26/07/2005

Con quali occhi


Il Marocco è come una palma le cui radici sono irrorate dalle acque dell'islam, ma sui cui rami soffia il vento dell'occidente.

I colori del marocco sono il rosso e il verde, scuri, e il giallo arso dal sole.

Tutto appare bruciato dalla secchezza del calore e della fatica. La terra, le mura delle case dello stesso colore, anche la vegetazione, di un verde forte e resistente.

Il sole sulla pelle e sugli abiti delle persone che sembra non abbiano modo di ripararsi, da nulla di quello che c’è. Dal caldo, dalle strade polverose, dal lavoro che li tiene legati alla terra, con i piedi e con le mani. Alle cose tangibili. Il ferro, il legno, i cuoio e i tessuti. Gli occhi fissi sul movimento da compiere per costruire e vendere e vivere. Occhi ciechi o storti in una quantità spaventosa di persone anziane o adulte.

DesertoDel Marocco io non credo che, dalle nostre città, si possa dire molto. Lì, tutte le parole su quella terra hanno un senso, accompagnate dalla sensazione. Dagli odori, da passi fatti per quelle strade, dalle immagini che scorrono dentro gli occhi. Il coinvolgimento diretto, perfino forzato, giustifica la distanza. Qui, di parola, non ne resta neanche una. Sento di non voler neppure sfiorare ciò che non ho mezzi per comprendere. Non credo di aver mai pensato la parola rispetto in modo tanto radicale come la sento ora. E’ un rispetto dato da una distanza incolmabile e, infine, dolorosa

e così sfiancante.

Il continuo domandarmi con che occhi guardare una realtà così lontana. Fino a che punto, e perché, possa apparire pittoresca, affascinante, quella che potrebbe altrimenti essere vista come una situazione di cruda e avvilente povertà. Quanto lo sia in realtà. Quanto non sia invece una vita dura ma sana, minimale ma forse più vicina della nostra alle radici, all’essenzialità dell’essere uomini, una comunità di uomini.

La percezione dell'impossibilità di fare uno qualunque di questi ragionamenti da fuori, lo spaesamento dato dal non poter applicare alcuna categorizzazione.

Il disagio dato dalla percezione di immutabilità di esistenze di cui non so neppure immaginare la percezione dall’interno.

I labili confini del concetto di qualità di vita che si sfaldano davanti agli occhi senza più poterne trovare gli estremi.

Il surreale sfasamento tra visi sorridenti, occhi profondissimi e corpi pieni di energia e il preconcetto di condizione di vita in Africa, ma anche l'evidenza della polvere, del sudore, della fatica, del girare intorno delle loro esistenze.

La stuggente, continua richiesta di qualcosa che non sai come dare. Una stupida moneta davanti agli occhi enormi e irrequieti, senza appiglio, di un bambino, salito sul pullman col padre che cercava disperatamente di venderci delle collane. Ho ancora davanti il risucchio di quello sguardo, la sua ansia placata quando finalmente gli ho dato quello che avevo in tasca, con un gesto precipitoso che arginasse l’insostenibilità di quella disparità di posizioni, per poi voltarmi verso il finestrino trattenendo delle lacrime di impotenza e di insofferenza per l'aggressività di un sovraccarico emotivo che ho sentito premere sullo stomaco durante tutto il viaggio.

Il banale senso di colpa. Per essere quello a cui una sorta di loro alter ego aspira in modo penoso, chiaramente irrealizzabile e tristemente irrealizzato. Tristemente perché la via di mezzo risultante dalla tensione verso un modello così diverso rispetto alla loro storia e alle loro peculiarità è qualcosa di commovente da un lato, imbarazzante dall’altro. Nausea nel visitare posticci quartieri psudo-americani di Casablanca, chiamati California, Florida… (hanno perfino le torri gemelle) vicino allo sgretolamento delle bidonville; vertigine alla vista di centinaia di antenne satellitari come funghi sopra i tetti di ogni casa o della baracca più degradata, dei giganteschi manifesti pubblicitari di prodotti occidentali, di bagni, sulla costa, con capanne e scintillanti piscine simil-Hawaiane alternate da costruzioni distrutte e abbandonate

sono cerchi che ancora adesso mi girano intorno alla testa.

