30/09/2005
Mani
Stasera stavo facendo con Ian, il bimbo biondino di 4 anni a cui faccio da babysitter, quel gioco in cui si fanno dei piccoli cerchi col dito sul braccio dell'altro, che, ad occhi chiusi, deve indovinare quando il dito ha raggiunto l'incavo del gomito e a quel punto dire stop. Lui, come succede a tutti, ha aperto gli occhi tutto contento molto prima del punto prestabilito e ha riso molto per questo, volendo ripetere il gioco a non finire. Avendo scoperto quella specie di piacevole solletico dato dal dito sulla pelle, voleva poi che io facessi la stessa cosa partendo dal dito più piccolo del piede fino alle punte dei capelli, mentre lui tutto attento osservava questo monvimento. Abbiamo giocato un po' così, ridendo e poi facendoci il solletico, buttati sul divano. Lui studia molto le sensazioni legate al corpo e al tatto. Si diverte molto anche battendo le mani con le mie ritmicamente o con altre cose del genere, e gli piace osservare insieme come sono grandi (?) i suoi piedi o le sue espressioni riprese dalle foto col cellulare.
Tornando a casa pensavo a come sarebbe se la stessa cosa potesse accadere tra persone adulte, senza nessuna connotazione ulteriore rispetto alla sempice piacevolezza del contatto fisico. A come sarebbe se una persona, durante una chiacchierata con un'altra, le chiedesse di far scorrere il dito lungo le proprie gambe e le braccia, o iniziasse a giocare distrattamente con le sue mani. A come è vissuta la fisicità nella nostra società.
Mi chiedevo se sarebbe davvero possibile evitare di ricondurre una qualsiasi forma di contatto fisico, al di là di quelle "istituzionalizzate", a dei significati o delle intenzioni sottostanti, erotiche, seduttive, per esempio. Se saremmo capaci di accettare alcune, generiche, forme di fisicità come fini a sè stesse, derivanti dal bisogno o dall'istinto di contatto fisico che, secondo me, la maggior parte delle persone -me compresa- ha represso nelle convenzioni che la società ci ha insegnato.
Non ho una risposta.
29/09/2005
Vaffanculo
Mentre guido, ascolto musica senza muovere le labbra.
Le espressioni e i muscoli del mio viso, invece che derivarne, condizionano la percezione del mio sentire.
La realtà si sposta su un altro piano e rimangono fantasmi con cui interagire in modo falsato, in un'inutile dimensione di ipoteticità.
Il cielo bianco come nebbia all'orizzonte di certo non aiuta.
Sono in-caz-za-ta. Mentre penso che l'esclusività è una bugia. Che è qualcosa da cui in ogni modo cercherò di rifuggire, in futuro.
Credo per la prima volta nella mia vita, sono davvero stanca. Davvero non ho più voglia. Davvero è come se non mi interessasse. Ricominciare, ricreare, riaprire possibilità di cui conosco già lo sviluppo. Non ho voglia di fare ancora finta di poterci credere. Conosco le regole del gioco e mi fanno schifo. Già, anche se è una brutta parola.
Incazzata perché non si può spiegare quello che un'altra persona non ha già capito.
Perché, improvvisamente, si presenta un'evidenza di incomunicabilità.
Perché esistono visioni così diverse della stessa cosa. Una cosa importante. E la diversità è improvvisa e inaspettata. Oh sì, ma è così che funziona.
Perché anche il prendersi cura, l'attenzione nei confronti dell'altro è una bugia. E' un concetto che prevede un inizio e una fine.
E allora vaffanculo, ecco cosa.
I wanna know
have you ever seen the rain?
26/09/2005
Pordenonelegge 2005.
Io -Se avessi la voce di Elisa sarei appagata e felice per tutta la vita. Mi basterebbe quello, non chiederei nient’altro.
Su -Mmh, troppo facile, allora sarebbero felici tutti!
