S’alzò, a disagio con sé stesso, cercò Lil da una stanza all’altra. Era inginocchiata davanti alla cassetta del Senatore in cucina. Lo guardava e i suoi occhi erano inzuppati di lacrime.
“Cosa c’è?” chiese Wolf.
Fra le zampe del Senatore, dormiva lo uapiti; il Senatore sbavava, con l’occhio a palla, e cantava brandelli disarticolati di canzoni.
“E’ per il Senatore” disse Lil e le si spezzò la voce.
“Cos’ha?” chiese Wolf.
“Non lo so” disse Lil. “Non sa più quel che dice e non risponde quando gli si parla”.
“Ma pare contento” disse Wolf. “Canta”.
“Si direbbe che sia ribambito” mormorò Lil.
Il Senatore mosse la coda e una parvenza di comprensione gli illuminò gli occhi per uno sprazzo di secondo.
“Per l’appunto!” notò. “Mi sono rimbambito e intendo restarlo”.
Poi riattaccò la sua musica atroce.
(…)
“T’ha detto di sé” disse Wolf. “E’ la beatitudine. Perché ha quel che voleva. Credo che in entrambi i casi la fine sia l’incoscienza”.
“Mi strazia” disse Lil.
Il Senatore fece un ultimo sforzo.
“Sentite” disse. “avrò un ultimo sprazzo di lucidità. Sono contento. Capite? Bene. Io non ho più bisogno di capire. E’ una contentezza integrale, dunque vegetativa, e queste sono le mie ultime parole. Riprendo contatto… torno alle origini… dal momento che sono vivo e che non desidero più nulla, non ho più bisogno di essere intelligente. Aggiungo che avrei dovuto cominciare da qui.”
Si leccò il naso golosamente e produsse un suono incongruo.
“Funziono” disse. “Il resto è una buffonata. E ora, rientro nei ranghi. Vi voglio bene, forse continuerò a capirvi ma non dirò più nulla. Ho il mio uapiti. Trovatevi il vostro”.
Lil si soffiò il naso e accarezzo il Senatore che scodinzolò, appoggiò il naso sul collo dello uapiti e s’addormentò.
“E se non ce ne fossero per tutti, di uapiti?” disse Wolf.
Aiutò Lil a tirarsi su.
“Oh,” disse. “non riesco a farmene una ragione”.
“Lil” disse Wolf. “Ti amo tanto. Perché questo non mi rende felice come il Senatore?”
“E’ che io sono troppo piccola” disse Lil, stringendosi a lui. “Oppure, vedi le cose dal lato sbagliato. Prendi lucciole per lanterne”.
[Boris Vian-L'erba rossa]