03/02/2007

Sogni


Il mio -bambino autistico-, dopo aver risposto al saluto delle bidelle (ora pare si chiamino commesse) sedute nella portineria della scuola, chiede, con la sua tipica disinvoltura, a una di loro con cui non l’avevo mai visto parlare: qual è il tuo sogno?

In classe, la professoressa di italiano fa leggere a turno ai ragazzi il sonetto di Dante “Tanto gentil e tanto onesta pare”, che aveva presentato parlando dell’amor cortese e della figura di donna angelicata impersonata in questo caso da Beatrice, infervorandosi tra l'altro parecchio intorno al rispetto che alla donna veniva conferito, come essere puro e di cui veniva esaltata la bellezza interiore.
Dopo qualche lettura individuale, il giro diventa più veloce. Ogni ragazzo, sotto sua indicazione, legge qualche verso, in maniera quasi ipnotica. Il tutto, immerso nel silenzio, fatta eccezione che per la voce di chi legge. Sembra un incantesimo, sembra una scena de “L’attimo fuggente”, penso. I ragazzi sono, tutti, attenti. Io, che come al solito in queste situazioni ho paura di scoppiare a piangere, cerco di guardare in alto per nascondere gli occhi lucidi e solo A., la ragazzina più problematica della classe, arrogante, impertinente spesso all’eccesso, se ne accorge e continua a fissarmi. Ma con aria seria.

Nelle ore di musica, terminate le prove per il concerto di Natale, la classe ora sta studiando Albachiara. Hanno imparato a suonarla con i flauti, D. con la tastiera, e poi, dopo aver suonato la parte musicale, c'è quella cantata. La cantano ragazzi, il professore accompagnandoli con la chitarra e io anche, per stimolare D., e anche perché mi viene. Mi trovo con venticinque ragazzini di dodici anni, in una classe delle scuole medie, a cantare Albachiara, e mi sembra uno scherzo.
Assisto tutti i giorni alle loro vite.
E questo mi fa sentire piuttosto fortunata.

di Irene| 03/02/2007
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