Ho visto bambini fermi sotto il sole in mezzo a deserti di sassi e di erba bruciata pascolare i loro greggi. Ne ho visti gironzolare fuori dalla porta di baracche perse nel nulla. Altri seduti da soli sul ciglio della strada a guardare quel poco che succede, o, su di un piccolo promontorio, il panorama della città illuminata da mille lucette di ogni colore la sera, senza fare nulla. Li ho visti senza poter capire se il restare per ore ad osservare la strada o l’orizzonte sia una ricchezza. Se la percezione di bellezza di una vita così minimale sia una distorsione del nostro insopportabile bombardamento sensoriale occidentale o il fatto che questo derivi dal non avere alternative sia terrificante.
MercatoHo passeggiato in mezzo a mercati affollatissimi e pieni di colori, differenti in nulla dai secoli passati. Ho sbuffato insofferente dopo la centesima volta che una voce mi chiamava o una mano stringeva il mio polso per propormi qualche acquisto. Ho visto la luce filtrata a strisce sottili da soffitti di canne di bambù o di legno intarsiato in un modo meraviglioso.





Ho sentito un'ipnotica attrazione verso i mosaici di piastrelline colorate che decorano ogni cosa, fontane, Mosaicomura e pavimenti e che, pezzettino per pezzettino, hanno alle spalle un lungo lavoro di scalpello e di una creatività che più allegra non so immaginare. Ho bevuto il nos nos, una specie di cappuccino fatto al contrario, di una bontà riappacificante, e il tè alla menta, tè bollente con interi ramoscelli di menta all'interno. Ho distolto lo sguardo dagli animali più magri che io abbia mai visto, gatti pelle ed ossa in ogni luogo, mucche e pecore brucanti sui terreni aridi ai cigli delle strade. Ho camminato in mezzo a scimmie e serpenti; tenuto un camaleonte sulla mano, non senza qualche difficoltà. Ho perso lo sguardo lungo le linee di pianure deserte a strisce viola, gialle, rosse, verdi e marroni.
Ho provato
commozione, davanti a terreni brulli e aridi che scorrevano sconfinati fuori da un finestrino che manteneva l'appartenenza ad una dimensione altra;
un senso di libertà in mezzo agli spazi aperti e gli orizzonti lontani che caratterizzano le città marocchine, di case basse e grandi piazze;
rabbia, quando la nostra guida ci ha detto che da qualche anno, perfino in Marocco, si è diffusa una sorta di italofobia, che noi italani, anche per loro, ora siamo il popolo di Berlusconi;
una sensazione di trasversalità nutriente nel viaggio e nell'assorbimento di cose nuove;
perplessità, nel constatare che non possiamo più godere del lusso di vedere qualcosa per la prima volta, di provare reale stupore: i media portano il nostro sguardo ovunque, tutto è in qualche modo già visto e superficilamente conosciuto;
angoscia, di fronte ad una realtà che non posso immaginare, se per uscire la sera a Fes, in un gruppo di dieci persone, c'è bisogno di tre guardie del corpo alle spalle;
una punta d'invidia, per una popolazione la cui gente la sera è sempre all'esterno, seduta sui muretti, radunata nelle piazze, chiacchierando, suonando i tambiri, cantando canzoni; i bambini giocano a calcio nelle strade e ridacchiano osservando i turisti. Questa è una comunità.

Figlio con quali occhi, con quali occhi ti devo vedere
coi pantaloni consumati al sedere e queste scarpe nuove nuove.
Figlio senza domani, con questo sguardo di animale in fuga
e queste lacrime sul bagnasciuga che non ne vogliono sapere.

[L’abbigliamento di un fuochista-De Gregori]

di Irene alle 18:25:01 3 Commenti

22/07/2005

Nessuna parola ancora


Casablanca








Marrakech Fes








Ma un pudore che mi rende incapace di definire. Come un segreto consegnato e intoccabile.
Come qualcosa che resta ancora da capire.
di Irene alle 18:34:26 7 Commenti

13/07/2005

Questa notte


io parto e arrivo qui
Marocco








e poi non lo so.
Spero che il sole bruci ciò che si trova in superficie,
resti solo quello che serve.
Che il rosso sia così intenso da coprire tutto il resto,
intorno rumore e confusione dei più allegri e pervasivi o il più completo silenzio.
Di poter giocare tra il tutto e il niente
senza vie di mezzo
per una volta, solo quello che c'è
non sentire altro.
Di trovare strade e nuove forme senza cercarle.
Di viaggiare tanto, guardare, leggere e scrivere.
Poi tornare.
di Irene alle 11:59:12 20 Commenti

