29/01/2006

E le stelle mantengono i loro segreti (più freddamente che mai)


Il beccuccio rotto è un provocatorio memento della transitorietà dei bricchi di caffè e dell'esistenza, che mi spinge all'azione, che mi incita ad applicarmi ai miei compiti, primo tra tutti la sua sostituzione, e a prefiggermi, con tutta l'ingenuità del caso, di sfruttare al massimo l'attimo fuggente. (...) La conclusione della vostra ultima lettera è, credo per qualche strana ragione, per qualche eccesso di perversione, che mi vorreste vedere andarmene in giro in abiti da sera, tra saloni rivestiti di marmo. Mi sento soffocare al solo pensiero. Amo la mia libertà e le escursioni nella foresta, le mie gonne corte e le braccia a penzoloni. Voglio che il vento mi soffi addosso, che il sole mi batta in viso e che il fango mi schizzi. Al bando scrigni, tappezzerie e cornici! Non sono un quadro nè un gioiello, né ciò che il vostro occhio poetico persiste nel volermi vedere.


Guidavo piano pensando che poche cose sarebbero potute essere più belle che essere lì, il piede che sfiorava soltanto l’acceleratore, la neve che cadeva sul parabrezza e una
musica ipnotica nella radio e che avrei voluto non scendere mai. Invece ho affondato le scarpe nella neve che sembrava messa lì per finta, lo scenario di qualche film, e ho risposto al biondino che chiedeva chi è, l’ho scovato sotto il letto e abiamo guardato insieme Alice nel paese delle meraviglie, lui con la bocca aperta e che più tardi ha detto "Mio papà ha detto che deve cercare un metro così poi torna a casa con noi!". Magone.


La mattina alle sei, Firenze. Firenze dall’alto su cui perdere lo sguardo per un tempo infinito, silenziosa e piena di luci e di stelle dalla finestra di casa di D., che
continua a guardarmi lateralmente e dire che io vengo da Uranio. Questa casa sconosciuta su cui poter stare accovacciata sul divano, con uno schermo enorme davanti e un cane dagli occhi altrettanto grandi vicino. Casa è nelle cose più lontane dal significato originario di questa parola.

Al congresso vedo la Roberta Giommi -brava, solare davvero e (ras)serena(nte)- che per anni ho letto su Salute di Repubblica e che ha intessuto fili di parole e riflessioni, in rettangoli azzurri attesi, ritagliati e sempre discussi, attorno alle basi della storia tra me e M.. Vedo W. Pasini, che parla della sindrome del matrimonio a salsiccia e ad arcipelago (?!?) e mi sconvolge l’incredibile e sterile divulgatività delle sue parole. Scontatezza, banalità inaudita, più di quanto già pensassi. Cecchi Paone che arriva ad un congesso di medici e psicologi presentando il nuovo libro che raccoglie le lettere che i suoi fans gli hanno scritto il seguito al suo -parole sue, pronunciate con orgoglio e serietà- coming out.

Esco ogni tanto all'aria fresca con una sigaretta e Kt Tunstall nelle orecchie, Other side of the world è come me in questi giorni. Cammino per i corridoi del dipartimento universitario e ancora avverto la sensazione di dimensione altra: quella è così lontana dalla mia di adesso. Sono in un luogo simile a quello attorno a cui ho vissuto fino a meno di due anni fa ed è come trovarmi in mezzo a persone di dieci anni più piccole di me. Sento che il numero di persone più giovani continua ad aumentare vorticosamente, e io continuo a slittare sempre più avanti, solo che non so bene dove.

La mattina di sabato leggo sul giornale questa notizia e penso questo paese sta andando verso lo sfascio totale. Riesco a immaginare poche cose più gravi di ciò che comporta l'approvazione di questa legge.

Mi fa uno strano effetto constatare la differenza tra l'impostazione medica e la nostra. Anche solo tra quella delle altre scuole di sessuologia e la nostra. Sentire chiaramente che alcune prospettive non mi quadrano, che io la vedo in altro modo. Perchè significa che qualcosa di sta costruendo, e spesso è dall'opposizione che se ne prende consapevolezza.

Si parla molto della sessualità come aspetto legato al piacere, della sua funzione ludica ("il piacere per me è una sentinella della vita"). Di fronte all’escusività della sua funzione riproduttiva avanzata dalla chiesa, al cardinale Ruini, alle ansie da prestazione, sembra che tutti, medici e terapeuti, remino verso la riappropriazione del concetto di piacere, anche fine a sé stesso.
Si parla di desiderio sessuale, e dalla stanza di video-conferenza arriva un commento "A Milano si dice voglia di ciulare". Sopra le teste, centinaia di punti esclamativi e risate. Il signore vicino a me, serafico: "... La virtualità lo rende audace".
La Giommi poi dice una cosa che mi fa alzare lo sguardo. "Alla base di un amore felice, c’è una buona dipendenza". La dipendenza. Io l’ho trovata una cosa bellissima. Tutti gli sforzi delle persone sembrano volti a mantenere le distanze, a difendersi, ad autonomizzarsi. E ora stiamo parlando della necessità di coltivare la dipendenza dall’altro (una buona dipendenza, contrapposta, più tardi, a quella negativa).

C’è uno psicoterapeuta, si chiama Lera, che fa un intervento sulla sessualità negli adolescenti con handicap fisico o mentale ("Che quando le persone parlano di handicap in modo generico, io mi arrabbio: perché questo è alla base dell’emarginazione"). Ha un tic che gli fa piegare in su un angolo della bocca e parla lentamente ma con rabbia. Una rabbia che mi mette i brividi perché è il frutto di un lavoro di cui, nelle sue parole, si legge tutta la frustrazione e il dolore, senza un briciolo di retorica. E io prenderei a schiaffi le persone che intorno a me parlano dei cavoli loro, che ridono, che si annoiano visibilmente. Penso, cavolo, e noi siamo le persone deputate alle professioni di aiuto. Ora c’è questo, qui davanti, che parla della situazioni in cui l’aiuto è meno protetto, in cui l’Aiuto è necessario davvero, al di là delle seghe mentali della nostra epoca, e voi ridacchiate. Siamo messi bene.

C’è un’atmosfera strana in casa, questa sera. E dentro di me. Sembra infestata dai fantasmi. Anch’io mi sento così. Vorrei rimproverarvi, ma non riesco. Ho una strana voglia di piangere. E’ il pensiero che avete fatto tutta questa strada, che vi siete arrampicato su per queste colline, atteso per così tante ore, e tutto per vedere qualcuno che è lieto di esservi sfuggito. Fuori dalla finestra la notte è incredibilmente nera e in questo momento, in qualche punto di quell’oscurità, ci siete voi che viaggiate deluso, attraverso i campi e le finestre gelate, percorrendo quegli spazi a passo d’uomo prima di poter raggiungere Berlino. Perchè vi siete imbarcato in un’impresa così assurda? Ecco che arrivano le lacrime… credo sia perché è così buio, e voi non siete ancora a casa.

[Lettere di una donna indipendente-Elizabeth van Arnim]

di Irene| 29/01/2006
Invia ad un amico
4 Commenti