Io -Eh no, solo Elisa!
Io e Su, ogni volta che siamo in viaggio, vediamo un arcobaleno dal finestrino. E’ successo l’estate scorsa a Parigi e qualche mese fa sulle strade della romagna. Questa volta, poi, il cielo non avrebbe potuto essere più blu. Eppure.
Eravamo a Pordenone ma avremmo potuto trovarci in alta montagna per l’intensità di quell’azzurro, e del sole.
Prima di approdare al festival letterario, siamo passate per Bibione, dove avremo dormito, per aprire la casa chiusa da un po’. La spiaggia assolata era quasi deserta, la strada di casa mia, completamente disabitata. Come sempre ai margini del periodo estivo, la pineta era immersa in un’immobilità e in un silenzio elettrizzanti, condensando tutto ciò che di quel posto, depurato dalla popolazione della stagione estiva, sento mio. Un filo che corre lungo tutta la mia vita, in un luogo così piccolo e distante dal resto. Tra i pini del mio giardino c’era ancora quello scoiattolo, lo stesso di quest’estate, ad accentuare la sensazione di sospensione temporale che aleggia in quel posto.
Pordenonelegge con un sole così sfacciato e una tale folla di persone brulicante ma composta e gentile è rincuorante. Quest’anno c’è una quantità di incontri interessanti, con autori importanti, incessanti e sovrapposti. Allora camminiamo veloci da una parte all’altra del piccolo centro della città commentando le cose appena viste e ridendo per l’euforia di giornate così piene.
Mi capita raramente di essere focalizzata così intensamente e così a lungo su qualcosa, e quando mi succede è una sensazione bellissima. Come essere sulla punta delle cose che si vivono. Come prendere soltanto la parte depurata dall’insieme costituito da nucleo e scarto dal centro.
Ci sono momenti di tempo che passa, fatti di qualcosa che somiglia a un vuoto, una pausa tra una cosa e l’altra, e momenti in cui si concentra il tempo, non sprecato, non indifferente, ma centrale.
Sono stati due giorni così, di tempo centrale e centrato.
Antonio Pascale interveniva in un incontro intitolato “Distrarsi e perdersi”. Io era da un po’ di tempo che pansavo di comprare il suo “La manutenzione degli affetti” ed ero curiosa di vederlo. Presentava “Passa la bellezza”, il suo ultimo libro, che racconta di storie ambientate in territori messi in relazione alle trasformazioni del lavoro avvenute negli ultimi anni, ma che lui dice, nel modo allusivo in cui parla toccando dei punti per poi lasciarli sfumare, trattare anche il tema dell’identità, della identità concentriche, e a volte tangenti in alcuni punti, che tutti abbiamo.
Pascale ha detto una cosa che mi ha fatto sorridere. Che, un giorno, a Roma, passando davanti all’altare della patria, ha pensato che noi italiani non abbiamo le “cose” e quindi creiamo dei “segni” che le sostituiscano, che le incarnino. Abbiamo l’altare della partia, diceva, ma manchiamo totalmente di senso civico.
Quello delle trasformazioni che stanno avvenendo nel territorio, nelle città, nel lavoro, è un tema che sta emergendo in maniera forte nella letteratura italiana di questi anni. A Pordenonelegge ho scoperto questo.
Andrea Bajani e Francesco Dezio scrivono due romanzi incentrati sulla condizione esistenziale della nuova “generazione a progetto” per cui la stabilità lavorativa è utopistica.
Massimo Carlotto un noir, "Nordest", in cui lo sfondo, in realtà soggetto principale, è appunto il nordest e le trasformazioni che stanno portando alla deriva questo territorio. La tutela dell’ambiente inesistente, l’industria come priorità assoluta. L’illegalità che spesso le permette di essere tale.
