30/04/2005

What I resist persist and speaks louder than I know


Stamattina ho sperimentato gesti intenzionalmente lenti e ripetitivi, il caldo della tosse nei muscoli, sulla pelle, e le mani che in un esercizio di lievità piegavano tovaglie, disponevano posate.
-Senza correre-, continuavo a ripetermi, in fondo è sabato. -Per una volta, senza correre-.

Quando Mauro non ha risposto alla mia domanda su qual’era, la pizza ‘Martina’ (Martina?!), per poi richiamarmi già a metà strada tra il bancone ed il tavolo dicendomi –Dove vai, che lì ci va la porchetta?!- e poi, tra la scrittura di un sms e un'altra –Non posso mica stare dietro a te, sai!-, ho pensato, ripetendolo come fosse un mantra, -La gentilezza è un valore, è un valore Mauro-. Senza nemmeno sentire il bisogno di dirglielo. -Che dovrebbe essere una ricchezza della tua persona, cosa importa a me? Nuoce a te stesso, la sua mancanza-.

E continuavo a camminare in una mia, parallela, dimensione di respiri regolari e training autogeno. Disciplina.

Percorrendo lo stesso filo, arrivo a casa con mille pensieri e neppure uno, non uno, in realtà. Che infinite serie di ‘più uno’, ‘meno uno’, ‘più uno’, ‘meno uno’, danno come somma zero, si sa.

E poi dai bambini, senza il tempo di fare altro che distendermi per tre minuti con gli occhi chiusi sul letto, a pancia in giù, ascoltando una canzone come una sorta di preghiera laica, di forme che ordinano tutto e a tutto rendono il senso che so.

Le braccia di Sofia intorno alla mia vita, il suo sedersi allegramente sulle mie ginocchia mentre parlava con i suoi amici, prepararci ad uscire di casa come una piccola famiglia inventata: denti di un pettine che restituisce la dimensione di equilibrio che è proprio, nient’altro che, la vita. Lo stesso che usavo io per loro. Quando tenevo tra le mani i lunghissimi capelli di Sofia facendole una treccia, quando guardavo lei, il fratello e la loro amica, mentre giocavano in giardino rispondendo ai loro sguardi in cerca di rassicurazione sulla mia presenza, mentre giocavamo a chi faceva più canestri. Prendevo il sole sul viso e canticchiavo “Ma cosa importa ormai, è una bugia, saprei senz’altro dirti è colpa mia, ma ho solo voglia, sai, di andare via…” avendo l’impressione che quelle note contenessero una verità che non avrei potuto afferrare fino in fondo. Che “Cosa importa ormai” suona in un modo bellissimo, che non mi appartiene.
Così alla fine della giornata mi sono trovata seduta al tavolo di G. con un piatto di pasta dei ‘4 salti in padella’ davanti, intrattenendomi con lei in una conversazione di questo tenore:

G.: G. somiglia a uno di quei ragazzi de “L’attimo fuggente”!

Io: E’ vero! A quello che…

G.: …A quello che poi si uccideva?

Io: No, a quello che vomita sulla neve quando l’amico di suicida…

G.: Ah, si… che poi perché si uccideva?!

Io (la guancia appoggiata sul tavolo, ridendo senza più alcun residuo di dignità e cercando la risposta più laterale): Eh, perché il padre non voleva che recitasse…

G.: ...Ma che stronzata di film però!

Sono seguite quindi ilari ripetizioni di tutto il precedente dialogo accompagnate da risate compiaciute per l’elogio alla demenzialità appena compiuto con tali considerazioni (naturalmente, diametralmente opposte al nostro pensiero).
E chissà com'é che Father and son mi dice le stesse cose ora, come quando avevo sedici anni.
You're still young, that's your fault, there's so much you have to know.

di Irene alle 23:50:00 2 Commenti

28/04/2005

E la tempesta


Stamattina, sveglia alle sei come ogni giovedì. Come ogni mercoledì, anzi ogni giorno, la sera mi risulta biologicamente impossibile essere calamitata dal letto prima dell’una. Lo stesso, riguardo all’attrazione al di fuori di esso la mattina, nonostante i miei occhi siano ultimamente programmati alla massima e più sconcertante apertura ad improbabili(-ssime, trattandosi della sottoscritta) ore dell’alba, ma questo è un altro discorso.