12/07/2005

In mezzo


ArcobalenoQuando, viaggiando vocianti da Bologna a Riccione, ci è comparso davanti un arcobaleno (il secondo in tre giorni, tra Milano e Bologna… mi segue?) lungo da un estremo all’altro del cielo, la risposta alla domanda di Alja, “Ma è un segno! …di cosa, però?”, ci doveva essere chiara. Un arcobaleno prima della pioggia. Le gocce dopo, invece che prima della sua comparsa, in un cielo pieno di sole. E niente… questo voleva dire, che in tre giorni, accuratamente scelti da settimane, da passare al mare, avrebbe sempre piovuto. E così costumi e gonne e parei indossati allegramente la mattina, il cielo azzurro alla finestra, precedevano i puntuali ritorni a casa a metà giornata, per infilare giacche e scarpe e maglioni, e le frequenti considerazioni di Su sulla congiunzione delle nostre pericolose energie, tipo la nuvoletta nera sopra la testa nei cartoni animati. E le teste erano cinque.

E poi strani fenomeni.

La compulsione all’acquisto di Winnie Pooh vestiti da abitanti del mare. Ragazze vicine ai trent’anni con gli occhi iniettati di sangue a rimirare l’orsetto vestito da medusa trasparente. G. è arrivata a dire “Beh, questo è il più geniale (?!) che hanno fatto, eh?”. Io ne avevo uno, bellissssimo, che dormiva dentro a un uccello dalle ali spiegate e che mi ha indotto un’ipnosi da volo pindarico riguardo alla serenità che un Winnie Pooh deve provare accoccolato dentro a questo animale che vola alto nella notte mentre lui riposa fiducioso. Sogno interrotto da compromettenti esclamazioni di Francy sul dormire serenamente unito al concetto di uccello.

Francy e Alja da noi continuamente smarrite nella folla di viale Ceccarini e dintorni per riemergere saltuariamente sommerse da borse e borsette, frutti di shopping “terapeutico” (?).

Ubriachezza da grondanti prugne sotto spirito, mangiate goduriosamente tra le chiacchiere in un pomeriggio di pioggia (ma va?) distese tra sedie e divani (il sughetto alcolico è stato poi brutalmente scolato, con disinvoltura, al ritorno a casa, la notte da me e G.).

Risate incessanti per la demenzialità del meraviglioso aggettivo topissima coniato da Francy per l’ormai celebre pudico rossore di G..

Disastrosi effetti collaterali di un fritto misto, mangiato in piena notte per “regolarizzare i pasti” dopo un aperitivo devastante, su qualcuna di noi, che prima di entrare in bagno dopo lunghe riflessioni, ha sentito il bisogno di esclamare seria “Ok, vado a gomitare, scusatemi per i versi che sentirete”.

E intanto io mi voltavo indietro e intorno a me a guardare e ri-vedere in ogni piccola cosa quello che era. Aprendo i cassetti e le ante degli armadi, scendendo le scale della cantina e rovistando tra gli arnesi del nonno. Distesa sul letto della mia camera, seduta su quello della nonna, sentivo l’odore di quegli anni. Ricordavo in maniera inattesa il modo di stare, la patina pacificata di quando eravamo tutti più giovani. Com’era la mia famiglia e quanto le cose sono cambiate. L’essere piccoli e avere dei nonni come i miei, stare insieme in una casa e in un paese come quelli. Quei ritmi più lenti, quelle sicurezze più solide. Mettere per settimane delle monetine nel salvadanaio a forma di gatto per poi poter andare, finalmente, al parco giochi. E che parco giochi: Fiabilandia. Un "castello" che faceva paura con un grande mago all'ingresso, un trenino a forma di bruco e qualche barchetta che disegnava cerchi sull'acqua. Bearsi ascoltando la cadenza rassicurante delle chiacchiere delle donne romagnole sedute sulla strada la sera. Ogni sera. Giocare coi legnetti del nonno, sentire i rumori e gli odori dei succhi e delle marmellate che preparava in cantina. Creare i "profumi" pestando la menta, quella che c'è ancora, nello stesso punto, insieme ai petali dei fiori del piccolo giardino. E' la prima volta che mi sono sembrati momenti così lontani.

