30/08/2005

Code


La cosa più importante di questi giorni al mare è stata senza dubbio la questione degli scoiattoli. Quello che so è che all'apparenza gli scoiattoli non si differenziano in nulla da affusolati topi con lunghe code, a volte consumate come spazzolini da denti, altre molto nobili nella loro foltezza. La coda penzolante è ciò che rende possibile individuare degli scoiattoli tra i rami dei pini costellati da grosse pigne. Oltre al rumore di scoiattolo rimbalzante da un ramo all'altro. Io leggevo in terrazza e attendevo con ansia il loro arrivo, alzando gli occhi ad ogni movimento sospetto. Ce n'era uno rosso, tutti gli altri castano scuro. Tutti avevano la pancia bianca e facevano delle cose divertentssime. Correvano velocemente da un ramo all'altro, sfidando la forza di gravità su quelli più sottili, senza una chiara meta né fine. Una volta ho assistito ad un inseguimento a spirale sul tronco di un albero, culminato nel momento in cui lo scoiattolo rosso si è spiaccicato sul tronco nel tantativo di mimetizzarsi o forse soltanto in uno stato di massima allerta, per poi fuggire via.
Io stimo molto gli scoiattoli perché pur non essendo dotati di ali ma soltanto di ingombranti code hanno deciso di vivere sui rami degli alberi, microcosmo sopraelevato rispetto alla caotica vita terrena, entro cui si muovono con un'agilità invidiabile. Un po' come Cosimo ne Il barone rampante di Calvino. La trovo una scelta esistenziale molto affascinante.
Tornando a casa ho pensato che La donna cannone, quella ascoltata ad alto volume nell'autoradio, è lo spe(ttro)cchio di tutte le nostre vecchie illusioni. Non so bene che cosa vuol dire nostre ma so che è così. Nostre. Sta lì a testimoniarle, residuo immutato di quel qualcosa di più dolce di così.
Più tardi, a quanche chilometro da casa, ho cantato a squarciagola Eccoti, degli 883, in coro con mio fratello, davanti a mio padre attonito.

di Irene alle 16:27:55 7 Commenti

24/08/2005

Guarigione


Nelle ultime settimane, mi accorgo di una mia certa insofferenza nell'ascoltare musica. Per me, solitamente, è come respirare. Credo questo sia dovuto al rifiuto che sento nei confronti di qualunque interpretazione. Non riesco ad abbracciare alcuna sovrastruttura in questo momento, ne sono satura.
Posso muovermi tra poche cose definite e solide. Ho da fare alcune cose riguardanti il lavoro. Avere un obiettivo e lavorare per qualcosa di concreto mi piace molto, ma non voglio sapere niente al di fuori di quello di cui mi sto occupando ora. Altre possibilità, altri contatti da utilizzare, altri ambiti. Mi destabilizza. Ho un campo visivo limitato, in questo momento. Ho la mia
tastiera, posso suonare su quella, già è difficile, anche se non sembra, ma è così. Lo so che scesi i gradini della nave c'è un mondo intero, ma è difficile tenere tutto questo insieme, difficile eleborare alcuni stati emotivi, alcune cose successe. Me, soltanto. Posso leggere, giocare, parlare e ridere con i miei fratelli, andare a fare una passeggiata sulla spiaggia. Vedere le persone con cui mi piace stare. Questo, per ora. Davvero non mi interessa nient'altro, in questo momento.
Però ho capito l'importanza che ha lo stare con delle persone, quando sono persone con cui è piacevole stare. E' banale ma è la cosa più importante. Salutarsi, sorridersi, essere parte di un gruppo, avere un ruolo, seguire un progetto. Qualsiasi. Ma vedi la base dell'essere uomo: il calore delle persone, lo scambio di questo, può cambiare tutto, intere giornate. Ne ho passate alcune osservando, bene bene, gli occhi, con stupore le espressioni singolari, i percorsi, delle persone intorno a me, appartenenti ad un gruppo che ho seguito per lavoro. Durante il tempo passato con loro, c'era un senso, a che se precario e temporaneo. C'era nell'appartenenza, nella condivisione. C'era nell'assorbimento, uno scambio anche, di energie. Ora li ricordo uno a uno, sono presenze interiorizzate. Bisogna saper stare con delle persone come se fossero raggi di un sole da cui lasciarsi scaldare, quando possono esserlo.
Questo mi basta. Piccole dosi.

Ultimamente ho letto l'ultimo libro di Banana Yoshimoto, L'abito di piume. Non è uno dei suoi migliori, ma come ogni suo racconto, muove da una filosofia di vita che ho sempre trovato illuminante, nella sua semplicità derivante dal rispetto di una supposta natura dell'uomo che andrebbe seguita nel suo, spesso lento, fluire. I personaggi dei libri di Banana non hanno mai fretta. Seguono un processo di crescita, dato da diversi stadi della vita ed esperienze destabilizzanti, quasi da spettatori, in ogni caso con una grande capacità introspettiva e un attento ascolto delle esigenze della propria persona, delle proprie sensazioni. In quest'ultimo libro, tra le altre, c'è la figura di una donna che, perso improvvisamente il marito in un incidente, entra in una sorta di stato depressivo a causa del quale trascorre le sue giornate a letto. Dispondendo di poche energie, dorme per gran parte del tempo, parla e mangia a piccole misure.
Al figlio che vive con lei, dice che ha bisogno di concentrazione per curare le sue ferite, che deve radunare tutte le sue energie per compiere questo processo, dandosi del tempo, ma che sa che alla fine starà bene.
La protagonista del libro scrive, a proposito di questo ragazzo: "Di solito i famigliari non vedono l'ora, anche solo per egoismo, che i loro parenti ammalati guariscano al più presto, perchè ritengono che la salute sia l'unica vera condizione di vita accettabile. Invece lui non era così, in lui non c'era nessuna traccia d'impazienza. Chissà se riuscirei anch'io ad essere così fatalista (...), sentivo però che non sarei mai riuscita a rispettare un ammalato fino a quel punto. Mi sarei di sicuro fatta influenzare dalle idee imposte dalla società, dai segnali di una guarigione che doveva essere raggiunta, sempre e soltanto, secondo le terapie prestabilite.".
E poi: "Inclusa la sottoscritta, le persona in quella casa stavano attraversando un periodo di stasi. Una condizione che creava per assurdo un'atmosfera stranamente piacevole. Vivevamo con grande naturalezza, accovacciati come degli orsi in letargo. (...) 'Questa è l'unica cosa che mi riesce di fare al momento'... le parole della mamma di Mitsuru avevano un grande peso. Lei non stava certo lasciandosi andare, anzi ero sicura che stesse valutando molto bene quello che faceva."
Io ho trovato questa cosa molto bella. Non siamo abituati a pensarlo serenamente, ma a volte forse è giusto, seguire semplicemente i propri ritmi senza aspirare ad alcuni di prestabiliti.
di Irene alle 14:48:30 13 Commenti