Sullo stesso palco di Carlotto c’era Maurizio Dianese, il giornalista autore anche de “La strage di piazza Fontana” e di “Petrolkiller”, che ha scritto un libro d’inchiesta sull’omicidio Biagi, “Codice
Volevo fermarmi all'incontro per il tempo di dare un’occhiata. Avevo già visto la presentazione del libro di Carlotto a Milano ma ero curiosa di sentire Dianese, so che è bravo e anni fa ero spesso a casa sua per fare da babysitter a suo figlio, insomma un legame simil-affettivo mi ha spinta a passare lì, avendo però in programma di andare a sentire Magdi Allam poco dopo. E invece.
E’ stato un momento illuminante.
Con una schiettezza singolare e in modo molto diretto, Dianese e Carlotto hanno parlato intorno alla situazione dell'informazione, del giornalismo oggi. Cose che si sanno, ma che raccontate dall'interno di esperienze personali, di storie accadute, assumono un'altra dimensione.
Hanno raccontato di come oggi in Italia sia impossibile fare giornalismo d'inchiesta, dire la verità. Di come molti giornalisti scrivano i libri "per disperazione" perché non riescono a scrivere sui giornali quello che scoprono, che sanno. Dianese ha subito più di 70 denunce (tutte cause vinte, da lui) per diffamazione, per aver detto le cose come stavano, a scapito di grandi aziende o istituzioni. Dalla banalità dell'evidenza che dai nostri rubinetti esce la stessa acqua San Benedetto che si può comprare in bottiglia, al ritrovamento di documenti in cui gli industriali di Porto Marghera stringevano un accordo con quelli americani perché fosse mantenuto segreto il fatto che una sostanza usata nelle fabbriche poi imputate per la morte per tumore di diversi operai, fosse risaputamente cancerogena.
Si è parlato di come, mentre viene tenuto un processo in tribunale, contemporaneamente venga "celebrato" anche a Porta a porta, da Maurizio Costanzo. A nessuno importa che le notizie circolanti siano vere, naturalmente basta che facciano scalpore. Indicazione, questa, che viene esplicitamente fornita ai giornalisti. Il risultato, però, è che la verità sia un concetto che sta svanendo.
Nessuno, ed è vero, crede più alle verità ufficiali, perchè non ci sono.
Sempre Dianese diceva di come qualche anno fa si fosse verificato localmente un susseguirsi in breve tempo di casi di suicidi replicati alla stessa maniera l'uno dell'altro, al seguito dei quali la redazione del giornale in cui lavora aveva deciso di smettere di dare questo tipo di notizia in quanto non utile, al contrario dannosa dati i tentativi di emulazione. Questo fenomeno si era poi spento. Resta invece l'ovvia riflessione su come l'informazione diffusa dai media dovrebbe essere soltanto quella indispensabile per i cittadini. Dovrebbe essere diffusa usando soltanto un criterio di reale utilità. Sentir dire da un giornalista quello che penso ogni mattina passando davanti ai titoli esposti nelle edicole è stato un piacere immenso.
Lui affermava che a suo parere l'unica cronaca davvero sensata è quella locale, cittadina. Ha riportato degli esempi relativi al fatto che, invece, la cronaca riportata dagli inviati all'estero è spesso fittizia, oltre che identica per tutti i giornalisti, provenendo non dall'"osservazione sul campo" ma dalle comunicazioni ufficiali dell'ambasciata italiana. Notizie che, inutile dirlo, spesso non corrispondono affatto alla situazione reale.
Assistere a questo dialogo tra Carlotto e Dianese, seduta in mezzo ad un pubblico attento, mi ha richiamato la sana reazione di rabbia e scuotimento che da un po' giace sotto la patina di una nuova e alienante disillusione. Mi ha provocato una risposta simile ad un "ma allora è vero!" riguardo a cose sempre pensate ma mai condivise in modo così diretto e concreto.