Insomma è l’una, meno cinque ore all’irritante, prematuro, risveglio. Dopo diversi rigiramenti e tentativi di focalizzazione e sfocalizzazione di familiari questioni, stabilito di aver compiuto ogni tipo di rito pre-sonno, cerco infine di distendere gli occhi chiusi e. Ma. Sotto le palpebre avverto il lampeggiare isterico di una luce che più che una luce è un faro. Verde. Sono numerose le luci originate dalla mia scrivania che cerco ogni sera di tamponare con peluches e maglioni sparsi ovunque. Si sa. Quindi rassegnata mi alzo, nella consapevolezza che in seguito a questa azione dovrò ripetere da capo e ordinatamente tutta la serie rigiramenti, focalizzazioni e sfocalizzazioni appena conclusa. Arricciando piumone e copriletto azzurro nuovo nuovo mi accuccio ai piedi del letto. Sposto il topone che copre le spie del computer chiuso in standby. Tutto a posto. Guardo la sveglia digitale. A posto. Scosto, faticosamente protesa dal letto verso il muro retrostante la scrivania, la balena che, posizionata a bocca in giù contro il bordo della mensola, fa da scudo al modem.

Le spie luminiose del modem sono completamente impazzite. Si spengono e si accendono in una vorticosa alternanza piuttosto singolare. A tentoni nel buio, il torace sempre sospeso sopra al tavolo, le ginocchia ancora sul letto, cerco, tastando con la mano, il cursore per spegnere il modem. Non lo trovo. Per aiutarmi accendo la luce, stranamente un po’ troppo fioca, ora che ci penso, della lampada da scrivania. Riesco finalmente a placare il modem ma continuo a vedere una luce, ora quantomeno allarmante, proveniente, questa volta, dal basso.

Guardo giù, e inspiegabilmente quello che vedo è la mia lampada da scrivania che sta emanando apocalittiche scintille di un giallo fiammeggiante coinvolgendo una delle mie collane preferite (tra l’altro!!!) ora completamente fusa dentro la plastica incandescente della lampada in una specie di tentata esplosione nucelare.

(Proprio quella collana lunga lunga comprata al fiesta Roma anni e anni or sono e di cui una certa bionda, fascinosa e ingiustamente ripudiata dal suo fidanzato, Angela aveva detto la memorabile frase Eh, queste sono le collane che ti vestono…)

Rivedo in rapida sequenza tutti i bei momenti trascorsi nella mia amata cameretta, nostalgiche e lacrimevoli scene familiari e non. Intanto, riflettendo velocemente sull’opportunità di gridare ogni tipo di allarme al fine di svegliare ogni componente della mia famiglia, mi precipito sul groviglio indistricabile di cavi e spine per la corrente e le stacco tutte, onde evitare dubbi.
Osservo inerme una flebile spirale di fumo uscire sfacciatamente dal nero della plastica bruciata con argento di collana inglomerata.
E’ l’una passata, devo dormire e, non solo sono super attivata dalle numerose sventure capitatemi, ma la mia camera è anche drammaticamente impregnata dell’odore acre di plastica bruciata.

Ormai arresa apro la finestra e intanto mi drigo in bagno. Accendo la luce, assisto alla comparsa un breve bagliore, quindi la lampadina si fulmina definitivamente. Senza opporre alcuna resistenza accendo la lampadina della specchiera, mi sciacquo il viso e torno in camera.

Istintivamente accendo il cellulare per controllare se dal mondo non mi fosse eventualmente giunta qualche notizia epocale che giustificasse tutto ciò. Nessuna.