16/08/2005

Mentre


Mentre accendo il computer con l'indice di una mano, mi tolgo una scarpa con l'altra
e nel frattempo parlo al telefono, la cornetta tra spalla e orecchio, penso
alla luce di ieri sera
che ho camminato a lungo seguendo la riva,
la spiaggia buia dopo i fuochi d'artificio,
e la luna distribuiva sulle onde un'infinità di fili dorati
distesi in una scia che mai avevo visto così estesa sul'acqua
e che conferiva a questa enorme entità vivente che è il mare un aspetto surrealmente bidimensionale.
Era uno specchio immobile.
Non vedevo il terreno su cui camminavo ma avrei voluto capire tutto attraverso quella luce
-la parola poggiata sulle mie labbra era grazie e non lo so, cosa vuol dire-
in un tempo sospeso prima di ricominciare a lavorare, oggi,
in un tempo mio e di nessun altro
come le piccole luci che scendevano sopra le nostre teste voltate all'insù
dopo che il fuoco d'artificio era esploso.
E nell'attimo prima che quei piccoli frammenti luminosi si spegnessero
io pensavo sempre, nello stesso stato delirante che appartiene al dormiveglia,
-e se il cielo fosse così,
se fosse sempre così come mi sentirei?-
protetta da piccole luci calde e rassicuranti
che ogni sera puoi aprire la finestra e non serve fare nient'altro
bastano quelle
forse.
Mio fratello ha detto -Mannòòò, sarebbe un cielo kitch!-
è vero.

Di questi giorni ricordo soltanto
Ioore di lettura
l'ultimo libro di John Fante esistente, letto,
e ora?
vivere attraverso le pagine di molti libri bevuti d'un fiato con gli occhi sbarrati
gonfiarsi gonfiarsi gonfiarsi delle loro parole
le passeggiate sulla spiaggia, pensando che
rigenerante
in questo momento non è il minimo sindacale
è il massimo
sognare della mia vita dall'inizio ad ora, continuamente
nel sonno e nei libri
l'impressione continua di ripercorrere tutto, come un osservatore esterno
perché ora?
la fatica, nel farlo
le partite a scala quaranta dagli infiniti punteggi calcolati sulla terrazza nella pineta
sentire freddo la notte
la paura che a volte sento, cieca
di non essere quello che vorrei, che non lo sia la mia vita
che non sia ripulita da tutto quello che non è me
la stanchezza
sapendo che tutto dovrà cambiare
sapendo già cosa non sarà, e cosa sarà difficile
le risate di oggi, trattenute, col ragazzo seduto davanti a me a lavoro
cercare di pensare ad altro come sui banchi di scuola
sull'orlo del precipizio, che se scoppi a ridere, no, è la fine
guardare in un paio di occhi nuovi ma così familiari, in potenza
e sapere che no, no
la
stanchezza
lode al pilota automatico.

di Irene alle 18:40:14 18 Commenti

12/08/2005

Insieme o contro di me non importa - basta che cerchi solo tu di scegliere chi sei


Luna di città d'agostoLuna di città d'agosto
che sembri solamente mia
in questo asfalto posto
con la gente che se n'è andata via
luna di città d'agosto
mi piace guardarti la schiena
mentre sei girata verso il mare
in questa nottata serena

va, e dille che sto bene
di non pensare a me
di lasciar perdere
il vento soffia e il tempo passerà...

Palazzi e strade come scenografie
di uno spettacolo che è andato male
coi ballerini che tolgono il trucco
per ritornare a cominciare a sognare
luna di città d'agosto
raccontami un'altra bugia
fammi riscaldare davanti al fuoco caldo
della malinconia

va, e dille che sto bene
di non pensare a me
di lasciar perdere
il vento soffia e il tempo passerà.


[Luna di città d'agosto-Jovanotti]
di Irene alle 21:04:50 8 Commenti

09/08/2005

San Lorenzo


Cielo








Lungo le scale e i corridoi tutti salutano, occhi negli occhi. Io stupita ricambio come di ritorno da un'isola deserta, senza essere ancora tornata. Sono piccoli, fulminei squarci luminosi di cielo azzurro in mezzo alle nuvole, che pesanti si richiudono inghiottendoli poco dopo. Come se il sole non esistesse. Come se quest'estate non fosse mai iniziata. Io mi chiedo con che occhi il mondo può guardarmi se ho smarrito i miei.
Se avanzasse un altro desiderio, sarebbe soltanto dormire, senza sognare niente, per una notte.
Domani è San Lorenzo.

di Irene alle 23:59:00 18 Commenti