E poi c'èra il Fight reading. Matteo B. Bianchi, Valerio Millefoglie e Marco Rossari si "sfidavano" a colpi di racconti ispirati a citazioni di Fante (eh!), Eggers e Foster Wallace. Io stavo leggendo "Generation of love", dopo "Fermati tanto così", di Matteo B.B. ed ero contenta di poterlo vedere, sentirlo leggere. Mi ha stupita la sensazione di familiarità che ho sentito in questa situazione. La continuità tra un libro e una persona. Almeno quella percepita da un lettore. Quella strana specie di rapporto “affettivo” unidirezionale che investe un lettore e la persona di cui si è letto qualcosa, specialmente di autobiografico, come in questo caso. Le letture sono state piacevoli, e ho trovato divertente la teatralità demenziale e in fondo brillante di Valerio Millefoglie.
Ho capito, in questi giorni di letture, quanto è importante per uno scittore saper leggere, impersonare un racconto. Quant'è dannoso invece non saperlo fare.
Il mio prossimo ingresso in una Feltrinelli, dopo tutto questo, sarà tragico.
23/09/2005
Due. Milano.
Con Elena, attraversando la strada dopo esserci salutate con due baci sulle guance, sotto l’enorme ago della fermata Cadorna.
-Sai, Elena, in questi giorni sta fermentando dentro di me una grandiosa idea…
-Mmh, sentiamo, inizio a temere… le tue grandi idee…
-…quella di trovare un lavoro qui, a Milano, e di venire a viverci per un po’, un anno o due, così…
-…
-…è che questa città mi mette allegria…
-…
-…la trovo stimolante, non lo so… sto sempre bene quando sono qui!
-Sei la prima persona a cui sento dire una cosa del genere su Milano! Io la adoro questa città, ma di solito tutti non fanno che denigrarla!
…
Osservando, al di sopra delle mura del castello, il cielo grigio di nuvole minacciose, dopo due interi giorni di pioggia:
-Senti Elena, so che ti è difficile essere imparziale ma, obiettivamente, qual è la percentuale di belle giornate qui a Milano, rispetto a quelle di brutto tempo?
-Mah, non è che piova spesso qui, sai! Comunque non saprei…
-Si ma, a parte la pioggia… quanto spesso ci sono delle belle giornate rispetto a…
-Eh, ti ho detto, non piove quasi mai…
-Ma non intendo solo la pioggia quando parlo di brutto tempo… metti anche come oggi…
- Beh, perché?! C’è bel tempo oggi!
-…
Tornando a casa, rimango ancora qualche istante a testa in su davanti a quell’ago, per definizione sottile e affilato, invece qui di proporzioni monumentali, conficcato in profondità nel cemento, nel cuore della città. Intorno le strade, i palazzi, come se niente fosse. Immobili e indifferenti di fronte a questa presenza estranea. Come due dimensioni separate. Lo guardo dal basso, poi da lontano, con un brivido empatico. Conosco quegli aghi. Il filo, sfacciatamente colorato, che sparisce sotto la superficie per poi ricomparire con un nodo ben fissato poco più in là. Mi sembra di poterne sentire diversi, piantati qua e là.
Respiro a pieni polmoni l’aria fredda mista al sapore di sigaretta. Per intere giornate ho camminato molto, a lungo e velocemente, tanto da tornare a casa con le gambe doloranti.
A volte da sola, altre in compagnia di vecchie o più recenti amiche, non c’era niente che mi interessasse di più che conoscere, vedere il più possibile di questa città. Più di tutto, quello che amo fare è assorbire sensazioni, immagini e pensieri dalle città attraverso cui cammino. E’ come leggere un libro, vedere un film, ma di più. E’ qualcosa che ha a che fare in modo maggiore con la vita.
Mi piace Milano, perché è una grande città in cui tutto però sembra e in un certo senso è vicino. Perché è una città quadrata e facilmente comprensibile, è una città che non pretende di essere più di quello che è. E’ grande, ariosa, ma anche dolorosa, triste, dura. Ha delle cose belle in assoluto, come il castello e il suo parco. Come camminare per le vie del centro pensando che è tutto vivo. Moltissimo.
