Lisa knows a girl who's been abused
It changed her philosophy in '82
She's always looking for a fight
She keeps the neighbours up all night
I go to her when I'm feeling slack
The girl's using me as a punching bag
I think that I could help her out
But the girl's got a lot to be mad about
And in the first moment of her waking up
She knows she's losing it, yes she's losing it
When the first cup of coffee tastes like washing up
She knows she's losing it, yes she's losing it
[She’s loosing it – Belle&Sebastian]
Stanotte ho sognato Ja. e la sorellina, Jf..
Era il giorno della famosa partenza per Torino, col padre.
C’è stato un momento in cui sapevo che avrei dovuto salutarle, ma quello dopo ero in macchina con loro, il padre, la madre e Af. -in qualche modo c’era anche lui.
La scusa era che mi avrebbero dato un passaggio, per qualche meta indefinita.
Il momento della partenza si dilatava tra i saluti e i tentennamenti dei bambini, si protraeva in un tormento in cui io sapevo che volevo dire loro delle cose, in privato e singolarmente, ma la situazione non era mai quella adatta e i genitori aspettavano in macchina impazienti, anche se divertiti e, ai miei occhi, disgustosamente galvanizzati dall’essere insieme.
Ricordo però il mio stupore nel guardare quest’uomo accorgendomi di riconoscerlo, in fondo, come un uomo stanco, mite, con i segni di una lunga solitudine nel viso che lo facevano sembrare molto più vecchio della sua età.
Osservavo questa famiglia malamente riunita in un imbarazzo (Jf. si strusciava sulle mie gambe ridacchiando nel modo in cui lo fa quando vuole fare la vergognina, e io le dicevo 'certo che hai proprio gli stessi occhi dal papà, eh?'; ma perché poi essere sempre così connivente con chi si trova in una situazione di disagio, in questo caso il padre, anche se è ben colpa sua se lo è?!) che conteneva tutti i torti agiti e subiti, tutta la loro triste storia e sentivo che non potevo fare proprio niente, che quello che li univa era molto più grande di me e di chiunque altro non ne facesse parte. Provavo una sorta di rispetto per il legame che, malgrado tutto, c’era tra di loro. Pensavo –ma come fanno, loro (le operatrici) ad essere così sicure nello stabilire che queste persone dovrebbero essere separate?
Non so se nella realtà la penso proprio così, ma tant'è.
Comunque sia, alla fine ci riesco. Con la scusa di bere un bicchiere d’acqua in un bar prendo Ja. da parte e le dico quello che vorrei dirle da sempre. Che non deve essere troppo forte.
Le dico che le cose, all'inizio, non andranno bene. Che non deve far finta che sia così. Che si sentirà sola, ma poi andrà meglio. Frequenterà una nuova scuola e conoscerà dei nuovi amici, si ambienterà nella sua nuova città e nel frattempo diventerà più grande.
Ma continuo a ripeterle, seduta sulle ginocchia per parlarle dalla sua stessa altezza, che non deve sforzarsi di fingere di stare bene, di pensare e di volere quello che non pensa e non vuole.
Me lo faccio promettere.
Lei mi ascolta attenta e con gli occhi un po' lucidi. Sento una volta ancora quella sensazione, una sorta dipendenza che temo quei bambini provino nei miei confronti ma che in realtà so di ricercare, in un certo senso, perché in fondo credo sia l'unica via, nel rapporto con loro, per dargli qualcosa di importante. Per quanto possa esserlo.
Partiamo, e io sono in ritardo come sempre.
Ma non è poi così grave.