In un locale nel Ticinese, aspettiamo la pizza chiacchierando. Sento le prime note di Estate, dei Negramaro. Tocco il braccio di Francy interrompendo la sua conversazione con Su. Le indico, persa, un punto indifferenziato sul soffitto e dico:
- Senti…
Su: Cosa?
Io, ironica: Eh, sai, questa canzone ci lega particolarmente...
Su: E perché?
Francy, cinica: Perché siamo delle sfigate.
Se Milano fosse la mia città, come in questi giorni mi sfinirei di passi veloci nel parco, ognuno una possibile occasione per scivolare sul ghiaccio, accorgendomi di stringere tra loro le dita delle mani ad ogni pensiero da allontanare o trattenere indecisa-mente. Terrei i capelli legati in una coda alta, la musica nelle orecchie ancora di più, attraverserei il castello non prima di esseremi seduta per qualche minuto dentro a quel rettangolo surrealmente protettivo nel suo isolamento dal resto. Camminerei poi lungo via Dante, guardando a volte in basso con gli occhi socchiusi, altre intorno, aprendoli tanto da sentiri pizzicare di freddo. E via Dante è la mia preferita, non lo so perché, forse perché è il luogo di passaggio per eccellenza. Densa linearità.
Camminerei implacabile per ore, come in questi giorni, per correre in mezzo alle cose, sentirle passare dietro di me come vento ma solo dopo che abbiano sbattuto, vento, sul mio viso. Solo dopo averle conosciute. Per viverle in qualsiasi modo che non sia, però, l’immobilità.
Milano è una città che è come un uomo. Le sue geometrie danno forma netta ai miei pensieri, tagliandoli e contenendoli.
Su: ...E lei, dopo tre anni che stavano insieme, una mattina si è svegliata, l’ha guardato e ha pensato ‘io non voglio stare con questa persona… ma chi è?!’.
M., guardandosi intorno distratta: Secondo me è solo una questione di chimica: avrà cambiato odore.
In mezzo ad una mattinata trascorsa a parlare per ore, ancora sotto le coperte io, Su seduta a gambe incrociate sopra il ‘mio’ letto, in mezzo a parole dette con commozione e ad altre ridendo, ho pensato che forse la chimica amorosa altro non è che il contatto immediato che avviene tra due persone che si toccano, si parlano, sotto la maschera: entrambe, da subito. Perché ci si vede immediatamente oltre, perché non si ha bisogno di indossarla, con quella persona. Riflettuto su quanto sia difficile, quando si riesce a leggere sotto quella maschera, aspettare che l’altro sia pronto o che voglia togliersela, resistendo alla tentazione, dettata dal bisogno di farsi ri-conoscere, di dire ehi, guarda che io ti vedo, lì sotto. Su come la frustrazione di fronte ad un 'altro di confronto a sé stessi' avvenga quando sappiamo di non star sviluppando le nostre potenzialità, di non star dando il massimo. Quando l'altro è specchio delle nostre manchevolezze nei confronti di noi stessi.
Considerazioni rilevanti quasi quanto le perle di saggezza, pregne di maschile pragmaticità, donateci surrealmente, una notte, nel tragitto verso casa, da un tassista probabilmente mosso da compassione rispetto a poco contegnosi squarci di conversazioni giunte al suo, incautamente sottovalutato, udito.
Lei gli ha detto guarda che non ti sto seguendo, eh, è che ho la macchina parcheggiata in questa direzione. Poi gli ha indicato il cartello alla fine della via e ha detto immagina che quella sia la fine della nostra vita. della nostra lunga storia d’amore, vissuta fino all’ultimo giorno. è davvero bello aver vissuto tutta la mia vita insieme a te, diceva, nel gioco. Camminiamo lentamente, allora, che altrimenti la fine si avvicina troppo in fretta. Lo fanno. Lui con l’aria stupita, le cammina a fianco. E si innamora di lei.
Tratto da un suo post sullo stesso film, visto insieme. Che a leggerlo mi è venuta una cosa che...
'Come pure quella in cui Lui, che finalmente si è deciso ad invitarLa nella sua nuova e disordinatissima mini-casa da single di ritorno, cerca di nascondere da qualche parte un quadro che raffigura un uccellino (azzurro? Potrebbe essere un particolare rilevante, se solo mi ricordassi ...), unico ricordo portato con sé dalla sua vecchia vita e ora pasticciato col pennarello dal figlioletto, perciò impresentabile. In casa non c'è posto, prova dietro il divano ma sporge, quindi va in giardino e tenta di ficcarlo in un cespuglio, ma in quel mentre arriva Lei e probabilmente fraintende, tutto ciò le sembra molto poetico, perciò prende l'uccellino sottovetro e lo sistema con grazia tra i rami di un albero come se fosse un uccello vero (del resto nei suoi video dà vita a fotografie sovrapponendo loro una traccia audio con dialoghi inventati), poi entrambi stanno lì in piedi a contemplarlo e Lei gli poggia appena il mento sulla schiena.
(...)
E Lei, su una scarpa scrive me e sull'altra you e poi si filma i piedi mimando le dinamiche di avvicinamento possibili tra una me e uno you.'