Ed ero felice di poter ricordare un’infanzia pettinata da cose così dolci. Triste, di una malinconia che è nuova consapevolezza, per questo sdoppiamento. Quello che so di avere alle spalle, e ora. Né qui, né lì. Ancora in mezzo.

Vedi che succede, finisce l'estate
chilometri di spiagge dall'inverno rivelate
nelle ombre della sera affido al vento una preghiera
che ti possa accompagnare

chiamami se credi di poter precipitare
cara la mia stella luminosa che scintilla in fondo al mare.

di Irene alle 01:23:11 17 Commenti

06/07/2005

Quali sono i tuoi progetti, Frrriiidaaa?


Frida










- Io, comunque, se mai avrò una figlia, la chiamerò Frrriiidaaa.
- ...
- Non la chiamo più Alice, che qua Alice non va da nessuna parte…
- ...
- Oh!
- ...
- "Quali sono i tuoi progetti, Frrriiidaaa"...?

di Irene alle 22:59:13 24 Commenti

03/07/2005

Respiro

Fine fine









Scendi lentamente, portale i miei saluti più sinceri
batti piano sui vetri e sciogli i dispiaceri
Scendi piano piano, che ti senta arrivare da lontano
che abbia tempo per riparare, rifiatare.

Scendi lentamente, portale i miei saluti gentilmente
lascia che si riposi e non le manchi niente
Scendi piano, piano, gocciolando sul viso e sulla mano
vai dovunque per rinfrescare, dissetare.

Scendi lentamente, dopo tanto calore, finalmente
si riprende respiro e non si sente niente
Scendi piano, piano, temporale passato e già lontano,
che possiamo dimenticare, riposare.

[Fine fine-Pacifico]

di Irene alle 19:00:29 2 Commenti

01/07/2005

Mamma mia, dimmi perché sono qui e sono così piccolo


Stasera, di ritorno da una passeggiata in una località di mare, verso mezzanotte, io e G. abbiamo svoltato per la strada dell'aeroporto.
Siamo entrate dalle porte scorrevoli e, in uno stato di isterica euforia, ma anche euforia vera, abbiamo vagato in mezzo a persone sedute sulle panchine ad aspettare l'aereo delle sei, coperte da una giacca. A quelli che aspettavano agli arrivi o che chattavano dalle postazioni internet. A quelli che aspettavano e basta, in fondo ai corridoi. E sembrava la cosa più divertente che si potesse immaginare essere lì senza alcun motivo, in mezzo ad altri che, come sarebbe normale, si trovavano in quel luogo per svolgere una funzione pratica ben precisa.
Avrei voluto domandare a tutti, alle poche persone, in realtà, che erano lì, vista l'ora, 'Ehi, ma tu per esempio cosa ci fai qui? Dove vai? Chi aspetti?'. Era una cosa che mi interessava tantissimo. Come se ci trovassimo in un microcosmo surreale, molto ristretto e quindi elitario, fulcro per eccellenza di potenzialità e destini movimentati e precari.
Aspettavamo frementi le persone che dovevano arrivare da Napoli, da Bruxelles o da Atene, e fantasticavamo su come sarebbe andata se ci fossimo gettate al collo di qualche ignaro ex-passeggero dicendo 'Ciao! Siamo venute a prenderti!'. Poi, tutte contente, ripromettendoci di tornare presto, siamo risalite in macchina e G., come niente fosse, ha estratto dalla borsa la sua armonica del liceo, e ha iniziato a suonare qualche nota confusa.


Dimmelo, e finalmente capirò
che abbiamo un solo tempo
che a volte è lento e a volte è svelto come un treno
lanciato senza freno che salta ogni stazione,
lasciando indietro folla e confusione.

Mamma mia, vedi sono ancora qui
e sono così piccolo
ma il mondo è solo un angolo
di nuvole e di cielo
sereno e poi volo,
che importa se son solo,
ho gli occhi aperti e limpidi
che il vento ha fatto rossi,
e il senso dei miei passi
che non sanno tornare.
[Pacifico-Un solo tempo]

di Irene alle 00:57:11 12 Commenti