Ho trascorso delle ore a sfogliare le pagine di decine di libri in diverse Feltrinelli, come fossero altra cosa rispetto a quelle della mia città, annotando i titoli nel mio quadernino nero di muji, per comprarli poi. In una di queste ho ascoltato Massimo Carlotto parlare dei luoghi dove vivo io, proprio in questa città così lontana, per me almeno, in quel momento. E mi sentivo responsabile e vittima, un senso di appartenenza e non.
Ho visto alcuni dei corti presentati al film festival, il motivo per cui ero a Milano. Li ho visti in realtà con una certa distanza, percorsa dalla sensazione del bisogno, che avverto sempre più spesso nel cinema e in altre forme espressive, dell’esplorazione univoca del dolore, della rappresentazione della tristezza, della difficoltà della condizione umana, soprattutto di una certa umanità. Io non ho bisogno di questo ora, ne sono satura. Credo invece che sarebbe molto più utile, soprattutto in un momento come questo, saper celebrare anche la vita, i momenti di felicità, la bellezza, nel cinema.
Davanti allo schermo, pensavo anche che ci sono persone che a volte riescono a prescindere dal loro dolore, dai loro problemi. Fare come se non esistessero, uscirne per qualche momento, anche solo il tempo di una passeggiata, di una chiacchierata. Vivere una sensazione di spensieratezza, respirare. Io penso di poterlo fare, ed è con questo tipo di persone che desidero stare.
L’ultima serata con Su, dopo il cinema, è trascorsa a pancia in giù sul letto parlando di come sia necessario accettare di non poter conoscere mai del tutto l’altro, per conservare vivo un rapporto. Forse 'accettare' non è la parola giusta, lo è farne una risorsa, saperlo con allegria. In realtà conoscersi bene bene è una delle cose più belle secondo me, ma forse è vero che è impossibile, e che è anche giusto così. Facendo attenzione a non cristallizzare la propria idea dell'altro su un solo aspetto, una sola faccia con cui noi lo identifichiamo, mentre lui sente di possederne mille.
Liberati dalla ripetizione, vai avanti (Les amants réguliers).
22/09/2005
Uno. Dove mi sarei potuto sentire bene.
In fondo non esiste niente di più soggettivo dell’obiettivo, noi non mostriamo il mondo così come esiste nella realtà. Il mondo che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei potuto sentire bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei potuto trovare la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano la prova che questo mondo poteva esistere.
Vi spiego come mi viene la voglia di fare una fotografia. Spesso è la continuazione di un sogno. Mi sveglio una mattina con una straordinaria voglia di vedere, di vivere. Allora devo andare. Ma non troppo lontano, perché se si lascia passare del tempo l’entusiasmo, il bisogno la voglia di fare svaniscono. Non credo che si possa “vedere” intensamente per più di due ore al giorno.
Robert Doisneau
In questi giorni a Milano ho preso molta pioggia, a bagnarmi i piedi fin dentro agli anfibi come agli stivaletti a punta. Ho comprato due paia di calzini nel negozio golden lady (?) di piazza duomo per infilarmeli uno sopra l’altro nel camerino, seguendo il consiglio dell’arcigna commessa “Beh, a questo punto mettili in un sacchetto di plastica!”. C’era anche quello sulla suola degli stivaletti ormai fradici. Quei calzini rossi a righine li ho asciugati, compiaciuta dell’astuta trovata, sulla fiamma dei fornelli di casa di Su mentre lei mi guardava perplessa cucinando le stelline in brodo (per non discostarci troppo dai chili di riso in bianco a cui eravamo costrette la volta scorsa). Sono arrivata da lei con uno zainetto insolitamente minimale contenente una maglietta, un paio di pantaloni e un ricambio di biancheria, pensando di fermarmi soltanto per il finesettimana, in occasione dell’inizio del film festival e della fine della festa dell’unita nazionale. In realtà, complice la settimana non-lavorativa, Milano e le chiacchiere con Su, la cosa si è prolungata un po’. Quindi un paio di calzini era tutt’altro che una risorsa trascurabile.
