25/05/2006

La casa rossa, verso la fine


Af vede entrare nella stanza la madre con la sorellina neonata in braccio. La bambina indossa un vestitino giallo a fiori, ampio e pieghettato, che suscita l’ilarità di tutte le presenti per l'aria da 'ragazza' che le dà. Af si volta verso di me sorridendo con una luce negli occhi e mi chiede con una sorta di stupore misto a ironia ‘…è mia sorella?!’.

Stiamo chiacchierando di quale videocassetta vedere prossimamente e d’improvviso vedo AM. dare uno schiaffo a Ja., poi un pizzicotto sul braccio. Le guardo a bocca aperta senza capire se stanno giocando o se AM. è impazzita. Il braccio e il viso di J. si fanno sempre più rossi finché questo inizia a stropicciarsi in una smorfia di dolore stupito e silenzioso. Le scendono tre lacrime che si appoggiano, l’una di fianco all’altra, sulla guancia. La osservo mentre continua a chiedere ‘ma perché dovevi darmi uno schiaffo?’ e mi stupisce la mancanza di filtri della sua espressione, è completamente esposta, non erige alcuna difesa. Senza averne nessuna voglia né l’energia per farlo, capisco che mi tocca, sento la mia voce che inizia a predicare, non senza tradire una certa rabbia e parzialità, su come in questa casa (?!) né in nessun altro luogo sia ammesso alzare le mani tra le persone, fino a dire, di fronte alla non infrequente espressione altezzosa di AM., anche e tu hai poco da fare la strafottente! Nel frattempo N., sorellina di AM., assiste alla scena imperturbabile. Quando le acque si sono calmate, allunga un dito, raccoglie le lacrime rimaste immobili sugli zigomi di J., avvicina il dito alla bocca e lo lecca. ‘Mh, che salate’, cinguetta, si volta e sale sulla bicicletta.

Mi siedo in ufficio, appendice della casa, per la riunine d’equipe e sento un pianto disperato di Af. Grida sempre più forte e a lungo, che sembra non finisca mai, e io stringo le mani alla sedia per resistere dall’alzarmi e andare a vedere cosa c’è. So che è con la madre e che, se realizzassi di ritenere necessario esserci in ogni sua difficoltà, renderei ancora più difficile per me e per lui, che ancora non lo sa, il distacco che avverrà dalla prossima settimana. Nella pausa-sigaretta però non resisto, busso alla sua camera e chiedo alla madre cos’era successo, prima. Mi dice, ridacchiando imbarazzata: eh, piangeva per te, non voleva che andassi via! Mi accuccio davanti a lui e dico Af, ma… perché piangevi così tanto? Ti avevo detto che sarei tornata…. Nasconde il viso dietro la schena della mamma. Lei mi racconta che ieri, tornando dall’asilo, lui le aveva chiesto se mi avrebbe trovata a casa e lei, per fargli uno schezo, gli aveva detto che no, non sarei andata più. Lui ha pianto taaanto! mi riferisce. Lo osservo giocare e guardarmi ogni tanto per avere la mia approvazione, e mi sento preoccupata. Mi chiedo -avrò sbagliato? forse l’ho legato troppo a me, forse è per evitare poi questo che le altre operatrici sono così distaccate e professionali con i bambini. Poi penso –sì, ma io mica lo lascio, adesso, io non lo lascio mai, tornerò sempre a trovarlo. Ma so che sarà molto diverso.

Ja. è una bambina di dieci anni ed è la responsabile del trasferimento suo, della madre e della sorella nella struttura. E’ lei che denunciato il padre alla polizia dopo averlo visto puntare una pistola contro la madre. La donna, che è un'adolescente mai cresciuta e capricciosa in un modo che non si può immaginare, nonostante le ripetute follie a cui il marito ha sottoposto lei e le figlie, sta facendo di tutto per tornare a vivere con lui, e ci sta riuscendo.
Oggi è venuta l’assistente sociale nella casa per discutere con lei e le bambine di questo progetto. Quando ha salutato Ja., lei le ha risposto -oggi Ja. non c’è, c’è Arianna al suo posto (indicando sé stessa). Durante il colloquio, è rimasta impassibile fino a quando l’assistente sociale le ha chiesto se poteva palrare con Arianna, che le ha poi fornito delle risposte, assurdamente euforiche, compiacenti verso la volontà della madre, che chiaramente non è la sua. Nessuna di noi, dopo aver assistito impietrite al racconto dell'a.s., ha commentato qualcosa di diverso da -E questo è l'inizio di una psicosi.

Dopo la riunione chiedo ad An., una delle operarici, se poi A., la madre di T., è tornata come diceva a salutare, dopo essersene andata qualche settimana fa. Mi risponde di no, ci guardiamo perplesse. Subito dopo esco dalla porta, e vedo A. che scende dalla macchina.
La ascolto raccontare di come va adesso, e mi accorgo di guardarla con l’affetto di chi abbia vissuto vicino a lei per anni. Ed è da così tanto tempo, che mi sembra di essere lì.
E non ho nessuna voglia di andarmene.

di Irene| 25/05/2006
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