Con Elena, attraversando la strada dopo esserci salutate con due baci sulle guance, sotto l’enorme ago della fermata Cadorna.
-Sai, Elena, in questi giorni sta fermentando dentro di me una grandiosa idea…
-Mmh, sentiamo, inizio a temere… le tue grandi idee…
-…quella di trovare un lavoro qui, a Milano, e di venire a viverci per un po’, un anno o due, così…
-…
-…è che questa città mi mette allegria…
-…
-…la trovo stimolante, non lo so… sto sempre bene quando sono qui!
-Sei la prima persona a cui sento dire una cosa del genere su Milano! Io la adoro questa città, ma di solito tutti non fanno che denigrarla!
…
Osservando, al di sopra delle mura del castello, il cielo grigio di nuvole minacciose, dopo due interi giorni di pioggia:
-Senti Elena, so che ti è difficile essere imparziale ma, obiettivamente, qual è la percentuale di belle giornate qui a Milano, rispetto a quelle di brutto tempo?
-Mah, non è che piova spesso qui, sai! Comunque non saprei…
-Si ma, a parte la pioggia… quanto spesso ci sono delle belle giornate rispetto a…
-Eh, ti ho detto, non piove quasi mai…
-Ma non intendo solo la pioggia quando parlo di brutto tempo… metti anche come oggi…
- Beh, perché?! C’è bel tempo oggi!
-…
Tornando a casa, rimango ancora qualche istante a testa in su davanti a quell’ago, per definizione sottile e affilato, invece qui di proporzioni monumentali, conficcato in profondità nel cemento, nel cuore della città. Intorno le strade, i palazzi, come se niente fosse. Immobili e indifferenti di fronte a questa presenza estranea. Come due dimensioni separate. Lo guardo dal basso, poi da lontano, con un brivido empatico. Conosco quegli aghi. Il filo, sfacciatamente colorato, che sparisce sotto la superficie per poi ricomparire con un nodo ben fissato poco più in là. Mi sembra di poterne sentire diversi, piantati qua e là.
Respiro a pieni polmoni l’aria fredda mista al sapore di sigaretta. Per intere giornate ho camminato molto, a lungo e velocemente, tanto da tornare a casa con le gambe doloranti.
A volte da sola, altre in compagnia di vecchie o più recenti amiche, non c’era niente che mi interessasse di più che conoscere, vedere il più possibile di questa città. Più di tutto, quello che amo fare è assorbire sensazioni, immagini e pensieri dalle città attraverso cui cammino. E’ come leggere un libro, vedere un film, ma di più. E’ qualcosa che ha a che fare in modo maggiore con la vita.
Mi piace Milano, perché è una grande città in cui tutto però sembra e in un certo senso è vicino. Perché è una città quadrata e facilmente comprensibile, è una città che non pretende di essere più di quello che è. E’ grande, ariosa, ma anche dolorosa, triste, dura. Ha delle cose belle in assoluto, come il castello e il suo parco. Come camminare per le vie del centro pensando che è tutto vivo. Moltissimo.
Ho trascorso delle ore a sfogliare le pagine di decine di libri in diverse Feltrinelli, come fossero altra cosa rispetto a quelle della mia città, annotando i titoli nel mio quadernino nero di muji, per comprarli poi. In una di queste ho ascoltato Massimo Carlotto parlare dei luoghi dove vivo io, proprio in questa città così lontana, per me almeno, in quel momento. E mi sentivo responsabile e vittima, un senso di appartenenza e non.
Ho visto alcuni dei corti presentati al film festival, il motivo per cui ero a Milano. Li ho visti in realtà con una certa distanza, percorsa dalla sensazione del bisogno, che avverto sempre più spesso nel cinema e in altre forme espressive, dell’esplorazione univoca del dolore, della rappresentazione della tristezza, della difficoltà della condizione umana, soprattutto di una certa umanità. Io non ho bisogno di questo ora, ne sono satura. Credo invece che sarebbe molto più utile, soprattutto in un momento come questo, saper celebrare anche la vita, i momenti di felicità, la bellezza, nel cinema.
Davanti allo schermo, pensavo anche che ci sono persone che a volte riescono a prescindere dal loro dolore, dai loro problemi. Fare come se non esistessero, uscirne per qualche momento, anche solo il tempo di una passeggiata, di una chiacchierata. Vivere una sensazione di spensieratezza, respirare. Io penso di poterlo fare, ed è con questo tipo di persone che desidero stare.
L’ultima serata con Su, dopo il cinema, è trascorsa a pancia in giù sul letto parlando di come sia necessario accettare di non poter conoscere mai del tutto l’altro, per conservare vivo un rapporto. Forse 'accettare' non è la parola giusta, lo è farne una risorsa, saperlo con allegria. In realtà conoscersi bene bene è una delle cose più belle secondo me, ma forse è vero che è impossibile, e che è anche giusto così. Facendo attenzione a non cristallizzare la propria idea dell'altro su un solo aspetto, una sola faccia con cui noi lo identifichiamo, mentre lui sente di possederne mille.
Liberati dalla ripetizione, vai avanti (Les amants réguliers).