Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà.
[Guccini-Eskimo]
Una delle cose peggiori che possano farti, si diceva ieri a lezione, è farti sentire non capito.
Una delle più belle, è la sensazione di comprensione da parte dell’altro.
Ecco una cosa.
Quando le persone ti fanno pensare che possa arrivare agli altri -o anche a un solo altro- un’immagine di te completamente diversa, in peggio, da quella che tu credi sia scontato che abbiano delle persone che, almeno un po’, ti conoscono: quella che tu hai di te stessa. Quando ti vedi premuta contro un’interpretazione, formulata apparentemente senza riserva-flessibilità alcuna, di quello che sei/fai/pensi che senti in assoluto non calzante. Quando senti che la comunicazione proprio non avviene nel modo in cui tu pensi di impegnarti, anche, perché avvenga: in modo diretto e, per quanto possibile, fiducioso.
Niente mi fa innervosire più di questo. Niente mi fa venire più voglia di chiudere ogni possibile serratura e confinarmi su un pianetino inaccessibile per un ipotetico sempre.
Di salire le scale di corsa, come ieri, ripetendo a mente e poi sottovoce vaffanculo vaffanculo vaffanculo… uno per ogni gradino, metodicamente.
E poi è sempre uno scendere e un salire.
Ieri sera sulle colline sopra Bologna. Sono seduta vicino a D. mentre guida verso il ristorante e, sprofondando nella sensazione regressiva dell'essere trasportata, guardo fuori dal finestrino le luci di Bologna dall’alto. Mi ricordo quando, nella stessa situazione ma con la città di Roma distesa davanti, pensavo, ogni volta, ogni sera, che quella fosse la cosa più bella che io avessi mai visto. Tutte quelle luci nel buio altrimenti assoluto.
Ci sediamo nel locale e, dopo qualche minuto, guardando distrattamente fuori dalle grandi vetrate dico 'Però che nebbia stasera!'. I miei compagni mi guardano come si guarda una pazza:
A. -Ma cosa stai dicendo?!
Io -Eh, non vedete? Guarda là!
Tutti -Irene... è un muro bianco, quello! Con le ombre delle fioriere proiettate sopra...
Io -Ah.
A. -Ma se fino a cinque minuti fa eri tutta meravigliata per quante stelle si vedevano nel cielo?!
Io -...
D., per nulla stupito: -Su Urano vive, lei.
Come nasce un tormentone ('Professore, no, non è che non abbiamo capito, è che forse c’è troppa nebbia!', 'Eh, ci credo che sei stanca, con tutta questa nebbia che c’è oggi!' ...).
Aspettando il cibo beviamo del vino rosso e io comincio a sentire un caldo che D. mi guarda con gli occhi sgranati e dice, terrorizzandomi, 'Ma che c’hai? Sei tutta rossa!'. Decido di uscire a prendere un po’ d’aria e A. si offre di accompagnarmi. Passeggiamo in uno scenario teatrale composto da un cielo su cui sono appiccicate una quantità di stelle che mai ho visto così, due altalene, una chiesa di mattoni rosa e le luci di Bologna sotto di noi. Col naso in su parliamo piano, fuori dalla dimensione al di là della porta del ristorante. L’aria è fresca e mi sento bene come mi fosse stato concesso un piccolo viaggio.
Rientriamo, e io, consapevole di avere l’espressione colorata dal freddo e gli occhi luccicanti per le stelle, penso per un attimo che D. mi stia per dire quello che in effetti mi dice: guarda me e A. con un punto di domanda e chiede, come fosse normale 'Beh, vi siete baciati?'; io 'Ma cosa dici?!'. E penso a questi rapporti che mi capita di avere, da sempre, e che ri-conosco bene. Quelli in cui senti che c’è qualcosa di speciale, che a una persona tieni particolarmente, che ci si capisce bene, che c’è una stima grande, che c’è anche un pochino di gelosia, una posizione elettiva del noi due rispetto agli altri, che se ne accorgono subito, in qualche modo fraintendendo. E che però magari non senti il bisogno di sentirla in altri momenti rispetto a quelli in cui capita, quella persona, che sai che non potrebbe-che non vorresti che ci fosse qualcosa di più rispetto a quello che c’è con lei (con lui) ma... boh. Che invece è un boh di cui sai benissimo la risposta. Boh niente: no.
Le vie di mezzo in cui da sempre mi trovo a vivere.
Poi i discorsi proseguono, che si parla di droghe, e di nuovo succede una cosa strana.
Mi. -... E vedessi quanti prendono la cocaina! Tutti! Una cosa pazzesca!
Ma. -Ma sì, che vuoi, è normale... anch’io da ragazza...
D. -Certo, chi è che non ha mai provato?!
Io -...
D. -E’ che ti da’ delle sensazioni veramente uniche!
Io -Ma quindi... cioè... io non credevo che...
D. -Cos’è, tu non hai mai neanche provato?
Io -Beh, no... (!!!) non credevo, veramente, che fosse una cosa così comune...! Dai, allora raccontami: com’è?
D. -Vediamo... Beh, tu neanche pastiglie hai mai provato, naturalmente, figuriamoci lei!
Io -No...
D. -Bah! Va be’, ciao eh?! Tu sei proprio...
E mi capita sempre più spesso di trovarmi in situazioni tali da farmi sentire una specie di bambina inconsapevole e dissociata. Che gli altri ridano di cose per me normalissime. Che non capiscano quello che di me non spiego con dovizia di particolari. Io che penso, invece, per il resto del tempo, di essere tutt'altro: come sono sempre stata, una persona più-troppo 'grande' per la sua età.
Sarà tutta questa nebbia.