Com’era che Agata (e la tempesta) era infine giuta alla risoluzione di ogni suo problema? O meglio, ci era giunta, poi?

di Irene alle 18:47:25 23 Commenti

26/04/2005

Facce sovraesposte per il troppo sole


Giornate dilatate, ogni minuto una goccia densa e scandita nel suo scivolare giù, tic, tic, ora sono invece immagini sognate, impresse in velocissima sequenza negli occhi fermi verso il soffitto, da un letto che raccoglie ogni momento. Nuvole che scorrono continuecostanti sulla loro superficie liquida e poi restano, compongono un’immagine stabile che conosco e riconosco sempre.
Gocce dense e lucide e sono lei
come una casa vera. Un’amica e tanti discorsi e tante aspirine e riso in bianco e passi veloci, risate per il film più stupido e grottesco mai visto in una serata che tutt’altro, ma anche una base, in ogni senso, generosa e familare, e queste cose restano in un luogo atemporale. E speciale è questo, solo. Lei che in mezzo a destabilizzanti immersioniemersioni, tentativi di capire e vivere, intanto, al meglio e nel modo più vero, sembra solida, intensa, come una tazzina di caffè in mezzo alle onde, che in una terrazza sconosciuta e pioggia e sedie che sembrava di essere al mare guardavo con un’ammirazione di cose condivise e di cose da imparare, anche. Lei che, salutandola allegra da lontano ho avuto questa straniante, bellissima sensazione di vederla in una quotidianità che significa tante cose. Una collana arancione brillante e passi, fuori e dentro da una porta e da discorsi "angoscianti oddìo oddìo", che so di (ri)conoscere. Situazioni che abitavo protetta e accoccolata, ora un po' diverse ma ancora mie. Che mie le cose restano sempre in un senso di appartenenza che dimenticare è una parola che non conosco. E che poi, poi questo mi fa stare bene. Le cose hanno colori diversi ma è l'essenza che costruisce e compone e che, ancora, riconosco in una continuità dolce. Cose dello stesso colore dell'erba di un prato che vive forse da sempre e forse da oggi improvvsamente sotto ad ogni cosa, di mille parole o neanche una.

di Irene alle 22:56:30 16 Commenti

21/04/2005

E penso di sentirmi...


Che mi sembra di avere la febbre oggi dalla felicità e dall’infelicità e dalle guance rosse, la coperta dello stesso colore fin sopra il viso. Il cielo sempre più bianco, poche ore di sonno. Parole vorticose e strade, anche. Problemi nuovi e nuove risoluzioni. Stanchezza ma anche no. E, in mezzo, solo alcune immagini chiare.

Sai benissimo che una goccia inonda il cielo
é così piccolo il mondo che ci osserva

vorrei tentare
vorrei difendere questo momento.

Sono.

La madre di G. che, durante un’infervorata e succulenta discussione sul nuovo Papa, io col termometro sotto il braccio, dice allucinatamente, gli occhi a spirale: “Perché adesso, in questa nuova dimensione della chiesa, non c’è più neanche una suora!!! Neanche una ne trovi, eh?! Non esistono più!”.

La casa di G. rassicurante, le “pile isteriche” della sua camera, il suo maglione viola che “è incredibile come le mie cose addosso a te siano (io: “da spilla?”, lei:) diverse…”, sempre lei che la sera con le guance rosse in mezzo a discorsi allegri diceva “Io… sono la maga della merda!*” dando inizio a tante risate culminate durante la realizzazione di improbabili e immotivate fotografie in cui io non riuscivo a tenere gli occhi aperti dal ridere convulso per lei che sembrava appoggiata lì nella traiettoria dell’obiettivo per caso, guardando di lato e in basso.

Un ragazzino nero che stamattina leggeva dei biglietti scritti dai compagni sulle emozioni. Intorno un’atmosfera insolitamente e surrealmente grave come il mio sguardo che non riuscivo a modulare. E un biglietto diceva, con la sua voce: “Quest’oggi / (l'emozione è) di gioia / perché nella vita c’è / sempre un’alternativa / come dice Maria Teresa / che la vita è una battaglia / vincila”.

Spezzoni del film di ieri che era proiettato lì esattamente per me ora. Sempre quell’opposizione indeclinabile di fronte al sopruso, un muro che, se ce l’hai dentro, proprio non puoi, proprio non vuoi, abbassare di fronte alle “bugie necessarie perché tanto è così che funziona”. Che è e resta anche un'ingenuità che regala il senso dell'inconcepibile-inaccettabile. Un “no” che amo. Lo stesso di The Assassination. Che poi lui, Sean Penn, è eccezionale davvero.
Mia mamma che mi chiede delle cose a cui io proprio non posso rispondere. E questo è un filo trasparente che percorre mille costruzioni fragili e solide che solo io che solo noi.

