Dopo molte ore stancanti e surreali in mezzo a tanti, tantissimi ragazzini diversi e spaventosamente uguali, apro la finestra e sporgo il viso fuori. C’è il sole, ed un piccolo giardino verde di erba e di alberi, il cortile della scuola. E’ febbraio ma si avverte appena un profumo pungente di primavera, per la prima volta. Per la prima volta dopo non saprei neppure quanto tempo mi ritornano in mente i pomeriggi passati con mia mamma nel “parco della casetta”, quand’ero piccola. Io e lei. L’attenzione allegra e protettiva, spensierata, incentrata completamente e incondizionatamente su di me. Quella che non si rivive più. Neanche con lei, che ora è così diversa. Che siamo più grandi tutte e due.
Lo stesso odore.
Mia mamma, riesco a vederla solo quando non c'è. La sua presenza assente è quella di mamma nella sua interezza, nel suo alone di affetto e di tenerezza. Ne penso le debolezze, e mi convinco, la pena nello stomaco, che dovrei essere con lei più lieve. La sento anche come riferimento protettivo, vorrei dirle molto, tutto. Nel mio modo, però, che vicino a lei è intimidito. Se lei è vicina, mi fermo sui particolari, sulla contingenza. Mi irrigidisce la mia percezione di una sua invadenza, nel mio modo di essere. Mi indispone la sua fretta, iperattività che mi rende così pigra e troppo, sempre troppo inattiva vicino a lei. Forse l'insostenibile? discrepanza? tra la un'immagine interiorizzataidealizzata, e lei.
Fare quello che posso e che forse basta, ma farlo. Piccole cose, piccole dosi. Come un'eterna cura, sottovoce. Sentirmi tutto sommato tranquilla. Non avere criteri solidi per valutarlo. Purtroppo. Avere dei progetti. Parlare delle possibili canzoni da cantare come se fosse una cosa seria. Io che eseguo gli esercizi preoccupata e Cristiana che dice ehi, guarda che siamo a un Sol! Come quando con gli occhi strizzati aspetti una puntura e ti dicono già fatto! Parlare con una persona che mi conosce bene dopo anni e riderci un po' su. O, un po', anche no. Parole, lettere e estemporanee felicità.
Un film scoperto per caso e amato totalmente, goccia per goccia, lentamente assaporate una ad una. Un piccolo film, Valentin di Alejandro Agresti (lo stesso regista dell’altrettanto bello e, se si può sussurrare, poetico, Un mundo menos peor, presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia), piccolo davvero perché in qualche modo umile e silenzioso, in un angolo, come una perla non troppo scintillante in mezzo al rumore, la luce calda di una candela di fronte a quella abbagliante di un neon. Dolce, ma con ironia e furbizia. E vivacità.
La tenerezza lieve mai straripante o sentimentalistica di fronte a un bimbo, interpretato e doppiato deliziosamente, con una vocetta divertentissima e due occhiali grandi attraverso cui osserva e vive il mondo dal basso del suo corpicino minuto e testolina scompigliata, ma prendendolo di petto. Che cammina per le strade con pesanti scarpe da astronauta per allenarsi alla mancanza di gravità, cercando di risolversi dei problemi mica da poco.
Senza essere ritratto come un piccolo eroe vincente, né la vittima lacrimevole di un mondo sbagliato, Valentin rappresenta, con leggerezza, uno sguardo adulto ma con una vena di spirito ed emotività infantile, seppur contenuti con molta sveltezza e una sorta di ingenua saggezza (che, si sa, quando si vivono davvero situazioni critiche non c’è tempo né modo di piangersi addosso), utile e fresco.
Valentin dice: “…come quel tipo che a volte spio al bar all’angolo e beve il caffè, legge il giornale e nient’altro. C’è gente che sembra che non sta vivendo… o che non ci fa niente, con la vita”.
E insomma vedetelo questo film, che fa bene.
Berlusconi che rifiuta un dibattito pubblico con l’opposizione perché quella non fa altro che denigrarlo e demonizzarlo. Il coraggio di questa affermazione dopo il suo recente “Se la sinistra andasse al governo, questo sarebbe l'esito: miseria, terrore, morte. Così come avviene ovunque governi il comunismo.”, dopo aver detto che la sinistra è l’incarnazione del male, lui il bene. Prodi, intanto, intervistato su uno sfondo scuro e tetro, il tono, quello di chi vuole evitare di svegliare il vicino, con un tocco di raucedine, in aggiunta. My god. Come direbbe lei.