12/10/2006

Relatività


- Ma mio zio ha tre macchine, te lo giuro su Dio!
- Non si giura su Dio, A.! Non si tira in mezzo Dio per delle cavolate!
- Ma non è una cavolata, è vero!
- Non intendevo… volevo dire, per delle cose poco importanti.
- Eh, poco importanti… La macchina E’, importante!
- !!!
- Voglio vedere te, se poi devi andare sempre a piedi…

Negli ultimi tempi mi capita spesso di avere la sensazione di regolarmi su parametri di comportamento o di valutazione devianti rispetto a quelli degli altri. Ed è incredibile come improvvisamente tutto sembri coerentemente avvalorare una simile ipotesi.
Ricordo che durante le ore di filosofia al liceo mi ero trasformata in un punto esclamativo trovando conferma del fatto che ogni percezione è per definizione vera. Dato che la realtà non può che essere per chiunque soggettiva, le sensazioni che scaturiscono dal mio contatto con essa devono essere per forza veritiere, reali e, quindi, in qualche modo, corrette. Forse a causa di questo trauma emotivo, al di là delle considerazioni logiche e razionali che drammaticamente occupano gran parte del mio spazio mentale da sempre, non ho mai davvero messo in dubbio la appropriatezza delle mie sensazioni, perlomeno di quelle che guidano i comportamenti istintivi, automatici.
Poi, a volte, come ora, succede qualcosa di preoccupante. Si presenta inizialmente sotto forma di una specie di scherzo, un evento sconcertante in cui un considerevole numero di individui (per essere esatti, il numero in questione deve essere uguale o superiore a tre, secondo me) con la disinvoltura proveniente dal savoir faire delle persone scafate, oppone un muro di riprovazione (talvolta mista ad una sorta di indifferenza) davanti ad un comportamento per me del tutto normale, tanto che neppure ci avevo fatto caso.
In quel momento, per usare un eufemismo, inizio a sentire che qualcosa mi sfugge, qualcosa che non combacia, nelle mie abituale interazioni col mondo esterno. Il confine tra educato e maleducato, conveniente e inopportuno, più generalmente tra giusto e sbagliato, perde di spessore. Penso che evidentemente ciò che devo fare è sforzarmi di analizzare, momento per momento, l’applicabilità di queste qualità alle situazioni che mi si presentano. Se una cosa per me così routinaria e scontata, agita in buona fede e senza pensarci troppo, può risultare così sconveniente (perché invariabilmente, ed è l’aspetto peggiore della faccenda, finisce per sembrare tale anche a me), mi dico, chissà quante altre lo saranno state -o potrebbero esserlo- senza che io me ne sia accorta.
Da lì, comincio a fare un sacco di casini. Lo stress del rimettere tutto in discussione comporta uno stato di allerta tale che, in svariati momenti, non posso resistere alla tentazione di buttare tutto in vacca. Inizio a fare una serie di cose strane che sembrano non appartenermi più (tutto ormai si è addensato su una zona di confine tra me e l’esterno, la zona del comportamento per prove ed errori) e mi sembra di perdere ogni forma di controllo nella gestione del mio rapporto con il mondo. Come avere in mano un fascio di palloncini, lasciarne inavvertitamente andare uno, su, su, poi un altro e così via, finendo con lo spalancare la mano e lasciarli volare tutti via.
Generalmente, toccato il fondo, poi si ricomincia daccapo.
Come si ricompongano le cose, e riappaiano più o meno tutti i palloncini tra le tue mani, però, mi sa che rimane un mistero.
di Irene| 12/10/2006
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