Sai benissimo che sto tremando e non fa freddo
e sono vittima di questa gioia immensa
Sai benissimo che nulla può scalfirci adesso
è così fragile il mondo che ci aspetta, che ci spaventa.


*Nel senso di: fare stronzate.

di Irene alle 16:52:03 24 Commenti

19/04/2005

Among the fields of barley


La cosa più triste, la più triste che posso ricordare è quella canzone, Fields of gold. Dentro a quella musica c’è un cielo di Londra, di quando piove. C’è una tristezza non acuta, ma quella più profonda, delle cose che non possono essere. Delle cose che dovrebbero, con tutte le forze di cui si è capaci, per tutti i motivi del mondo e neanche uno, non uno, giustifica il fatto che non sono. Io sotto un ombrello senza sentire niente se non, solamente, per la prima volta, cosa vuol dire essere soli. Non il senso malinconico o disperato di solitudine, no. Cosa vuol dire avere una vita di cui tu sei l’unico referente, l’unico che ci rimette davvero.Che se ti succede una cosa, è proprio a te, solo a te, che succede e nessuno può fare niente, nessuno può rimediare. Io sotto quell’ombrello appoggiata ad una ringhiera sulla strada, lui, che avevo lasciato in un ristorante dove non riuscivo più a stare seduta, che mi raggiunge da dietro. Forse mi abbraccia, forse sta lì senza dire niente, o che gli dispiace. Ma nessuna delle cose che potrebbe fare servirebbe a cambiare qualcosa, nemmeno di una virgola. So che non può neanche lui, lui che è l’attore, di quella situazione. Il vuoto apatizzante in cui tutto è perso, la foschia che è la stessa di quella canzone.

Will you stay with me, will you be my love
Among the fields of barley?
We'll forget the sun in his jealous sky
As we lie in fields of gold

Virate improvvise e inspiegate, cento e poi zero senza un solo motivo, al di là di qualsiasi volontà di chiunque. Quell'infelicità assoluta senza possibilità di fuga. La fuga, solo interna a quella stassa mancanza, nei suoi angoli. Il senso di assurdo e di impotenza che non potrò mai dimenticare.

Una forma interpretante dentro cui ora scivolano, prioritariamente, situazioni che non dovrebbero, forse.

I never made promises lightly
And there have been some that I've broken
But I swear in the days still left
We'll walk in fields of gold

E in quei giorni ero proprio sola, ero solo io. Lì sono diventata adulta.

Dopo, quella canzone non la potevo proprio più sentire. Io che sempre ripeto tutto, rivivo tutto per metabolizzare infinitamente. Io che quando sto male devo ascoltare tutte le canzoni più tristi che conosco, per vivere l’infelicità in maniera tanto intensa da uscire dal suo opposto.

Quella canzone, l’atmosfera impregnata di un bianco insostenibile, mi faceva troppa paura. L’ho risentita anni dopo in una palestra, durante gli esercizi di rilassamento, ed è stato quasi insopportabile. Valentina che lo sapeva mi guardava e mi chiedeva se volevo che uscissimo. No, non importa, le ho risposto sorridendo piano.

Many years have passed since those summer days
Among the fields of barley
See the children run as the sun goes down
Among the fields of gold
You'll remember me when the west wind moves
Upon the fields of barley
You can tell the sun in his jealous sky
When we walked in fields of gold

Ora la ascolto cantata da Eva Cassidy, dissolta in note più morbide. La riascolto da fuori, guardando quei giorni. Sorridendo anche un po’. Di quella che ero e che non sarò più. Si dice che è la vita, che si cresce. E’ vero. Sorrido di quanto sono stata anche brava, oltre che trasparente, nelle strade di Londra, in quei giorni. Di quanto ero ragazzina ma anche no.

E sono sul punto di dire che così non potrebbe più succedere.