Sugli stessi fornelli abbiamo poi abbrustolito a mo’ di spiedini quegli… quelle toffolette (?!) …insomma quelle cose lunghe e gommose, bianche e rosa, che di solito trovi nelle bancarelle di dolciumi al luna park o simili. Noi le abbiamo comprate invece alla festa dell’unità per riprenderci dalla cocente delusione inflittaci dai nostri valorosi rappresentanti alle prossime elezioni, che hanno inferto il colpo di grazia alla nostra già boccheggiante fede politica liquidandola con un discorso squisitamente demagogico e banale basato sull’attacco all’avversario (“necessario” ma decisamente non sufficiente!) e la promessa generica e scontata di un futuro migliore.
La cosa importante è che ho scoperto che a quanto pare si trattava di questi stessi dolciumi, quando si vedeva Snoopy con quegli spiedini sul fuoco… erano loro. E li ho mangiati anch’io allo stesso modo, croccanti fuori e modbidi dentro. Sono momenti importanti.
Breve dialogo sui fornelli.
Io, con aria affranta: -Ma come mai la tua (toffoletta) prende fuoco e la mia no, scusa?!
Su: -Eh perché tu la tieni troppo lontana! Da’ qui che provo io…
Io: -Ma io non voglio che prenda fuoco…
Su: -…
La serata infine ci ha viste ciondolare per le vie di Milano rincasando con due videocassette di Sex and the city (!?!) sottobraccio e l’aria piuttosto soddisfatta. Si può dire che io prima d’ora non l’avessi praticamente mai visto, ma soltanto l’idea di essere lì distesa su un divano a passare una serata interamente finalizzata alla visione di quattro puntate di Sex and the city come una di quelle donne tutte cosmopolitan, un po’ isteriche e frivolissime mi faceva impazzire dalla felicità, e ridere tantissimo.
12/09/2005
Palle di neve al sole
Come la linea di luce brillante che, sottile ma sorprendentemente definita, percorreva il profilo delle nuvole alla mia partenza da Mantova, limitando perfetta il blu di rotondità gonfie di pioggia; sono contorni nuovi, appena accennati, talmente semplici da non poterne dire, talmente lievi. Segnati da una luce indulgente ma intensa contro cui emergono le sagome di pezzi che solo ora riesco a tenere vicini, o semplicemente a vedere.
Così guardo, come fosse il viso di un bambino, l’ingenuità con cui ci si possa credere davvero, in due, alla comprensione di sé nell’altro, dell’altro come se specchio di una parte sé, in una dimensione atemporale simile al sempre. Sempre accanto. Non accanto, dentro sé.
Guardo, ora carezzandogli i capelli, l’idea della presenza conservata e difendibile nel luogo più profondo, ma in quello soltanto, che nella sua astrazione svanisce piano assorbita dalla realtà, lasciando una luce spenta.
Lo abbraccio per non sentire il suo sguardo e lo abbraccio stretto, con gli occhi chiusi, perché non me n’ero accorta, che fosse solo un bambino. Voglio solo stringerlo e non pensarci più, al come sia stato possibile o a come lo sia poi l'opposto. A passaggi invisibili e inspiega(bili)ti.
