leggerlo.
Oppure usavo la lezione di step per liberarmi di tutto, per difendermi, lasciando il telefono a casa e allontanandomi da quei pensieri. Come se un’ora facesse davvero la differenza.
Ero così. Ora sono onde più piccole, a riva. E guarda che barche piccole che vanno, a navigare.