Ma forse non è vero, potrebbe. Che è quando costruisci, costuisci, e sei felice. E poi in un attimo non esiste più niente. E io voglio costruire ancora ed essere ancora felice. Allora forse ci sarà un’altra di queste canzoni.

Quello che è cambiato, è che adesso non mi fa più paura.
di Irene alle 20:07:46 25 Commenti

16/04/2005

Lightdark


See all my lightLucebuio














Love my dark
di Irene alle 15:45:57 20 Commenti

14/04/2005

Nella mia stanza


Strada per il mare







Nella mia stanza
per altre vie
da te ritornerei
nella mia stanza

da parte a parte
il cielo legherei
alle mie dita
e crolli il mondo su di me

nella mia stanza
altro che mie
le ore in cui non sei
nella mia stanza

di carta e inchiostro
il tempo vestirei
con le mie dita
e crolli il mondo su di me

se stringi
tra le mani
la mia voce
ti accorgi che
tu non sentirai distanza

è tanto
troppo tempo
che vorrei poterti dire che
io non sento la distanza.

(Negramaro-Nella mia stanza)
di Irene alle 11:08:26 23 Commenti

12/04/2005

Quando piove


GocciaNon riesco ad usare l’ombrello, in questi giorni. E’ proprio come se non ne avessi bisogno. Allora oggi pedalando in bicicletta mi scorreva la pioggia sul viso e nei capelli. Ma non scorreva, mi cadeva sul viso e nei capelli. Una goccia vicino all’occhio, che ho pensato somigliasse ad una lacrima. Però, ho pensato, che allegra sarebbe stata una lacrima che cade, invece che scorrere. Che bella, e pulita nella sua forza, senza punti esclamativi.

Ho pedalato velocissima da una libreria ad un negozio e poi ad un’altra, poi a scuola e poi ad un’altra libreria. Che alla fine avevo talmente caldo, e mi sembrava di avere la febbre. E intanto pioveva, poco e leggero. Ho incontrato per caso in mezzo ai cd della Ricordi un amico dalle guance rosse ed un sorriso che viene fuori solo quando, ho imparato, so cosa sta pensando. Poi ho pedalato di nuovo e intanto, a volte, mi sentivo anche nervosa. La gente, le macchine, i bambini, cose che non mi corrispondono a cui pensare.
Ma tutto, tutto aveva dei contorni precisi, tutto iniziava e finiva senza attrito, come quella goccia perpendicolare sulla mia guancia.

di Irene alle 00:31:18 21 Commenti

09/04/2005

Nella pausa caffé


Bibione








Ho giocato a camminare lungo i muretti che delimitavano le aiuole conservando l'equilibrio. Fumavo una sigaretta e pensavo a cosa vuol dire saperlo mantenere pur conoscendo l'urgenza.
Restando dentro a piccoli passi di un gesto semplice, pensavo a cosa vuol dire riuscire a fare attenzione. A sè e agli altri. E per un attimo mi è sembrato di riuscirci, in silenzio, mentre gli altri prendevano il caffè.
Poi sono tornata da loro.

di Irene alle 22:03:50 16 Commenti

05/04/2005

Il rosso di


Romarossa

Dello scorso fine settimana vorrei ricordare tutto. Vorrei trattenere nella mie giornate quella sensazione di intensa pienezza, di continua sorpresa di visi, di parole nuove, di sguardi dai colori delle gradazioni del rosso dati (d)a cose di una bellezza che crea equilibrio.

Ci sono cose che conservano gli stessi colori, la stessa luce riflessa dai cuscini del divano bianco della casa di Alja,

sono

la sua camicia da notte rossa come i capelli raccolti allegramente, gli orecchini e le sciarpe dei colori della primavera e nello stile che solo lei, gli occhi che dentro si vede la bambina che era, il suo essere turista di mille sguardi e fotografie della città in cui vive;

la fedele amicizia di Frì spintasi per amor mio fino all’infrazione di uno dei sacri comandamenti, proprio nelle ora precedenti alla morte del Papa, Frì che le cose, le cose le capisce;

