Per esempio io questo finesettimana sono stata proprio bene. Castel San Pietro era piena di sole, nuvolette bianche dei dipinti impressionisti, e sedie in giardino dove chiacchierare ad occhi chiusi, i raggi del sole sul viso ed una sigaretta in mano, nelle pause dalle lezioni. E sembrava, come sempre, di trovarci in una surreale gita scolastica. Non liceali, più sereni. Una terra di mezzo di potenzialità da scoprire e raccontarci. Prima di (tutto).
Ma mettersi d’accordo di bussarsi alla porta per scendere insieme per la colazione, fare tardi la notte, tutti insieme riuniti in una camera a parlare di cose che solo in un corso del genere…, ridendo tanto, mandarsi messaggini dalle proprie camere per chiedere “Allora, com’è andata con...?” “Niente, ma stasera era fatta!”, sono cose di un’allegria di una dimensione quasi parallela. Adolescenziale, ma anche no.
Le ore nella stanza d’albergo, distesa sul letto a pancia in giù e i piedi per aria, a scrivere o soltanto riposare, sola ma sapendo fuori dalla porta un'ambiente vivace di persone vicine e di movimento, era lo spazio in cui avevo bisogno di respirare. Che sempre di più mi sento insofferente alle restrizioni, alla non disposizione di separatezza, di uno spazio fisico e mentale solo mio quando ne sento la necessità.
E ho imparato che la radice etimologica di desiderio è de-sider-, che significa “mancanza di stelle”. Che se non vedi le stelle nel cielo, non puoi prevedere cosa succederà. Questo, dicevano gli antichi.
Il desiderio, allora, deriva da una mancanza. E a me, che solo a sentire nominare le stelle mi si illumina lo sguardo, sembrava di conoscerla bene, questa condizione, e di portarla dentro, tenerla con me, sempre.
Abbiamo letto un passo del Simposio in cui Platone diceva che, la mancanza, noi la colmiamo con l’ingegno, con la fantasia, la seduzione. La seduzione vive di uno spazio vuoto, in cui noi possiamo creare e proiettare noi stessi e i nostri desideri. Nasce dalla rappresentazione simbolica, dall’allusione non svelata. Allora si parlava di quanto sia difficile ritrovare questo spazio in una cultura dello svelamento, dei modelli preconfezionati, della pervasività della luce del giorno senza aurore e senza tramonti.
Che sarebbe bellissimo poter pensare di ritagliarsi un microcosmo isolato da ogni tipo di influenze impoverenti e invasive. Ricreare tutto daccapo. Prendersi il diritto di riscoprire ogni cosa, di non subire condizionamenti esterni, essere costretti a vedere quello che non si vuole, senza filtri creati solo da noi e dalle noste simbologie, i nostri 'veli'. Cullare il desiderio seguendo percorsi laterali e amando anche le nuvole, interposte tra noi e le stelle.