Nella catarsi che nasce dall’amplificazione delle immagini in un film, come titoli di coda o di apertura, penso final-mente che si possa evitare di capire, accettarne l’impossibilià. Sorridere del fatto che forse davvero non serve. Usare quel contorno sottile, riverberante tanto da poterlo solo sfiorare con lo sguardo, per guardare alle cose come avvenimenti, invece che costruzioni di significati da comprendere e ordinare in una continuità per dar loro un senso. Come quelle figure nascoste dietro ad uno sfondo omogeneo, che puoi vedere solo senza guardare attentamente. Quelle immagni che forse neppure esistono davvero, ma che, per un attimo, sfocando lo sguardo, puoi riuscire a intuire.
E penso che le cose succedano, senza che ne possiamo sapere troppo. Senza spiegazioni ulteriori. O forse sì, ma questo non ci riguarda, non ci serve davvero. Non quello che accade fuori di noi. Ci riguarda solo la gioia e il dolore, non il perché, quando non è da noi che deriva.
Guidando di notte lungo strade mai percorse prima, mi accorgo che mi piace la sensazione nuova delle punte dei capelli appoggiate sulle spalle, in ciocche leggere e arrotondate. Che sono una cosa viva.
Il sentire è quello che rimane, sempre.
Ripenso al nocciolo di pesca trovato per strada che abbiamo portato con noi, chiacchierando, per tutti i vicoli del centro, mille giri intondo, spingendolo piano con la punta del piede, alternandoci ipnoticamente, senza mai dirne niente. Le persone che ci guardavano perplesse continuare a spingerlo avanti, poco lontano, per poi riprenderlo e continuare. Perfino, ostinatamente come sempre, su per una salita polverosa, da cui è uscito tutto grigio e consumato.
Poi si è fatto tardi, al momento di riprendere le biciclette, di tornare a casa, è rimasto lì, fermo e solo nel piccolo piazzale davanti al cinema.
Ma facciamo finta di niente.
Se te ne fai un'ossessione, non capirai mai.
Il futuro, pensai, sarà tutto così: il passare della morte nel rumore confuso della vita, le gioie insieme alle fitte di dolore, il cuore che invecchia e ringiovanisce all'improvviso. Finalmente mi sembrò che nulla più potesse farmi paura.
[I giorni dell'abbandono-Roberto Faenza]
06/09/2005
It seems like years since it's been clear
Sono uscita ridendo dall'edificio in cui lavoro, dopo aver avuto un'elevata conversazione con la poliziotta che sta alla reception sugli ultimi sviluppi di Beautiful. Mentre le consegnavo il badge per farmi rendere la carta d'identità ho visto l'ormai canuto Ridge che discuteva con Brooke in una piccola tv in bianco e nero dietro di lei. Allora con aria meravigliosamente frivola ho sospirato, costernata, attraverso il vetro antiproiettile che ci separava: "Ah, è da un mese ormai che non riesco più a vederlo...". La guardia si è fiondata fuori dalla sua cabina e con l'occhio illuminato mi ha chiesto "Dove sei arrivata?", "Eh, a quando Amber gli ha mostrato la foto"... Salutandomi poi mi ha detto "CiaoTesoro"!
Sono uscita e c'era il sole, riflesso dalle ormai familiari piastelline gialle dello spiazzo antistante a quest'enorme palazzo.
Sono uscita ridendo e pensando che forse dipende tutto da noi, da come ci sentiamo. Forse dai nostri ormoni, dai neurotrasmettitori. Un po' anche dal sole, o magari dalle stelle. Allora tutto appare sotto una luce proiettata da un luogo sovrastante. Le relazioni con gli altri, come appaiono. Come appare la sequenza delle cose da fare, ansiogena, leggera, allegra, demotivante.
E poi c'è il film di ieri. Quello scelto per disperazione dopo l'esaurimento dei posti nello spettacolo di "Les amants réguliers", di Philippe Garrel, atteso da me e G. durante tutta una snervante giornata. Dopo aver riso come psicolabili davanti alla banconiera del cinema in attesa di venderci un pacchetto di caramelle, che non sapevamo decidere se prendere solo quei tronchetti di liquirizia con dentro la cremina colorata, o quelle miste, con anche i coccodrilli di gelatina.