la rissa sfiorata con un tassista invasato che ci ha insultate perché nella nostra superficialità non ci trovavamo a pregare a San Pietro, io e Frì nel sedile posteriore a premere le ginocchia dell’una sull’altra per trattenere le risate e comunicarci furtivamente il terrore di essere tacciate come eretiche dal conducente e perciò abbandonate in mezzo alla più buia periferia romana alle tre di notte;

guardare i miei pantaloni neri da molti piani di altezza, in mezzo a gatti quasi morti e risate incredule;

il vecchio proprietario di un ristorante che, alla fine di una cena di racconti, sorprese e scompensi emotivi versa tutto il vino rimasto sulla tavola nel mio bicchiere dicendo con aria di sufficienza “Tiè, ubriacate và!” (come dire, “…che è meglio!”);

gli occhioni luminosi e lo sguardo coraggioso in un visino minuto, l’allegra ironia di Reme, la sua gonna da minnie strattonata verso il basso per stare più comoda sulla sedia, senza bisogno di tante moine, i mille sacchetti di uno shopping esistenziale, un messaggio durante il viaggio che ha scatenato un tifo galvanizzato;

l’allegra forza di Ladyk, dal sorriso solido e vivo e di persona che ha visto e che vuole vedere;

le mille sigarette, che ancora adesso sento l’astinenza da contraccolpo;
gli occhi curiosi e lo sguardo pulito di
Damiano e della sua macchina fotografica sempre a tracolla;
una frase giusta al momento giusto di
Manu, la sua lunga vista, gli improbabili autoscatti in giro per casa di Alja fino ad arrivare al punto di concepire una foto sedute a terra con incredibili espressioni convinte e serie (che se le mie colleghe me lo permettessero qui ce la metterei subito, che è troppo bella!) mostrando tra le mani libri come "Il libro dell'es";
Individuazioneun incontro sereno come una conquista, che il tempo, piano piano, addolcisce anche i dolori più grandi, e succede davvero, di poter sorridere, poi, solo di affetto;
l'irrequietezza e l'eccitazione, la totale assenza di pace in ciascuna cellula, ma anche il senso di me che Roma, la sua anima, riesce a riempire e completare, come sempre.

di Irene alle 21:50:48 29 Commenti

05/04/2005

Undici a due


Elezioni 2005













...fioriranno.

di Irene alle 10:04:29 22 Commenti

01/04/2005

Come, "sta morendo"?


Stamattina, mia madre, dal bagno: -Forse troverai casino a Roma...
Io, con gli occhi ancora stropicciati dal sonno: -Perché?
Mia madre, la voce grave: -Il Papa sta morendo.
Io, in una delle mie risposte più intelligenti, che a volte mi sembro la
Sabrina di "come, dove siete?!" o il bambino di tre anni a cui faccio da baby sitter: -Come, "sta morendo"?

A me non è che le vicende del Papa abbiano mai interessato molto. La smodata adorazione di quest'uomo che altro non è, ai miei occhi, che una persona a cui è stata attribuita una carica, mi ha sempre infastidita, allo stesso modo di molti altri aspetti legati alla chiesa e ai suoi esponenti.
Qualche giorno fa, però, o inoltre, ho trovato orribili le fotografie pubblicate dai giornali del Papa agonizzante su quel davanzale. Ho provaro rabbia, e una grande pena, per l'immagine di un uomo che mi appariva come un animale in gabbia, costretto (da chi? dalle circostanze, da sé stesso?) a dare spettacolo della sua sofferenza. La perversione sottostante alla pubblicazione di una fotografia ritraente una smorfia di dolore di quella intensità non è certo una novità. Ma continuo a trovarla raccapricciante, come la morbosa attenzione per ogni passo, ogni respiro, ogni tremore di quest'uomo che forse non avrebbe avuto bisogno d'altro che di un po' di pace.
E stamattina sono stata sorpresa dal nodo alla gola che mi è venuto a quella frase di mia madre. Che a volte mi capita di provare delle cose che riconosco come sensazioni appartenenti alla mia infanzia. La morte. Il venire a mancare di un punto di riferimento che, pur non essendo mai stato il mio, c'era. Sono cose che mi lasciano sempre con gli occhi lucidi e spalancati.
di Irene alle 09:08:13 19 Commenti