S. è nigeriana e ha un temperamento che nessuno sopporta. Io non l’ho mai giudicata troppo negativamente perché con me è sempre stata gentile, ringraziandomi per ogni cosa e ripetendomi sbuffando “Ah, che brava che sei!” -tradotto, “Come fai ad avere voglia di giocare con questi bambini, che io se potessi liberarmene ci metterei una firma subito”- anche se, avendone lei due, di bambini, il suo atteggiamento del tutto anti-genitoriale mi ha sempre lasciata perplessa. Ma le cose che mi sono sempre apparse in primo piano sono la sua demotivazione pseudo-depressiva nel vivere una vita chiusa nella struttura sognando di partire per l’america, la sua stanchezza cronica, legata a questo, e delle supposte determinanti culturali sullo stile non-educativo che usava con i figli. Non li ha mai sofferti, pur avendo con loro dei momenti di tenerezza fisica. Li ha sempre trattati con insofferenza, come se fossero di intralcio alla sua vita, ma ho sempre pensato fosse nient’altro che una proiezione della sua insoddisfazione. Una proiezione giudicavo il suo continuo sminuire K., il figlio di tre anni, storcendo in naso di fronte ai suoi disegni (invece molto belli, per la sua età, e una grande soddisfazione per me, dato che quando l’ho conosciuto con c’era verso di fargli tenere il pennarello in mano, “No, disegna tu!”, mi diceva) o esclamando, ridendo, “Che brutto!” quando lui le mostrava le sue foto scattate col mio cellulare. K. è molto lamentoso e piagnucoloso. La sua iperattività fa sì che sia una conquista riuscire a tenerlo seduto tre minuti a sfogliare un libro e spesso, pur con tutta la buona volontà e la percezione di questo come frutto di un suo disagio, interagendo con lui risulta impossibile evitare di innervosirsi. La più piccola, J., invece, è una bimba talmente deliziosa (la classica bambina nera, coi capelli arricciati e gli occhi affilati in cui il bianco risalta sulla pelle scura) da rendere impossibile qualsiasi critica. Nonostante questo le operatrici riferiscono di aver visto S. strattonarla e schiaffeggiarla. J. ha due anni scarsi e più che un essere umano sembra una scimmietta, dal suo modo di muoversi. Ti si aggrappa con forza e non c’è modo di togliertela di dosso dopo che hai accettato di prenderla in braccio, cosa che a volte si renderebbe necessaria, essendo lei una dei nove bambini a cui dare attenzione.
Ecco, il fatto è che da oggi io non vedrò più nessuna di queste tre persone.
Oggi, arrivata in comunità, ho trovato le operatrici furiose, e costernate.
Mi hanno raccontato che ieri sera una delle donne ha trovato il suo salvadanaio rotto. Era stata J., giocando. La prima donna ha accusato S. di non prestare attenzione a quello che fanno i suoi figli. Lei, davanti a tutti i bambini, e alle altre ospiti della casa, che sono state inviate lì dai servizi sociali per motivi di violenza subita, ha iniziato a urlare e le è saltata al collo tentando di strangolarla. I bambini erano terrorizzati, una ha telefonato alla coordinatrice dicendole “Vieni, S. sta strozzando mia mamma!”. Nella foga S. ha dato uno strattone, spingendola, anche ad Al., che deve partorire domani.
Non ci potevo credere.
Così hanno deciso di trasferirla oggi stesso in un’altra struttura, pensando addirittura, in futuro, di tentare di allontanare da lei i figli.
Ora capisco qualcosa in più di questo lavoro. Cosa significa passare ogni giorno con dei bambini, nel ruolo di educatrice, e poi vederli andare via. Anzi, neppure poterli vedere, per salutarli. Sapendo, oltretutto, cosa li aspetta.