Il film era "Four brothers", di John Singleton. E' un film d'azione, di quelli con le sparatorie, gli inseguimenti. Ci sono questi quattro fratelli, due bianchi e due afroamericani, che vogliono vendicare la morte della madre adottiva rimasta uccisa durante una rapina. Cercano quindi gli assassini attraverso diversi intrighi di gangs criminali, poliziotti inconcludenti o corrotti e le storie difficili che i protagonisti hanno alle spalle.
Un film d'azione di quelli con le sparatorie e gli inseguimenti, scelto come ultima spiaggia per sopravvivere ad una serata iniziata male, ma che, dopo una scena di macchine rovesciate sul ghiaccio che sembrava di essere sulle montagne russe, io e G. ci siamo guardate e abbiamo detto "Ma... è bel-lis-si-mo!!!".
Ci siamo votate per sempre al genere rapite dalla sua proprietà indiscutibilemente catartica, e abbiamo concluso, stupefatte, che "Allora adesso abbiamo capito tutto! (della vita)". Infine ci siamo salutate con le mani a pistola facendo, serissime: "Pum! Pum! (in realtà era più un psh! psh!, ma il senso era quello)".
04/09/2005
62. Mostra internazionale d'arte cinematografica
Al ritorno pioveva. Stavamo in piedi nella punta coperta del vaporetto con le dita appoggiate all'apertura del finestrino, l'aria fredda e qualche goccia di pioggia sul viso. Il Canal Grande era completamente buio, ad eccezione di qualche lucetta gialla in lontananza, che acquistava definizione soltanto nei rari momenti di attracco. Eravamo talmente stanchi, provati dai film visti, dalle code sotto il sole, dall'atmosfera satura di energia del Lido, che ognuno di noi sembrava estraniato dal resto, seguendo i propri pensieri senza residui di necessità di comunicare. Dopo le prime volte, neppure in occasione dei lampi di azzurro che illuminavano il profilo di Venezia in un modo che a volte rimpiango di essere nata in questa città per la difficoltà acquisita a lasciarmene meravigliare.
Io provavo a chiudere gli occhi e sentire soltanto il vento pungente sulla faccia, pensando che basta davvero poco per sentirsi bene, liberi da pensieri ulteriori. E me ne scordo sempre.
01/09/2005
It's like rain on your wedding day
La verità è che sono esaurita. Ho tra le mani la vita di un coniglio senza denti che sta prosciugando le finanze che non possiedo e che mi costringe a sfidare giornalmente le inimmaginabili forze della natura animale per imboccarlo con nauseabondi omogeneizzati alle verdure, nonché a ricorrere infine, stremata, ogni pomeriggio, all'ausilio del terribile veterinario dallo sguardo indagatorio. Un lavoro la cui data d'inizio slitta implacabilmente di settimana in settimana da due mesi. Mobbing allo stato puro a cui si aggiunge, nell'attesa, la necessità di percorrere ogni mattina il tratto autostradale Venezia-Padova a/r soltanto per firmare uno stupido registro-presenze. Un fratello-matricola in procinto di trasferirsi nella città in cui avrei sempre voluto abitare io, mentre la sottoscritta è ancora costretta entro anguste mura domestiche date le inesistenti finanze andate ora in negativo a causa di un coniglio senza denti e slittanti di settimana in settimana sulla scia di un lavoro-fantasma. Diversi altri fantasmi. Una sopraggiunta incapacità di gestire ogni più piccolo aspetto della mia esistenza presente e futura, dai vestiti che giacciono inutili tra il mio letto, la mia macchina e l'armadio, alla pianificazione di un precario, ipotetico e imminente futuro. Un inspiegabile smarrimento delle espressioni del mio viso, quali erano? Una pila di cose da dimenticare, altre da ricordare, che qualcuno ha invertito. Cassetti pieni, disordine tra le carte.
